Ovunque proteggi la grazia del tuo cuore – Vinicio Capossela torna a Ragusa

Molto prima che diventasse la superprotetta residenza dorata di Don Balduccio Sinagra nel Montalbano televisivo, frequentavo il moresco ed imponente castello di Donnafugata. I nostri figli si erano già persi dentro il labirinto voluto dal suo eccentrico proprietario originario.

Grazie al mio lavoro spostai tutta la famiglia a Ragusa. Sempre grazie al mio lavoro ho conosciuto un giovane molto curioso che si avviava alla carriera di organizzatore di spettacoli, cuore pasoliniano e gusto estetico rigoroso. Parlando di musica venne fuori la possibilità di proporre alla città di Ragusa lo spettacolo della musica di Vinicio Capossela, allora ancora considerato un giovane emulo di Paolo Conte.

Al Teatro Tenda di Ragusa la magia si compì.

In quell’occasione Capossela visitò Scicli, si innamorò della musica della banda di Scicli che accompagnava ‘U Gioia, fu colpito dalla corsa scomposta di questo risorto pazzo di gioia e nacque quel gioiello che è “L’uomo vivo”.

In quest’anno ricco di celebrazioni dantesche, Vinicio Capossela, torna a Ragusa, iriempiendo il viale di accesso al castello di Donnafugata, per offrirci una sua personalissima visione dantesca, la sua Bestiale Comedìa.

Una prua di nave, pannelli di legno invecchiato a nascondere grovigli tecnologici, strumenti e attrezzature, un grande piano a coda nero, maschere bestiali e sataniche, cappelli (uno a forma di cuore), due musicisti di grandissimo valore, ed il Maestro a governare il palco, a sussurrare, a cantare, affabulare gli stregati spettatori di una vera e propria magia.

L’antifona al popolo degli iblei, ai tumazzari, ai seguaci dell’uomo vivo ci introduce nel nostro Inferno di magazzini, di capitale, dì disumanità.

Un Inferno di silenzio, dove le parole non bastano, non resistono, dove subdole si impongono le Tentazioni di Sant’Antonio.

Capossela maneggia i versi danteschi, li declama, li ricama, costruisce la sua personale fabula che lega Dante al nostro mondo, al suo mondo delle canzoni.

Via la maschera satanica, indosso un cappello da El Zorro, ed è subito Povero Cristo, inascoltato, deluso, incompreso, che si ritira, si esilia dal mondo sempre più bestiale.

Il tema dell’esilio, dolorosamente vivo per il sommo Poeta, si lega all’esilio di Amedeo Modigliani, nella indimenticata Modì.

Sempre ricorrendo alla cultura medievale da cui nasce Dante, Vinicio Capossela coglie l’occasione delle tante bestie che affollano le cantiche dantesche e tanta letteratura, per riproporre alcuni versi del suo Bestiario d’amore, pubblicato per l’ultimo San Valentino pre pandemico, ispirato a Richart de Fournival.

Anche all’Inferno, se l’esploratore è Dante, la poesia può risaltare e illuminare gli angoli più bui. La voce dell’Aedo, carica di storie del Mediterraneo e dell’Egeo, può ancora cantare:

Siamo due coste di rupe

Aspettiamo un terremoto

Per unirci di nuovo

In un solo canto

Anche se con un arrangiamento medievale molto curioso, tra violino e clavicembalo, è sempre il momento di chiedersi Che coss’é l’amor?

L’amore che parte dall’intelletto, secondo Dante, trova il suo culmine nel XXVI canto, nell’orazione di Ulisse che ci guida fuori dall’Inferno con lo sguardo alle stelle.

La riflessione di Capossela sull’intelligenza di Ulisse, colpevole per Dante di essere priva della Grazia, gli consente di ricordare un’altra grande intelligenza uscita da un inferno, Primo Levi, lui si baciato dalla Grazia. Gli consente di ricordarci che ogni navigante che va per mare in cerca del suo approdo è Ulisse, che ognuno è straniero per ogni luogo, che se ogni straniero è nemico, al fondo della strada ci aspetta il lager.

Uno dei più alti momenti civili di questo viaggio tra bestie, uomini, poesia e divinità.

Attraversando il Purgatorio Dante incontra un suo amico poeta che gli canta una sua poesia dei primi lavori. Capossela si immedesima e immagina che entrando nel suo Purgatorio, un amico che gli venisse incontro gli canterebbe la sensualissima e languida bossa di Camera a Sud

…così va la vita…

Nel Purgatorio Dante coglie numerose occasioni per affrontare temi filosofici ed estetici circa la poesia, i canoni, lo stile (novo e dolce), che alla poesia si vuole dare.

Al rimare siciliano viene riconosciuto il valore fondante di questo nuovo stile, così dopo aver omaggiato il menestrello d’America, con la sua arca di salvezza, Capossela riconosce un tributo affettuoso e filiale al Maestro siciliano della musica, Franco Battiato, con una stralunatissima ed ipnotica e gestuale, La Torre, che non dimenticheremo facilmente.

Sulla sommità del Purgatorio Capossela ci porta nel Paradiso Terrestre, da cui siamo stati colpevolmente cacciati tutti.

Con un accostamento suggestivo, sottolineato dal vibrafono, siamo portati ad entrare nel finale della Dolce Vita di Fellini. La Matelda che ci aspetta dopo il bagno nel Letè diventa la ragazzina vestita di bianco che cerca di spiegare qualcosa al Marcello frastornato, che lontano, distante, distratto non può capire.

Di questi ferri si serve il mastro artigiano Capossela per abbeverarci della sua poesia.

È il momento di unirci a Beatrice, colei che ci ferisce e ci cura. Volando con la sua guida centriamo il primo cielo al tempo di blues di Signora Luna, come paresse. Al settimo cielo (in tutti i sensi) l’Empireo in forma di rosa ci culla con la beguine di Con una rosa.

Ascendendo, ascendendo, sfidiamo il tempo, lo rallentiamo, ed i nostri musicisti, i nostri aedi, i nostri cantori, rallentano con esso. Come astronauti di Kubrik, in una luce bluastra e celeste, scoprono l’immenso

Nel suo profondo vidi che s’interna,
legato con amore in un volume,
ciò che per l’universo si squaderna.

Escono di scena, continuando a battere le mani, a tempo, raddoppiato, ma a tempo, perché la musica e la poesia non perdonano chi non batte il loro tempo.

Capossela ha un senso cinematografico della poesia che ci affascina, ci lega, ci affabula. In tutto questo viaggio, la cinematograficità di questa sovrumana bellezza è stata sottolineata dagli strepiti, spettrali e celestiali ad un tempo, del teremin di Vincenzo Vasi.

Il primo bis lo sentiamo tutto dedicato a noi che c’eravamo al Teatro Tenda in quel primo suo sbarco sugli iblei, ed in quella Pasqua a Scicli, quando Capossela è tornato a cantare il suo Uomo Vivo, dietro la statua del Gioia, con la banda musicale (e Roy Paci in testa).

Irrefrenabilmente tutti siamo saltati dalle sedie al grido del Gioia e della sua pazzia di essere vivo, contro la Morte, nonostante la Morte, oltre la Morte.

Parlando con le parole di Dante, cantando con le parole di Vinicio, abbiamo cercato (ed abbiamo trovato) la Grazia, lo stato, la disposizione speciale che ci consente di ghermire il divino nella nostra vita.

Non potevamo chiudere questo viaggio, questa ricerca, questa esperienza senza la preghiera emblematica di Ovunque Proteggi, dedicata da Vinicio agli assenti, a chi non siede più accanto a noi, e a cui affidiamo la protezione della grazia del nostro cuore.

La serata non è stata caldissima come temevamo, ma le lacrime che abbiamo versato cantando di quando tornerà l’incanto, erano calde si, calde e confortevoli.

Grazie Vinicio Capossela …

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