Riflessioni estemporanee di un pragmatico lettore – Il Sangue Della Montagna di Massimo Maugeri – La Nave Di Teseo

In adolescenza fui anch’io preda di astratti furori.

I miei solipsistici buchi neri mi portavano a cercare la fuga nelle vite degli altri. Mi sedevo su un muretto in una via trafficata e commerciale e seguivo con lo sguardo i passanti. Dai loro sguardi, dai loro movimenti, dai brandelli di conversazione che coglievo ricostruivo storie, vite, situazioni, sentimenti, drammi familiari consumati o da consumare.

Uno dei protagonisti del nuovo romanzo di Massimo Maugeri, Il Sangue Della Montagna, La Nave di Teseo, Marco Cersi, nelle prime pagine del libro fa la stessa cosa. Questo inizio mi ha avvinto e convinto a continuare la lettura di questo corposo volume, pieno di tante cose.

Pure essendo pieno di tante cose, questo romanzo siciliano, nell’ambientazione, nella filosofia, nell’energia non è pieno di cibo (solo tè, tanto tè), non è pieno di investigatori più o meno istituzionali (anzi di alcune sparizioni, si tergiversa sul ricorso alla denuncia), non è pieno di forme dialettali. 

Questo romanzo è pieno zeppo…

Questo romanzo è pieno zeppo di personaggi. 

Un romanzo corale. Tanti protagonisti, tante storie che si completano, che si rincorrono e si intrecciano, sulle pendici della Montagna, e per le vie del mondo. Oltre il tempo e le generazioni. Anche se al centro rimane sempre Lei, l’Etna. Femmina, indiscutibilmente femmina, come si precisa fin dall’inizio.

Questo romanzo è pieno zeppo di citazioni. 

Con la scusa che uno dei personaggi ha la mania di conservare le citazioni, Maugeri ce ne ammannisce una quantità ingombrante, anche se divisa per argomento. Eppure non ne avrebbe bisogno. La sua prosa ci racconta e ci descrive le situazioni già con chiarezza, con pienezza. Mi catturano di più le sue frasi, come vedremo più avanti.

Questo romanzo è pieno zeppo di riflessioni su varie discipline del mondo.

Geologia, geografia, storia, letteratura, economia, psicologia, esoterismo. Incontri, dialoghi e situazioni sono occasioni per mettere giù brevi saggi per materia, ricchi di notazioni pertinenti, di sviluppi accademici, che arricchiscono la storia (le storie, in verità) del romanzo.

Addirittura ad un certo punto appare la Curva di Phillips, l’argomento della mia tesi di laurea (come ho ricordato qui).

“Sulla parete alle sue spalle, sopra la sua testa, era appeso un enorme grafico raffigurante la curva di Phillips.”

Attraverso l’impegno di Paola, l’autore esprime in più occasioni il disagio dell’intellettuale di fronte ad un sistema economico che ha dimenticato l’uomo. Ipotizza una conversione della scienza economica verso una dimensione più umana, l’Economia Umana, appunto.

Due suggestioni mi sollevano sia la definizione che l’indirizzo. 

La prima, ricordando i miei studi sulla Curva di Phillips, appunto, mi dice che un approccio umano, che superi le rigidità teoriche ed i vincoli logici, ma guardi alle donne e agli uomini che agiscono sul terreno economico esisteva già ed era quello di John Maynard Keynes. I suoi scritti e le sue riflessioni non dimenticano mai la sofferenza ed il disagio degli uomini, e non promettono salvezze escatologiche di lungo periodo a compensazione dei disagi “transitori” odierni. “Nel lungo periodo saremo tutti morti”, diceva Keynes. È vero che la dirompente e perniciosa portata rivoluzionaria dei suoi pensieri fu addomesticata da numerosi divulgatori che reimbrigliarono il suo pensiero genuino dentro grafici, regole e limiti che ne mortificavano l’umanità, ma un movimento di Economia Umana, che oggi volesse ripartire dall’uomo e rifondare il sistema economico oltre le chiese e le ideologie, non può non ripartire dalle basi del pensiero originale di Keynes.

La seconda suggestione attiene ad uno sviluppo molto interessante ed intrigante che sta prendendo la strada della comunicazione aziendale. Verificata l’inutilità di stimolare le accademie, Paola e Gilda spostano l’attenzione sui protagonisti dell’economia reale, gli imprenditori. Proprio questi sono i soggetti che stanno silenziosamente, ma inesorabilmente, sovvertendo alcuni canoni del sistema economico che stanno stretti a Maugeri e ai suoi personaggi. Pensiamo alla Comunicazione Human To Human, di cui è testimone e protagonista la dottoressa Santina Giannone, che sta radicalmente cambiando il rapporto tra imprese e mercato, imprese e consumatori, imprese e lavoratori (qui trovate le mie note alla sua pubblicazione).

Questo romanzo è pieno zeppo di fantasmi.

Tanti fantasmi abitano queste storie. Nessuna concessione all’horror, ma tanta sensibilità scoperta ai temi dell’assenza e della colpa:

“I fantasmi esistono. E sono più numerosi delle stelle. Esistono all’ombra dei ricordi, tra le pieghe delle esperienze, nei dolori per le mancanze, sopra l’onda dei rimpianti. Si nascondono sotto il peso delle delusioni, tra i dubbi di un futuro nebuloso, dentro gli spasmi scatenati dalle nostre ansie, nelle emozioni suscitate da oggetti custoditi come reliquie. Vivono nelle storie inventate e in quelle reali. In quelle scritte e in quelle lette. Avrei voluto dirgli che spendiamo la nostra vita a generare fantasmi e che forse, una volta o l’altra, avremmo dovuto avere il coraggio di guardarli in faccia anziché relegarli ai margini della nostra visuale.”

Questi fantasmi ci abitano, ci accompagnano, sono con noi, ci condizionano, comunicano con noi, foss’anche con una nuvola, un sapore, una canzone alla radio.

Questo romanzo è pieno zeppo di musica e di canzoni.

Due sono al centro delle storie di questo romanzo. Due classici di tempi diversi. Entrambe hanno avuto un posto ed un’eco nella mia formazione.

La vie en rose, che per me bambino era il singolo d’esordio di una sinuosissima Grace Jones, non ancora entrata nel mondo di 007, disco-music d’annata.

E i Queen, recentissimi cinquantenni, che chiudevano il primo lato di una mia musicassetta Hit Parade azzurrina, con Somebody to love, o Sambari tulav, come credevo allora.

Questi due brani svolgono nelle storie di questo romanzo una funzione di collegamento, di ponte tra i tempi e le storie, tra l’aldiqua e l’aldilà, come spesso fanno le canzoni nella nostra vita.

Questo romanzo è pieno zeppo di morte e di vita.

Vedove e suicidi affollano il romanzo. La linea, il diaframma che separa vita e morte viene attraversato più volte in questo romanzo.

“Nonostante la morte. E forse le avrebbe detto, per consolarla, che la morte è solo un diaframma opaco tra una vita e l’altra; che se provi a guardarci attraverso, con la vista pura di un cuore sgombro da gravami, la tua visuale si allarga oltre i limiti terreni. E vedi, e senti, ciò che non può essere visto e ciò che non può essere udito”

In questo romanzo, come nella realtà, vita e morte sono abbracciate e sono essenze della stessa natura, hanno la stessa energia, lo stesso sangue.

Questo romanzo è pieno zeppo di dolore e di speranza.

“Non possiamo impedire al dolore di bussare alla nostra porta, ma possiamo impedirgli di tenerci prigionieri.”

Ed ancora più avanti

“Credo che ognuno di noi abbia l’obbligo morale di provare a essere felice. Nel rispetto degli altri e di se stessi, certo. Nonostante le difficoltà. E nonostante il dolore.”

I personaggi di questo romanzo ci provano, ci provano sempre, anche se non sempre riescono, ad “oltrepassare il dolore”.

Questo romanzo è pieno zeppo d’amore.

D’amore in un senso proprio universale. Della difficoltà di amare, e di essere amati. E di come questa difficoltà costituisca il sangue che scorre nelle vene della nostra vita. 

“non c’è periodo della vita in cui possiamo davvero affermare di non avere bisogno di essere amati e sostenuti da qualcuno, perché il disagio delle colpe e la solitudine degli errori sono sempre pronti ad assalirti all’improvviso.”

“Tra le sue ossessioni spiccava quella legata alla difficoltà ad amare o a essere amati. E c’era quella canzone dei Queen, Somebody To Love, che Marco citava spesso quasi come fosse una specie di riferimento sonoro del suo disagio sentimentale”

Che sia questa l’energia che tutti, volenti o nolenti, riceviamo dalla Montagna e, altrettanto, ricerchiamo in essa? 

Che sia questo sangue il sangue della Montagna?

Domenica 10 ottobre, al Teatro Alfeo, sotto l’accorta regia di Simona Lo Iacono, non nuova a queste prelibatezze, è stato presentato questo libro, alla presenza dell’autore.

Una teatralizzazione che si è avvalsa della bravura degli attori della compagnia che ci hanno ricordato cos’è e da dove viene l’Etna ed il suo mito. L’abbiamo vista ergersi femmina nera, circondata dalla lava da sposa, rossa e fluida come il sangue (anche mestruale). Ricordare di Adranos, di Efesto, Ciclopi e giganti, più o meno superbi, di Urano, di quando era Aitna.

Gli attori hanno poi dato carne ed ossa ai personaggi del romanzo, hanno aggiunto sguardo e voce alle emozioni condensate dell’autore.

Rispettando il lettore che non ha subito alcun significativo spoiler, lasciando intatta la sua voglia ed il suo desiderio di buttarsi in questo mondo alle pendici di un vulcano, intimamente collegato al vulcano che ciascuno dei personaggi (ed ognuno di noi, in fondo) ha dentro e che gli brucia l’anima.

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