S’avissi fatt’ a n’ate… – Sono cose che passano di Pietrangelo Buttafuoco – La nave di Teseo

Una delle leggende familiari della mia infanzia racconta che mia nonna paterna, maestra elementare, pur badando a cinque figli, al mattino presto lasciasse il suo paese per recarsi a piedi al vicino paese di Leonforte, dove per qualche anno ha insegnato.

Come ho ricordato, rivelato, in un outing generazionale, nella recensione al libro di Michela Marzano, mio papà custodiva un debito di riconoscenza verso un onorevole regionale missino. Quell’onorevole attraversava proprio le strade di Leonforte, pur essendo nativo di Nissoria

Inoltre attraversa con baldanza e sorriso da adorabile canaglia le pagine delll’ultimo romanzo di Pietrangelo Buttafuoco che a Leonforte si svolge agli inizi degli anni Cinquanta: Sono Cose Che Passano, La nave di Teseo, alla cui lettura sono stato spinto proprio da queste coincidenze familiari.

Questo romanzo colorato e ricco di personaggi racconta di cose a me apparentemente lontane, ma che si rivelano, invece, dirette e vicine, intime ed ancestrali, in qualche punto.

La vicenda della principessa Ottavia, con i suoi sorprendenti sviluppi e molteplici epiloghi, si svolge dentro ad un microcosmo ricco di rimandi e di riferimenti, che risuonano in me.

Inoltre, come spesso la letteratura sa fare, estrae caratteri di universalità, da questo microcosmo, riuscendo a parlare all’orecchio di ciascun lettore. Ingannandolo che quel riferimento e quel rimando a lui parla e solo a lui.

Così tutti quei personaggi reali, con i loro motti, i loro atteggiamenti, le loro manchevolezze ed ingenuità, ci parlano e ci suonano una musica che crediamo di riconoscere.
Musicale è l’andamento di tante conversazioni, di tante scene ricche di contributi e di personaggi che riempiono queste pagine.

Come se fossimo in platea davanti alla rappresentazione di uno dei meritori Teatri Stabili che hanno calcato i tanti palcoscenici ammirati.

Leggendo queste pagine istintivamente veniamo spinti ad assecondare la melodia con la testa e la mano libera. 

Quando i dialoghi diventano serrati (e capita spesso) ci verrebbe anche da girare la testa ora di qua, ora di là, a seconda di dove abbiamo sistemato nella nostra testa quel personaggio o quell’altro.

Questa musicalità, questa teatralità sono convincenti, ci fidiamo di esse, a tal punto che anche noi cominciamo ad essere convinti che il giovane ingegnere, ardente spasimante: 

“Non si deve permettere!”

Ma non c’è solo questo (e già sarebbe da contentarsene) in questo romanzo.

In questo romanzo i temi dell’alterità e della estraneità, della improbabile commistione (il pesco e la rosa del povero Mastro Don Gesualdo) sono rappresentati con altrettanta felicità narrativa.

Inoltre, evolvendo la vicenda e la narrazione, pian piano quei caratteri reali diventano sempre più fantasmi, a cui si affiancano la Morte con la falce (Buttanissima più che mai), demoni famelici, disagio e fantasie. 

Martoglio e Micio Tempio prendono un caffè con Lacan nella piazza Rotonda.

Su tutti i personaggi aleggia Ottavia, la Principessa, che suscita ed atterra, tormento ed estasi, cartina di tornasole di inadeguatezze e di istinti ingovernabili.

Tutto e tutti si rispecchiano in lei.
Nessuno resterà indenne.
Fuoco vivo che arde tutti.

“Lui non riesce a fronteggiare tutta quell’elegante noncuranza”

Questo romanzo si insinua nella nostra memoria per aprire con uno speciale grimaldello le nostre porte.
Ci rappresenta quello che abbiamo visto, quello che ci hanno raccontato, ci fa gustare un approdo che è nostro, che è domestico.

Ma, come Ottavia, ci inganna tutti, e ci spalanca le porte dell’abisso.
Del demone, del desiderio, della sete, del labilissimo confine tra bene e male, in cui possiamo cadere tutti, seguendo la nostra Ottavia.

E se l’abisso si è sprofondato sotto i nostri piedi che pensavano di avere toccato la terra promessa, non ci resterà che dire:

“Non era destino…”

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