Una dipendenza che crea vertigine – Che hai fatto in tutti questi anni. Sergio Leone e l’avventura di «C’era una volta in America» di Piero Negri Scaglione – Einaudi

Crescendo inevitabilmente sviluppiamo forme di dipendenza, più o meno tossica. Possono essere certe relazioni, comportamenti scorretti, abitudini alimentari, perversioni di vario tipo.

Combatterle può essere molto difficile, se non impossibile.

A volte impieghiamo molte energie, a volte semplicemente ci abbandoniamo ad esse e accada quel che può…

Una delle dipendenze di cui sono vittima, ormai arreso definitivamente e soccombente senza resistenza, riguarda un film.

A qualunque fase lo colga facendo zapping, o per più o meno involontaria scelta di vederlo, appena un fotogramma, un suono, un respiro di quel film mi cattura, so già che è inutile resistere: interromperò qualunque attività e mi fermerò a seguirlo fino alla fine. Emozionandomi, soffrendo, lasciandomi attraversare dal flusso di fotogrammi sempre come fosse la prima volta.

C’era una volta in America di Sergio Leone.

Un film molto importante per me (e non solo). La narrazione di una favola, di un mito, di un’amicizia, del suo tradimento, della sua persistenza oltre lo spazio, ma soprattutto oltre il Tempo.

Scoprire, quindi che Piero Negri Scaglione ne ha scritto la biografia (si la biografia di un film, come se fosse una persona, o almeno un personaggio) per Einaudi: “Che hai fatto in tutti questi anni. Sergio Leone e l’avventura di «C’era una volta in America»“, ha sviluppato una forma collaterale di quella dipendenza che mi ha costretto ad interrompere tutte le altre letture e a tuffarmi nella lettura di questo già prezioso libro.

Il taglio, appunto biografico, di questo libro, ci offre di seguire tutte le fasi di preparazione che hanno portato al film come lo amiamo. Come i lavori preparatori delle leggi ci spiegano ragioni e obiettivi di alcune stagioni politiche, così questo libro arricchisce la nostra anima di molte sfaccettature di quel film, forse già intuite, rilevate anche inconsciamente, ma qui svelate e spiegate, con dovizia di particolari e aneddoti.

Una goduria per un blogger, amante dei libri, del cinema, e che all’amicizia attribuisce un valore artistico, che rende arte la vita di ogni giorno. Una vera e propria vertigine di sensi e di voluttà.

Qui occorre fare da subito un patto d’onore con i miei tre lettori.

La fama del film, la sua notorietà, la sua diffusione, sono talmente ampie che dobbiamo dare per scontato che chiunque legga queste note abbia visto il film. Troppi fondamentali spoiler emergono, ovviamente, dalle pagine del libro e dai ricordi del vostro modesto blogger, per riuscire a mimetizzarli. Il patto prevede libero spoiler, in libero post.

D’altronde se non avete ancora visto C’era una volta in America che ci fate qui?

Il libro è una inesauribile miniera di notizie e di curiosità. Sono talmente tante che sarebbe impensabile darne conto qui in maniera esaustiva (e non è neanche l’obiettivo di un blog) ci limiteremo a dar conto delle cose che ci hanno emozionato in particolare modo.

Una prima scoperta che facciamo nel libro, riguarda una delle battute più longeve del film. Quando Noodles torna a New York dopo circa venticinque anni, Fat Moe gli chiede (come nel titolo del libro):

“Che hai fatto in tutti questi anni?”

Noodles risponde lapidario:

“Sono andato a letto presto”

Questa battuta appartiene ad Enrico Medioli, che confessa subito il suo furto da Proust, dall’incipit della Recherche:

Longtemps, je me suis couché de bonne heure!

“…questo è senz’altro Enrico Medioli: l’insistenza sul Tempo, scritto maiuscolo per citare obliquamente Proust, è tutta sua…

Ed è questa vena non realistica che mi interessa di piú, la vena favolistica, ma di una favola del nostro tempo, raccontata secondo i nostri termini. E sopra ogni altra cosa, gli aspetti dell’allucinazione, del viaggio onirico indotto dall’oppio con cui il film inizia e finisce, un porto sicuro, un rifugio”

Il film, quindi, è una favola, un mito, un sogno.

L’ispirazione venne a Leone dalla lettura di un libro The hoods, scritto da Harry Grey, un piccolo gangster che si scoprì una vena letteraria.

Il raffronto tra il film ed il libro mostra che Leone attraversò infinite battaglie per assicurarsi i diritti di questo libro, solo per poi stravolgerlo completamente. Quasi niente, eccetto alcuni nomi, ed alcune vicende, non proprio centrali, è rimasto in piedi, ma il film ha più volte rischiato di saltare per l’indisponibilità dei diritti del libro.

Partendo dal ristrettissimo trampolino di quel libro, Sergio Leone, concepisce un’opera enorme, un’opera che contiene dentro tutta la sua vita, la sua cultura, la cultura del suo tempo, i miti di cui si è alimentata la sua generazione.

“ C’era una volta in America è un’opera-mondo, un’epica moderna, o postmoderna, l’unica possibile.”

“C’è l’umanità, in C’era una volta in America, c’è l’antica Grecia, è il film di un uomo di cinquant’anni che vede le cose in un altro modo, piú puro. Ha varcato la linea, sta piú di là che di qua”

Un aspetto che più volte viene sottolineato dall’autore di questa suggestiva biografia di un film, riguarda il rapporto tra le età.

Il film è pensato e realizzato da un cinquantenne della generazione che ha attraversato il ventesimo secolo, assistendo senza partecipare agli eventi più traumatici:

“Attraversa la guerra da ragazzino: quando scoppia ha 11 anni; quando gli Alleati bombardano Roma e i nazisti deportano 1023 persone razziando la comunità ebraica della Capitale ha 14 anni; alla Liberazione ne ha 16.”

La generazione di mio padre, e del padre dell’autore del libro.

Quando esce nel 1984, sia Negri Scaglione che io abbiamo circa 20 anni.

Mio padre non c’era già più, non lo ha visto.

Ma il film resta il messaggio, il testimone, il testamento che quella generazione ci vuole lasciare. 

Una generazione che si è cibata di cinema, e di cinema, e poi ancora di cinema, come faceva mio padre fino agli ultimi giorni della sua vita.

“Era il futuro, raccontato da chi sapeva già come sarebbe andato a finire. Concepito e diretto da un uomo che quando il film esce, nel 1984, ha 55 anni e ha già vissuto molte vite.”

Leone stesso disse:

“C’era una volta in America è un’autobiografia a due livelli. Ci sono la mia vita personale e la mia vita di spettatore di film americani (…) È un omaggio a un certo modo di fare cinema, alla tradizione del cinema popolare. Al cinema del passato”

Quell’amore per il cinema che, DNA o no, si è trasmesso irresistibile fino a me, a noi.

Già qui, potremmo trovare la chiave per interpretare la dipendenza da questo film.

Oltre alla annosa battaglia per i diritti, risolta con costi esorbitanti quando già il primo “trattamento” del film era stato scritto, Leone affronta una telemachia spossante e sanguinosa per trovare lo sceneggiatore giusto. Prova ad affidarsi a scrittori di fama, prova anche con Sciascia, la cui bozza di sceneggiatura è poi stata pubblicata da Adelphi con il titolo significativo “Questo non è un sogno”, nella raccolta di scritti di cinema e sul cinema “Questo non è un racconto”. 

Con Norman Mailer la vicenda finisce addirittura in carte bollate e aule di giustizia.

Alla fine troverà i padri del suo film in una squadra molto composita e variegata, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli, Franco Arcalli, Franco Ferrini, Stuart Kaminsky ed Ernesto Gastaldi.

“I dialoghi furono scritti da Medioli, Benvenuti, De Bernardi e Kaminsky, con Leone a presiedere gli incontri e a pronunciare l’ultima parola, quella definitiva”

Dai numerosi racconti, dalle trascrizioni ritrovate, dai ricordi dei protagonisti raccolti da Negri Scaglione emerge sempre una sola cosa: che il film comunque è di Leone, solo suo. I contributi di tutti gli altri si disperdono nel flusso armonico ed unico che ne ha fatto lui. 

Sergio Leone era capace di raccontare il film scena per scena a tutti, impiegando ore, con una capacità evocativa di immagine che tutti quelli che lo ascoltavano raccontano di averlo visto prima nelle sue parole che poi negli schermi. La vicenda, il suo impianto, l’ossatura sono rimaste sempre quelle, sin da quando Sergio Leone lo ha pensato (sognato, forse).

Il 14 giugno del 1982 finalmente, dopo anni di gestazione, di delusioni, di ripensamenti, di rinunce, di tradimenti, iniziano le riprese a Cinecittà.

Si girano le scene del teatro di ombre cinesi e della fumeria d’oppio. I venticinque trilli di telefono, lo sbandamento di Noodles, sorpreso dalla sua stessa sorpresa.

Ci racconta Negri Scaglione che sul finire di quella giornata, dopo varie alternate takes, Leone si apparta qualche minuto con De Niro, monta su una specie di trabiccolo, si alza sul letto dove Bob è sdraiato con la pipa d’oppio, strappa il baldacchino che nasconde De Niro alla vista della cinepresa e, assumendo il punto di vista di Dio, nell’inconsapevolezza generale di tutta la troupe, gira la scena più emblematica del film, la scena che alimenta ancora oggi domande, dibattiti, confronti, cazzeggi vari con gli amici. La scena che porta dritti dritti Sergio e Robert nell’Olimpo della storia del cinema, la scena finale del film: il sorriso in cui si allarga De Niro prima dei titoli di coda.

Quanto ci piace quella scena!

Un’altra chiave della nostra dipendenza può ritrovarsi nella necessità di affrontare le tre ore e mezza del film solo per arrivare a quella scena, a quell’emozione, a quella sfuggente intuizione che ci sembra possa spiegarci tanto e di più della vita, della nostra vita, della vita di tutti.

Un’emozione che si rinnova ogni volta, ogni innumerevole volta.

Il film, la cui struttura circolare ci ha sempre affascinato, che nasce dove finisce, e finisce dove inizia, quindi, anche nella materiale realizzazione è nato circolare. È nato è finito il 14 giugno del 1982.

Ci siamo accapigliati su quella scena. 

Ci siamo chiesti se Noodles avesse d’un tratto capito tutto, visto il futuro. 

Ci siamo chiesti se tutto il futuro che abbiamo visto in tre ore e mezza, fosse solo stato il sogno di un drogato, e non si fosse mai realizzato.

Ci siamo chiesti se fosse solo un guizzo improvvisato da un mostro di recitazione come De Niro, uno che per girare Taxi Driver con Scorsese, aveva preteso di fare il tassista per mesi a New York, con una vera licenza ed un vero taxi, e che non c’era nient’altro da capire.

Alle nostre domande, però, non risponde Leone, né De Niro, né Negri Scaglione, né alcun altro.

“Questo giorno a Cinecittà stabilisce il tono del rapporto tra l’attore e il regista e l’atmosfera del film, che ha già trovato il suo misterioso e memorabile finale. (…) Cosí, quando Claudio Mancini – che come line-producer segue l’edizione dall’inizio, giorno per giorno – scopre che il film si chiude con un sorriso enigmatico di Robert De Niro che lui non ha neppure visto girare, ci pensa un po’ su e poi chiede a Leone: «Questo sorriso come nasce? Può sembrare che da paraculo, sotto l’effetto della droga, lui abbia capito che è tutto un sogno. O no? La storia è oggettiva o soggettiva?» È il primo a fare la domanda delle domande. Sorride anche Leone, e lí per lí non dice nulla. Gli risponde due giorni dopo: «Tu la pensi a un modo, un altro la può pensare a un altro modo. Ognuno pensa quello che cazzo gli pare» (De Niro mi dirà, molti anni dopo: «Avrei dato la stessa risposta»).”

La fotografia di questo film si deve a Tonino Delli Colli, e questo paragrafo potrebbe già finire qua, non c’è davvero altro da aggiungere. Solo un ricordo dello sforzo che Leone gli richiese per dare alla Luce del film, il senso del Tempo (ancora maiuscolo, proustianamente)

“In realtà, l’invenzione dell’immagine di C’era una volta in America è in sé una grande avventura intellettuale, di cui il modesto, eclettico Delli Colli è protagonista assoluto: ciascuna delle tre epoche in cui si sviluppa la storia trova un riferimento preciso nel cinema di quegli anni. Il film comincia con il protocinema, le ombre cinesi, l’infanzia ha il color seppia del primo Charlie Chaplin, gli anni Trenta sono quasi in bianco e nero come i film di Howard Hawks, Raoul Walsh, Mervyn LeRoy, il 1968 è moderno come John Milius e Arthur Penn. Il formato della pellicola è classico, l’immagine ha un rapporto tra larghezza e altezza di 1,85, un classico del cinema hollywoodiano”

Questa fotografia che enciclopedicamente ci riassume il Cinema, potrebbe essere un’altra chiave di spiegazione della nostra irredimibile dipendenza.

Della musica del film non credo sia necessario parlare dettagliatamente.

Il Flauto di Pan di Cockeye’song è talmente evocativo che starà risuonando nella testa di tutti e tre i lettori. Il tema di Deborah, le altre musiche. Il respiro di un secolo che Morricone ha dato alle musiche di questo film, avrebbero meritato importanti riconoscimenti.
Ma la vicenda americana del film, le liti tra le major che lo produssero, misero talmente sotto silenzio il film e tutto il suo corredo,  che non venne neanche candidato ad alcun premio in America, neanche all’Oscar per le musiche, come ci racconta Negri Scaglione.

Ci piace però il racconto dei protagonisti che ci rivela che in alcune scene memorabili, Leone preferisse girare con le musiche di Morricone diffuse durante le riprese, per dare agli attori la sensazione compiuta della scena finale come sarebbe apparsa. Perché si sentissero immersi nell’atmosfera del film.

Anche se questo significava poi doppiare tutte le scene, con aumento di costi e dilatazione dei tempi.

Un riflesso musicale comunque lo vogliamo ritrovare in senso davvero molto lato in un autore a noi molto caro, di cui abbiamo già parlato più volte in questo blog: Vinicio Capossela, che nell’album Ovunque Proteggi incastona la pregevole “Dove siamo rimasti a terra Nutless?“, omaggio al film, al regista, al culto del film. 

(Non a caso Vinicio ed io siamo nati nel dicembre del 1965, quindi ventenni al primo imprinting con questo monumento, come abbiamo prima sottolineato).

Dice Capossela a Negri Scaglione:

“Una domanda soltanto sono riuscito a rivolgergli, e cioè che cosa lo attraesse tanto di C’era una volta in America. E lui ha risposto qualcosa tipo: non so, ho solo e sempre sognato di avere anch’io un posto in cui scappare dal mondo per lenire con l’oppio il dolore della vita”

C’era una volta in America è un film d’amore. Un amore impossibile, un amore unico, che si slancia nei circa quarant’anni cronologici della vicenda, che vede Noodles e Deborah, incapaci di rinunciare a ciò che ostacola lo sviluppo del loro amore, e buttare via futuro e opportunità.

Dai passi di danza di Amapola alla Cleopatra di Shakespeare della fine della storia, con il volto più imbiancato che invecchiato, Deborah rappresenta il sogno di Noodles, il sogno irrealizzabile, il sogno che si rivolta contro, con la coltellata alle spalle più dolorosa che si possa ricevere, che rischia davvero di trasformare Noodles in statua di sale.

Sergio Leone ha fortemente voluto la scena dello stupro in auto.

Eppure quella scena ha determinato la rinuncia di un produttore, che non si è sentito di finanziare una simile violenza. La scena, in effetti si incardina nella nostra memoria e ci colpisce in maniera indelebile, ci violenta tutti. 

Ha fatto insorgere numerose femministe, e tanti movimenti per i diritti civili americani.

La scena è stata infine girata come la ha sempre immaginata Leone.
Paradossalmente il nuovo e definitivo produttore Arnon Milchan, ha deciso di condividere questa responsabilità, interpretando l’autista dell’auto che ad un certo punto ferma l’auto e fa scendere lo sconfitto Noodles e lo lascia sulla spiaggia a prefigurare il suo amaro destino.

Di quella scena ci resta impressa la disperata e violenta incapacità di governare quell’amore assoluto, quell’amore che non si spiega il perché non possa essere coronato.

“Quella con Elizabeth McGovern, o Deborah, personalmente non credo sia una semplice violenza. È un disperato grido d’amore. Volevo rappresentarla cosí. Se non è cosí, ho sbagliato».”

Con la sensibilità acquisita faticosamente oggi che 55 anni li abbiamo noi spettatori della prima ora, possiamo dire che sta nel mancato governo della disperazione del grido di amore, l’inaccettabilità di quella scena.

Ma ai nostri vent’anni non lo sapevamo ancora.

In questa evoluzione della nostra reazione all’arrivo della scena dello stupro, sta forse un’altra chiave della nostra dipendenza da questo film, che evolve insieme a noi. Vogliamo vedere se davvero siamo cresciuti e siamo cresciuti bene.

C’era una volta in America non è un film sull’America, non c’è l’America dentro quei fotogrammi. C’è la nostra idea dell’America. L’attore Scott Schultzmann, il giovane Noodles, ricorda:

“Non parla di New York, parla dell’idea di New York, del mito di New York visto da un italiano. Ed è un sogno, un film completamente avvolto nelle nebbie e nel fumo. L’urlo “fumo, fumo” è uno dei ricordi piú chiari e forti che ho, dei giorni di ripresa. C’era sempre fumo in scena, con quell’odore sgradevole che è impossibile dimenticare: tutta la storia si svolge dentro la nebbia dell’allucinazione, è come se il fumo della pipa dell’oppio di Noodles avesse avvolto ogni cosa. È un film che appartiene al cento per cento al suo regista, è lui che l’ha visto, immaginato, realizzato. È un sogno, ed è il sogno di Sergio Leone».”

Se questo per noi italiani, per tutti gli europei è stato un invincibile punto di forza, per gli americani, per i distributori, per gli spettatori è stato un grande limite.

Il film che nella testa di Leone, nel suo racconto orale già vivido come i fotogrammi, durava oltre quattro ore e mezza, venne dolorosamente ridotto a tre ore e mezza, con dei tagli curati da Leone stesso, che sacrificarono chilometri di pellicola già girata. 

Ma agli americani non bastava. 

Ribellandosi al suo autore, tagliarono e rimontarono il film entro 165 minuti, riportando lo svolgersi della vicenda entro un percorso cronologico lineare, abbandonando la struttura circolare, con flashback e flashward, come lo conosciamo.

Leone non volle neanche vederla quella versione, minacciò azioni legali, tuonò e si ribellò, ma nei cinema americani andò quella versione.

Costata oltre trenta milioni di dollari, di cui tre solo per De Niro, ne incassò appena due.
Un flop gigantesco, un flop annunciato, dovuto alla insensibilità delle case produttrici americane.

Solo dopo alcuni anni, quando in America arrivò la Director’s Cut, il film ebbe il successo che meritava. Solo con i VHS furono più che recuperati i soldi spesi per la produzione. 

Ma Sergio Leone era già morto.

C’era una volta in America è il film della vita di Sergio Leone, il film che letteralmente gli costa la vita, il film in cui mette dentro tutta la sua vita. La sua Madame Bovary.

“Dico a tutti che si tratta del mio film migliore, probabilmente è cosí e di sicuro lo penso davvero, ma quel che voglio precisamente dire, con questo, è che C’era una volta in America sono io.”

Leone era comunque malato e sapeva di non aver molto tempo a disposizione. Prepara con cura anche le sue esequie e la sua ultima dimora. Sceglie un cimitero inconsueto, apparentemente slegato dalla sua vita, dai suoi affetti, il cimitero di Pratica di Mare. Affida ad uno scenografo la realizzazione del suo mausoleo, sceglie con cura la posizione dello stesso in lunghe passeggiate con De Niro in quel cimitero.

Perché allora?

Perché in prossimità del cimitero di Pratica di Mare viene girata la sequenza in cui il sen. Bailey/Max sparisce dietro/dentro ad un camion dei rifiuti veramente americano, veramente del 1968, costosamente ritrovato e trasportato proprio lì a Pratica di Mare:

“Da queste parti aleggia lo spirito di Bailey, il morto che non è morto, il fantasma che nessuno può dire con certezza di aver visto svanire e rinascere. Se esiste, se si è nascosto dietro il camion dell’immondizia ed è scappato ancora, è qui, tra gli alberi che fanno ombra alle tombe, il tempietto in marmo bianco con la greca e un sepolcro troppo grande per un cimitero cosí piccolo, assediato dalle erbacce. Forse per vederlo ci vorrebbe una di quelle gru alla Leone, come quando Claudia Cardinale esce dalla stazione alla fine di C’era una volta il West o quando Noodles torna nel Lower East Side e chiama Moe dalla cabina telefonica.”

C’era una volta in America è un film d’amicizia e del suo tradimento. Leone con questa scelta funeraria ci gioca un altro tranello, un altro specchio ingannatore. Chi è Sergio Leone? Noodles o Max? Entrambi?

Ci ha detto lui stesso dove sta il fulcro del film (o della vita)

“Se non è tutto un sogno, è certo che la fine del film è un flashback. O è il mio sogno, e quindi ho voluto terminare il film con il ricordo della sua disfatta, il tradimento. Oppure c’è la possibilità che tutto sia stato visto attraverso l’oppio, e quindi sia un viaggio onirico verso il futuro. Le due cose si equivalgono. La data importante, quella che conta, è il giorno in cui Noodles ha tradito il suo amico Max».”

C’era una volta in America è una visione, un sogno, di uno degli ultimi maestri del cinema italiano

“una visione che ha avuto per primo, forse in sogno, un regista italiano, anzi romano, cresciuto a Trastevere sui 126 scalini di viale Glorioso.”

E qui chiudiamo con uno strano link circolare, che ci sorprende, che ci stupisce, ci incuriosisce.

Cosa si respira in quei 126 gradini di Trastevere, la Scalea del Tamburino?

Se da qui ha preso le mosse Sergio Leone, con il suo amore per il cinema, ed i suoi sette film, che “contengono moltitudini”. 

Se a Viale Glorioso Leone voleva dedicare un film per raccontare la vita di strada della banda di ragazzini di cui faceva parte, e, che solo dopo aver visto I Vitelloni di Fellini, cambiò idea e spostò la banda in America, cominciando ad immaginare Noodles e Max nel mito di quelle immagini.

Se da quei gradini, ottanta anni dopo, ha preso le mosse la Love Gang della scuola indie romana, soprattutto Franco126, che ha dedicato il suo ultimo album al cinema, cui ha tributato un amore infinito, canzone dopo canzone, Multisala.

Cosa avviene ai ragazzini che giocano su questa scala?

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