Una cover non si nega a nessuno – Noi non è This Is Us

Negli anni Sessanta e Settanta in Italia c’era l’abitudine di immettere nel mercato discografico versioni in italiano di grandi successi internazionali. Per noi ragazzi, spesso, quelle versioni erano le uniche conosciute e ci causava disorientamento quando, crescendo e moltiplicandosi le interazioni con il mondo esterno, scoprivamo che il cielo grigio su e le foglie gialle giù, non erano figli dei Dik Dik, ma avevano altre Mamas e altri Papas.

Si potrebbero fare altri innumerevoli esempi di questo tipo.

Ma non era solo un tentativo di naturalizzare italiani i grandi successi internazionali (renderli oriundi, come si faceva per i campioni del calcio).

Sul mercato discografico arrivavano anche cover italiane di grandi successi italiani (tarocchi veri e propri). Nella mia raccolta di 45 giri soffrii il tradimento quando scoprii che Storia d’amore che ascoltavo io non era cantata da Celentano ed il suo Clan, ma da un misconosciuto gruppo I Combos, che imitavano (quasi) alla perfezione il molleggiato. Stessa sofferenza quando scoprii che i Fiori Bianchi che ascoltavo io li aveva mandati Re Maik, nome d’arte di Michele Vicino e non Adamo, il crooner ibleo belga.

Poi c’erano quei fenomeni di covering estremo, ma trasparente, non erano tarocchi, dei sassofonisti di facile ascolto.

L’epoca di Gil Ventura, e, soprattutto, di Fausto Papetti.

Saccheggiando le hit parade italiane ed internazionali, Fausto Papetti rilasciava con frequente periodicità, LP con donnine discinte in copertina, che anestetizzavano qualunque guizzo musicale nella stessa marmellata mono sapore e mono colore del suo tranquillo sax, ad uso e consumo dei fruitori distratti di musica di facile ascolto, di ambiente, un lounge ante litteram, ancora meno caratterizzabile del lounge stesso.

Fausto Papetti prendeva le canzoni di maggior successo del momento, e ne restituiva una versione centrifugata, una spremuta senza polpa e semi, buona per ogni palato.

In ogni casa italiana c’erano alcuni LP di questo tipo.

Domenica sera sono andate in onda le prime due puntate di Noi, il remake della serie che ci ha aiutato a traghettare il lockdown, This Is Us. Il capolavoro di Dan Fogelman, con le vicende della famiglia Pearson a partire dal suo perno Jack Pearson, Milo Ventimiglia.

L’arrivo di questa versione italiana ha suscitato infinite polemiche e battibecchi sui social tra i puristi, sostenitori dell’intoccabilità dell’originale ed i favorevoli alla regionalizzazione, alla maggiore aderenza alle tematiche familiari più specificatamente italiane.

Forse solo due puntate sono poche per trarre una conclusione definitiva, ma a caldo alcune osservazioni importanti mi sento di farle, in forza solo della mia sincera passione per la serie originale, in generale della mia passione di spettatore, disarmato di apparati critici accademici.

Andiamo per argomenti.

I tempi della serie. La forza del 18.

Gli appassionati della serie sappiamo che i numeri che circolano in questa serie non sono casuali. Nell’ottica di stabilire delle regole al caso, per confermare l’ipotesi che i fili delle nostre vite sono tutti intrecciati, iniziano e finiscono e cambiano di colore, riflettendosi l’uno nell’altro, Dan Fogelman ha costruito uno schema numerico temporale ferreo.

Ogni stagione ha diciotto episodi, le stagioni saranno sei.

Il primo episodio mette in relazione il trentaseiesimo compleanno di Jack, 31 agosto 1980, giorno della nascita dei Fantastici Tre, con il loro trentaseiesimo compleanno, alternando scene del 1980 e scene del 2016.

All’approssimarsi del loro diciottesimo compleanno avviene l’evento cruciale su cui si impernia tutta la serie. Jack ha cinquantaquattro anni.

La serie si concluderà (stiamo aspettando gli ultimi episodi della sesta stagione) quando i tre fratelli compiranno cinquantaquattro anni.

La loro vita quindi sarà suddivisa in tre parti di diciotto anni ciascuna: dalla nascita all’evento cruciale; dall’evento cruciale all’inizio della serie; la parte di vita seguita dall’inizio alla fine della serie.

Di tutto questo schema ferreo, che gli appassionati riconosceranno come essenziale alla narrazione e alla costruzione delle storie della famiglia raccontata, nella riduzione italiana non vi è alcuna traccia.

Il compleanno dei tre fratelli con cui inizia la serie è il trentaquattresimo, non sappiamo quanti anni compia Pietro/Jack, la nascita dei tre fratelli avviene il 13 giugno 1984, giorno dei funerali di Enrico Berlinguer, come ci suggerisce la televisione in ospedale.

Inoltre gli episodi della prima stagione saranno dodici e non diciotto.

Forse non sarà una gran perdita, ma a me disorienta.

Il montaggio.

Caratteristica distintiva della serie originale è il rigoroso montaggio che alterna le vicende vissute dai protagonisti, nei vari periodi presi in esame, sottolineando ricorrenze ed analogie, e differenze funzionali. Tutto rigorosamente dentro lo schema temporale sopra descritto, che viene confermato anche rapportando le vicende avvenute prima del 31 agosto 1980 alle vicende successive. In alcuni casi portando a tre i piani narrativi sovrapposti.

La raffinata tecnica dei salti temporali sovrapposti sublimata nell’accurato montaggio è una delle armi vincenti della serie.

L’effetto di questo montaggio moltiplica le emozioni provate, amplifica la nostra sensibilità, risuonando sulle varie epoche raccontate con il medesimo sentimento.

Avendo perso lo schema temporale suddetto, anche il montaggio dei primi due episodi è più semplificato, più didascalico, non supporta ed amplifica le emozioni indotte dai racconti.

La lunghezza delle stagioni.

Le due semplificazioni appena accennate, del montaggio e dello schema ferreo temporale, e la riduzione della numerosità degli episodi, generano inevitabilmente una sintesi degli avvenimenti.

In questo modo a Noi manca tutto il lavoro di preparazione ai singoli eventi, che in This Is Us vengono annunciati a step, e lentamente, creando quell’attesa e quella curiosità che moltiplica ancora l’emozione provata.

Il ritrovamento di William, avvenuto così velocemente e senza tutto il pathos cui Randall ci ha abituato, ha perso molto dello smalto che aveva avuto nell’originale.

Pietro/Jack e Rebecca/Rebecca.

Pur con tutte le difficoltà incontrate, con i problemi che si sono succeduti nella vita di Jack e Rebecca, l’elemento costante in ogni episodio è la forza, l’intensità e la qualità dell’amore che condividono. La loro capacità resiliente di affrontare e superare qualsiasi cosa (e non mancheranno occasioni davvero pesanti) insieme, poggiando sul loro amore e solo su quello.

Pietro e Rebecca già di fronte alle ovvie difficoltà di gestione di tre “gemelli” si esibiscono in violente ed isteriche liti, forse più realistiche, (più italiane?), ma che non abbiamo mai visto in alcuno dei 108 episodi originali.

Decisamente uno scarto negativo rispetto all’originale.

I caratteri dei personaggi.

Non mi esprimo sulle capacità recitative dei protagonisti, attenderei ancora qualche episodio. Ma posso già esprimere la mia insoddisfazione per la caratterizzazione del personaggio di Carlo/Kevin e di Rebecca, che nella versione matura è palpabilmente non credibile.

Tra i tanti cambiamenti e le localizzazioni la produzione ha scelto di mantenere Daniele/Randall come personaggio di colore, ma ha aggiunto un matrimonio misto che fa prefigurare l’assenza dei tanti sviluppi sul tema razzismo che quella linea narrativa ha affrontato.

Più simpatico, (più italiano), il personaggio di Toby/Teo.

Nel complesso l’impressione maturata dai primi due episodi è insoddisfacente.

Ho avuto l’impressione che si tratti di una cover alla Papetti.

Una riduzione a beneficio dello spettatore medio di Raiuno, poco propenso alla fruizione in streaming, poco avvezzo alle sofisticatezze della recitazione e del montaggio delle serie Tv americane. Uno spettatore che può trovare agevole seguire una vicenda familiare come quella di This Is Us, ma con volti e situazioni più riconoscibilmente italiani, più semplificata, meno articolata, meno lunga, contenendo i picchi in un senso o nell’altro.

Una spremuta di This Is Us, senza polpa e fastidiosi semi, pellicine, o filamenti di callo residuo, come le cover di Fausto Papetti.

Grazie, ma io preferisco l’arancia a spicchi.

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