Il centenario di un Poeta che ne visse solo metà

Al funerale di Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia urlò la sua invettiva, dicendo che era morto un Poeta, e che Poeti come Pasolini, ne nascono uno ogni secolo.

Questo 2022, ormai noto per altre tragiche ragioni, ricorre il centenario della nascita di Pasolini. Il secolo di cui fu Poeta solo per metà.

Questo blog non ospita riflessioni accademiche, forbite e professionali, ma racconti emozionali ed emozionati, del curatore di questo blog. Riflessioni estemporanee e personalissime senza pretesa di completezza o esaustività.

Per sottolineare la ricorrenza ho scelto due letture:

PASOLINI.Morire per le idee” di Roberto Carnero Bompiani

Caro Pier Paolo” di Dacia MarainiNeri Pozza

Il primo una analisi ben condotta e molto trascinante, quasi fosse un romanzo, della vita artistica di Pasolini, delle sue vicende umane e delle sue scelte artistiche.

Il secondo un affettuoso ritratto epistolare, tra ricordi, sogni e parole mai dette, dell’uomo e del Poeta, da parte di un’amica cara e vicina, compagna di avventure, di viaggi, di vita artistica.

Da entrambi emerge la figura di un Poeta libero, dotato di capacità di osservazione, di prefigurazione e di visione, un uomo gentile e coraggioso, le due doti umane per eccellenza che indica Carofiglio.

Questa è una costante dell’atteggiamento di Pasolini: non negarsi mai al confronto, ascoltare con pazienza le ragioni dell’altro, indurlo con pacatezza a pensare e riflettere.

Un Maestro, un intellettuale, una voce libera e pedagogica. Un pedagogo di massa, come lo ebbe a definire Enzo Golino.

Dunque Pasolini è stato un maestro, ma nel modo in cui […] uno può oggi essere […] maestro per qualcun altro. E cioè un maestro che non nasconde la propria fragilità, la propria impotenza. Più che un padre, rassicurante, solido e anche sempre distante, un fratello maggiore, un po’ vitalista e sofferente, spavaldo e inaspettatamente indifeso.

Lo scandalo, il corpo, la croce.

L’elemento comune alle due letture, ma anche l’elemento necessariamente fondante per comprendere completamente Pasolini, la sua poesia, ed il suo ruolo nell’arte e nella società, sta proprio nella visione olistica, intera, rotonda e complessa della sua vita e della sua morte.

Nel caso di Pasolini, le sue scelte di vita e le sue scelte poetiche sono indistinguibili. Il corpo del Poeta e la sua anima non vivono se non insieme.

Non si comprende la sua opera poetica se non si comprende e condivide la sua vita carnale, sensuale, il suo rapporto con l’amore, con il sesso, con la madre, con le donne, con i ragazzi, con amiche ed amici.

Non si comprende appieno la sua poetica, se non si comprende nell’analisi la sua morte, tragica, pubblica, attesa, costruita, subita. Croce cui affliggere il Poeta.

Non è tanto l’omosessuale che hanno sempre condannato, quanto lo scrittore su cui non ha fatto presa l’omosessualità come mezzo di pressione, di ricatto perché rientri nei ranghi. In realtà lo scandalo è sorto non solo dal fatto che non tacevo la mia omofilia, ma anche dal fatto che non tacevo nulla. Pasolini

Per Pasolini, comunista rifiutato, privo del conforto cattolico o cristiano, è proprio la figura del Cristo, la figura in cui si riassume la indistricabile correlazione tra vita e messaggio, tra vita e morte.

Il poeta si chiede se il senso della tragica esposizione di Cristo sulla croce e del suo stesso sacrificio non risieda proprio nello “scandalo”, cioè nell’esempio di testimoniare ciò in cui si crede (o ciò che si è) anche a costo dello scherno, della derisione, del rifiuto e della violenza di cui in tal modo si rischia di essere fatti oggetto da parte della società benpensante. È quasi un programma di vita, che Pasolini nella sua vicenda personale e artistica avrà il coraggio di perseguire fino in fondo.

E quindi scandalo sia.

Offerta provocatrice di un corpo, di una pratica, di una ricerca, di una tensione poetica, si profondamente poetica, come la sua poesia.

Ad ogni costo, contro ogni rischio, smantellando con doppia mossa Morale e potere. Borghesia e potere. Cultura e potere.

Sempre Moravia disse:

Egli [Pasolini] sapeva di essere scandaloso; ma ignorava il pericolo che correva scandalizzando una classe come la borghesia italiana che in quattro secoli ha creato i due più importanti movimenti conservatori d’Europa, cioè la controriforma e il fascismo.

Il Vangelo Secondo Matteo con la mamma Susanna, addolorata sotto la croce, è il culmine di questa scandalosa ricerca, della sua altissima Poesia.

Una altissima invocazione religiosa, si religiosa, da parte di chi aveva visto in anticipo la degenerazione, l’ipermercato, contro sui si scaglia oggi il Vescovo di Noto.

Alla fede in Dio e nella Chiesa, frutto dell’ignoranza, è subentrato il nuovo credo consumistico, che per Pasolini è ancora peggiore.

Il costo di questa scelta programmatica, originaria, è altissimo e personale. Una sofferenza patita nelle pieghe dell’anima e della carne, esposta oscenamente nei suoi versi. Sbattuta in faccia a chi ostenta la sua sordità.

Nulla è più terribile
della diversità. Esposta ogni momento
gridata senza fine – eccezione
incessante – follia sfrenata
come un incendio – contraddizione
da cui ogni giustizia è sconsacrata.

L’amore.

Pasolini visse tutta la vita in cerca d’amore. Una disperata ed infruttuosa ricerca d’amore. L’amore fu l’unica cosa per cui valeva la pena vivere, financo morire, un pretesto per morire.

Infine (ma quante altre
cose si potrebbero ancora dire!),
benché sembri assurdo, per un simile affetto,
si potrebbe anche dare la vita. Anzi, io credo
che questo affetto altro non sia che un pretesto
per sapere di avere una possibilità – l’unica –
di disfarsi senza dolore di se stessi.

Dacia Maraini ci restituisce l’immagine dell’uomo, dolorosamente e vanamente innamorato di Ninetto Davoli, il riccetto. Oppure altrettanto dolorosamente, e forzatamente represso, innamorato di Maria Callas, che immancabilmente, invece, se ne innamorò, perdutamente, ed altrettanto infelicemente.

Dolorosamente consapevole della sua impossibilità d’amare, ha barattato la quantità con l’intensità. 

Il tuo corpo ti trascinava sempre verso la freccia avvelenata dell’amore sacro e folle, rapido e solitario nei riguardi di corpi di giovinetti appena sbocciati al piacere. Un amore senza amore, quello sublime e malato di Don Giovanni che fa i conti con i corpi conquistati, senza mai fermarsi a conoscerne uno a fondo: «E in Ispagna son già mille e tre».
Solo che Don Giovanni era fiero del suo delirio sessuale e se ne vantava come di una sfida orgogliosa al buonsenso sociale e morale del suo tempo bigotto. Mentre tu ti assolvevi a stento di quegli amori teneri e mai violenti, basati sul gioco, ma nonostante l’assenza di ogni rapina e di ogni violenza, ti rimproveravi di quei piccoli furti erotici e ti inchiodavi mani e piedi alla croce per fare tacere il tuo senso di colpa.”

La sua sublimazione di questa dolorosa contraddizione, di questa insaziabile voglia d’amare, di questa impossibile ricerca del corpo della madre, passa attraverso la Poesia, ancora una volta ponte tra intimo e pubblico.

Pasolini pensa alla scrittura poetica come scrittura privilegiata, luogo dell’assoluto, dove ogni asserzione diventa verità e il privato può presentarsi come universale.

La poetica verista. L’eredità di Verga.

La sua scelta iniziale è riparare nel dialetto friulano. La lingua tagliente di Casarsa, luogo materno e natio. 

Pasolini individua nel superamento dei dialetti, nella omologazione culturale galoppante (in realtà più profetizzata che vissuta, visti gli sviluppi nei quasi cinquant’anni dopo la sua morte) l’innesto della corruzione, della trasformazione borghese che degrada l’uomo.

Ma la scelta del dialetto friulano non è una scelta in questo quadro ideologico, è una scelta puramente estetica, come dirà, legata ai suoni delle parole, alle armonie dei versi.

Le successive elaborazioni poetiche ed i primi romanzi terranno conto di questa ricerca dell’Eden da cui l’uomo si è autoescluso.

Questa ricerca di un vero originario, l’uso estremo dell’artificio della regressione, riportano a Verga. 

La suggestione che cogliamo in questo anno di anniversari, riguarda la coincidenza tra morte di Verga e nascita di Pasolini. Un simbolico passaggio di testimone.

Pasolini non opta, come aveva fatto lo scrittore siciliano, per la trascrizione del dialetto (cioè il parlato dei personaggi) in un italiano che del dialetto conservi semmai le movenze sintattiche e certa fraseologia; la sua soluzione è più radicale: mettere sulla pagina direttamente il dialetto romanesco o, se vogliamo, “romanaccio”, il romano parlato nelle borgate, nei suburbi, non il romanesco illustre, dotato di una sua tradizione letteraria, di poeti come Giuseppe Gioacchino Belli o Trilussa, ma quello di una certa malavita di quartiere, una lingua gergale contaminata dai dialetti del Sud della recente migrazione interna. Si trattava di un gergo inciso nel gergo: eloquio di banda, inventato per cifrare la comunicazione fra amici, al fine di escludere chi amico non è; ma era anche gergo testimoniale di un tragico ghetto, di una ammalata marginalità umana.

I Ragazzi di Vita come nuovi vinti, agitati da passioni e mossi da istinti, veri, sentiti, provati nella carne e nel sangue.

Vinti destinati a essere sempre vinti. Appena ottenuto un relativo miglioramento di condizione, inizia la corruzione morale dall’interno, la disgregazione del patrimonio “naturale” che contestualizza le loro vite.

La critica sociale.

La borghesia, così non è fatto di censo, ma una disposizione dell’animo, una trappola, una deriva cui l’uomo non sa sottrarsi.

Borghesia, allora, non sarà più una classe, ma una condizione antropologica, un’attitudine psicologica diffusa presso tutti gli strati sociali che si basa sulla distruzione dell’originario patrimonio della millenaria civiltà contadina e popolare, a vantaggio della nuova società di massa.

In questo quadro, la sua apparentemente incomprensibile condanna della scuola media unificata, della televisione, mezzo autoritario senza contraddittorio, trova una chiave di lettura. Diventa la moneta con cui scambiare la sua contraddizione comunista.

La scuola dell’obbligo, la media unificata consentirà a tanti di sfuggire all’analfabetismo. La Tv di Bernabei portava la cultura in televisione, il teatro, la letteratura, la poesia, la musica (almeno in confronto all’offerta dei cinquant’anni successivi).

Perché Pasolini le combatte allora? Perché non gioisce del progresso sociale che prospettano?

Perché la scuola dell’obbligo è una scuola di iniziazione alla qualità di vita piccolo-borghese: vi si insegnano delle cose inutili, stupide, false, moralistiche e perché è stata la televisione che ha, praticamente (essa non è che un mezzo), concluso l’era della pietà, e iniziato l’era dell’edonè, vale a dire dell’edonismo consumistico e della mentalità materialistica su cui esso si basa.

Il cinema.

Altrove abbiamo detto che Verga, amante della fotografia, aspirasse al cinema, ma il cinema diventa mezzo di comunicazione abbordabile troppo tardi per lui, morto nel 1922.

Pasolini, nato nel 1922, non ha questo limite anagrafico. Dopo i primi romanzi intravede felicemente nel cinema le grandi potenzialità espressive e completa la sua regressione letteraria nei primi lavori e ci regala capolavori di valore assoluto.

Presto si rende conto del grande potere plastico narrativo che il cinema può offrire, oltre il neorealismo verista. I suoi film diventano poemi filmici.

Ma il cinema è fatto cosí: bisogna spezzare e frantumare una realtà intera per ricostruirla nella sua verità sintetica e assoluta, che la rende poi piú “intera” ancora.

Uno dei luoghi preferiti della mia anima sta nel cinema di Pasolini, in particolare nell’episodio “Che Cosa Sono Le Nuvole?”, tratto da Capriccio all’italiana. L’ho visto tantissime, innumerevoli volte. L’ho fatto vedere a tutte le persone che ho care, l’ho condiviso in molte forme.

Che cosa sono le nuvole? è una delle cose più belle e intense di Pasolini, con i suoi “burattini filosofi” a condurre “una riflessione densamente poetica sul senso dell’esistenza, sul rapporto tra l’apparenza e la verità, tra l’agire e il pensare, e soprattutto, tra la nascita, il breve barlume di coscienza che è la vita, e la morte.

Un delicato regalo all’umanità. La più alta lezione di vita del Maestro per i suoi alunni sparsi nel mondo, tra le generazioni, una luce, uno squarcio, sulla “straziante meravigliosa bellezza del creato”.

La morte.

Entrambi i libri a cui ho riservato la funzione di accompagnarmi in questa celebrazione centenaria, secolare, danno un grande spazio alla sua morte.

Come abbiamo detto all’inizio, la sua morte è componente essenziale della sua poetica. La illustra e la spiega, la definisce.

Profeticamente aveva scritto:

È dunque assolutamente necessario morire, perché finché siamo vivi, manchiamo di senso, e il linguaggio della nostra vita […] è intraducibile: un caos di possibilità, una ricerca continua di relazioni e di significati senza soluzione di continuità. La morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile (nell’ambito appunto di una Semiologia Generale). Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci.

La morte ha la funzione del cinema, quindi, che frantuma la realtà per creare una verità sintetica e assoluta, più intera ancora.

Ci vuole equilibrio, ci vuole amore per la verità, ci vuole amore, per evitare di trasformare questa attenzione al senso, alla verità intera della morte, in una perversione, bigotta e moralista, che offuschi ed annebbi la fulgida luce dell’opera del Poeta.

Bisogna evitare che l’uomo Pasolini finisca con il fare ombra al Pasolini scrittore, cineasta e intellettuale, che la questione biografica, per quanto drammatica e alla fine tragica, oscuri la portata dell’opera pasoliniana. Anche perché, se si assume la prospettiva più corretta, si capisce, ancora una volta, quanto i due aspetti, vita e arte, siano in Pasolini strettamente legati tra loro.

Con questa cautela, con questa cura e delicatezza, cogliamo la sete di verità, di Dacia Maraini. Legittima, necessaria, essenziale per ridare ancora più senso alla sua arte.

Se potessimo interrogare te potremmo finalmente sapere chi ti ha ucciso, Pier Paolo. Ma per noi i morti sono silenziosi e assenti, mentre per i popoli arcaici che tu amavi, i defunti parlano e rivelano i pensieri nascosti dei vivi. Perché, a questo proposito, non aprire di nuovo il tuo fascicolo? Perché, senza interrogare i morti, non approfondire, con i nuovi sofisticatissimi strumenti tecnologici di cui disponiamo, il segreto del tuo supplizio?

Dal libro di Carnero ricaviamo lo spunto aggiornato che oggi ormai esclude la solinga, ed incredibile fin dal primo giorno, azione di Pelosi, come ebbe a confessare prima della sua morte. Ci colpisce la suggestione che legherebbe anche questa morte, questa violenta e vigliacca, riduzione al silenzio della voce del Poeta, al crocevia di tanti misteri italiani: il falso incidente all’elicottero di Mattei a Bescapè.

Il mistero che incrocia mafie, superpotenze, interessi economici giganteschi, poteri politici, e che già costò la vita al giornalista Mauro De Mauro, tre anni prima di Pasolini, durante le ricerche giornalistiche legate alla lavorazione del film di Francesco Rosi.

Questo spunto rimetterebbe al centro l’incompiuto Petrolio, quale occasione di ricerca e di indagine, che occorre spegnere nel sangue, nell’ignominia, mascariare  definitivamente e nascondere sotto la sabbia del litorale di Ostia.

Un sogno di allegria.

L’epistolario virtuale di Dacia Maraini si chiude con un’immagine felice, un’immagine allegra che restituisce senso e dignità alla vitalità dell’uomo Pasolini.

Nel mondo contadino a te cosí caro, si danzava, Pier Paolo. Ci si raccoglieva attorno a un suonatore e si ballava dopo la raccolta, si ballava all’inizio della vendemmia, si ballava per l’uccisione rituale del maiale, si ballava per la nascita di un bambino o per il matrimonio di una giovane coppia, ma perfino per la morte di un membro importante della comunità.

E cosí noi ballavamo, seguendo il ritmo dei tamburi, con una gioia del movimento fine a sé stesso. I piedi andavano da soli, battevano, giravano, saltavano, giocavano, niente avrebbe potuto fermarli, le braccia si levavano in alto, poi tornavano a intrecciarsi, le mani cavalcavano l’aria, le teste giravano come trottole e il vento faceva fluttuare le nostre camicie, mentre i nostri occhi si riempivano di allegria.

Il rimando immediato è al primo episodio di Caro Diario di Nanni Moretti. L’episodio che in tripudio sinestetico chiude la passeggiata in Vespa a Ostia nel luogo della tragedia, sulle note del Koln Concert di Keith Jarrett, mostrando le immagini del degrado e dell’abbandono dell’altare sacrificale del Poeta del secolo.

In quell’episodio, Moretti, redivivo, scopre l’energia del ballo, rivaluta Flashdance e balla egli stesso davanti ad un bancone di un bar, e ad una manifestazione di piazza.

In questo ritorno al primordiale, al movimento ritmico, estatico, dionisiaco, ritroviamo il senso della sua opera intera.

Il suo corpo che danza, che agita le mani, che crolla la testa, fa saltare i piedi, si unisce alla natura, senza più dolore, senza più vergogna, senza più odio, accanimento, ingiustizia, delusione, arsura, insoddisfazione.

Il Maestro, il pedagogo di massa, ha cercato di insegnarci a danzare in armonia con la Terra e l’Uomo, senza bisogno di cercare un Dio, sconfiggendo la corruzione del potere, di ogni potere.

Chi non lo ha capito, o lo ha temuto, lo ha abbattuto mentre si alzava in volo.

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