Tra Fava e Bellocchio, un romanzo keynesiano (sic) – Dimmi cosa vedi tu da lì di Guido Maria Brera – Solferino

All’università rimasi affascinato dalla figura e dall’opera di John Maynard Keynes, come ho più volte scritto in questo blog.

Al momento di fare la tesi proposi al mio relatore una ricostruzione storica della sanguinosa e violenta “guerra” accademica tra sostenitori della ispirazione keynesiana (necessità dell’intervento dello Stato in economia per sopperire alle inefficienze del Mercato) e sostenitori della ispirazione neoliberista, nelle sue varie forme (assoluta inutilità, anzi dannosità, dell’intervento dello Stato in economia, vista la assoluta capacità autoregolatrice del Mercato).

Il mio relatore non ne volle sapere. Mi impose un argomento meno suggestivo, meno letterario. Uno studio sulla Curva di Phillips, l’interpolazione statistica tra tasso di inflazione e tasso di disoccupazione in un secolo in Inghilterra (1861 – 1961).

Ma io, ostinatus obduro.

Utilizzai lo strumento Curva di Phillips per raccontare la sanguinosa e violenta “guerra” accademica tra Keynes ed il resto del mondo.

Con modesta soddisfazione ho seguito insieme a mio figlio la prima stagione de I Diavoli, la serie Tv Sky con Alessandro Borghi e Patrick Dempsey. La prima serie Tv che avrebbe dovuto spiegare i contorti meccanismi della finanza e le sue influenze sulla vita quotidiana di tutti. Un racconto della crisi del 2008, con il tentativo di attribuire colpe e responsabilità a categorie precise di finanzieri senza scrupoli.

L’autore del romanzo cui si è ispirata la serie de I Diavoli è Guido Maria Brera, che questo mese torna in libreria con un nuovo romanzo dal titolo ispirato da una canzone di Francesco De Gregori: Dimmi cosa vedi tu da lì.

Ma non è tanto il titolo. È il sottotitolo che mi ha fatto sobbalzare.

Un romanzo keynesiano.

Mi ci sono fiondato.

Sono stato trascinato in una curiosa caccia ai fantasmi, ad un fantasma in particolare, durante la quale Brera racconta la sanguinosa e violenta “guerra” accademica (e politica) tra Keynes ed il resto del mondo.

Fino alle ore immediatamente precedenti l’invasione russa in Ucraina.

Una academic fiction rigorosa e accattivante. Appassionante come un romanzo, illuminante come un saggio.

Con grande capacità ed umanità, Brera ci illustra dove sta il nocciolo del confronto, dove sta la “dimenticanza” di chi respinge l’approccio keynesiano.

Muovendosi in un mondo frastornato dalla pandemia, ritrova la lucidità per ricostruire le dinamiche che hanno portato a queste drammatiche conclusioni che stiamo attraversando.

Riesce ad indicarci con la stessa chiarezza dove si trova l’uscita dal tunnel, come arrivarci e come attraversarlo fino alla luce.

Pippo Fava era un giornalista, commediografo, intellettuale dedicato alla lotta alla mafia, alla indagine sociologica e di cronaca sulla mafia, capace di sfidarla occhi negli occhi, fino a quando quegli occhi incontrarono lo sguardo gelido dietro una pistola in una fredda sera di gennaio del 1984.

Tra gli altri lavori pregevoli di Pippo Fava, risaltano alcune opere teatrali.

La violenza”, commedia che si svolge in un’aula di tribunale, alla ricerca di cause e dinamiche della sopraffazione mafiosa, divenne anche un film di grande impatto civile: “La Violenza: Quinto Potere”, per la regia di Florestano Vancini, con straordinari interpreti, Enrico Maria Salerno, sopra tutti.

In quella commedia ed in quel film ad un certo punto si evidenzia che un uomo lo si può uccidere in tanti modi, ma quello più subdolo e più efficace è quello di togliergli la dignità, di privarlo dei suoi diritti, di trasformare tutto ciò che riguarda lui stesso o la sua famiglia, in una graziosa e capricciosa concessione.

Un uomo ridotto a dipendere dal capriccio, dalla violenza, di altri per ottenere pane e diritti, è un uomo morto, un prigioniero, uno schiavo, non è più un uomo.

Qui sta la “dimenticanza” dei neoliberisti.

Keynes ed i suoi fedeli discepoli hanno sempre ben fisso al centro del proprio pensiero, che dietro le cifre ci stanno uomini e donne, che meritano che la loro libertà sia accompagnata dalla dignità.

Il lavoro umano è il nocciolo della questione.

Il valore del lavoro umano.

Il valore della dignità del lavoro umano.

La libertà senza dignità semplicemente non è.

Una teoria economica ed una politica economica che dimentichino di tenere al centro questa consapevolezza, che trascurino il valore della dignità del lavoro, non sono una teoria o una politica economica umane.

Brera è bravo a ricordarlo sempre in tutto il racconto. A ricordarlo a noi che, appassionati alle vicende, leggiamo questa straordinaria avventura umana come un romanzo. Un romanzo keynesiano, appunto.

Brera riconosce di avere avuto buoni maestri, di non averli mai dimenticati, anche quando si sono dileguati come fantasmi.

Il fantasma alla cui caccia si dedica fin dall’inizio è il professor Federico Caffé, scomparso letteralmente in un’alba di aprile del 1987.

Il professor Caffé, mito assoluto dei miei anni accademici, i cui scritti ho letteralmente divorato, rappresenta l’incarnazione archetipica del keynesiano puro.

Brera ce ne restituisce una immagine brillante, acuminata, una personalità con taglio a diamante, che incide in profondità sulle contraddizioni dei sistemi economici neoliberisti e sugli ispiratori accademici di quelle politiche.

Nel racconto di questa storia di un’idea di mondo trova spazio anche un racconto specifico delle vicende economiche del nostro Paese.

Vicende che si intrecciano con la storia, che inevitabilmente è una storia di violenza, di risoluzione armata dei conflitti economici, politici e sociali, come il colpo di coda delle BR che assassina l’allievo prediletto, l’erede ideale accademico del professor Caffé, Ezio Tarantelli.

L’indagine sulla scomparsa di Caffé, non è incentrata sulle modalità. Brera non rifà il verso a Sciascia e alla sua indagine sulla scomparsa di Majorana. Brera cerca di capire perché il professor Caffé matura l’idea della scomparsa, perché in quel momento storico, perché scegliere di sottrarsi al mondo, anziché perseguire il proprio obiettivo di studioso.

La scomparsa è una forma di suicidio pudico.

Proprio il professor Caffé, pochi giorni prima dell’alba in cui scomparve, commentando il tragico volo dalle scale di Primo Levi, trascinato dal peso della sua memoria, disse: “Perché così? Con i parenti che vedono…”.

Ma Brera fa un salto ancora in avanti. Non è solo pudore a spingere alla scomparsa e ad evitare l’osceno suicidio. Chi scompare si vuole riservare una eventuale possibilità di tornare, di riprendere il discorso interrotto, perché fattosi insostenibile.

Così, come nel sogno di Marco Bellocchio che riportò Moro/Herlizka a passeggio per Roma in un’alba di liberazione dalle BR, Brera fa tornare in cattedra per un’ultima volta Federico Caffé. Gli consente di tenere una spettacolare ultima lezione in cui rileggere i trentacinque anni passati senza la sua voce, alla luce del suo rigore di pensiero.

FEDERICO CAFFE’

Dalla voce di Caffè ascoltiamo una suggestiva visione che ci spiega perché le vicende del mondo abbiano preso questa piega. Perché la pandemia ci abbia colpiti così duramente. Perché siamo arrivati ad avere di nuovo la guerra sul suolo di Europa.

Ci permette di ascoltare quali siano le strade da percorrere per ridare fondamento umano a questo sistema economico e sociale, che spesso lo perde.

Federico Caffé allora, può ancora insegnarci a ridare dignità alla libertà, secondo l’insegnamento, l’attenzione e la cura di John Maynard Keynes.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

2 pensieri su “Tra Fava e Bellocchio, un romanzo keynesiano (sic) – Dimmi cosa vedi tu da lì di Guido Maria Brera – Solferino

  1. Anche se partiamo da posti lontani in tempi diversi, riusciamo sempre ad incontrarci. Grazie per la recensione e per l’approfondimento:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.