VI PRESENTO GINGOLPH

E’ giunto il momento di una presentazione più congrua, più completa, organica.

Quindici pennellate per un ritratto.
Quindici foto per un racconto.
Quindici passioni da vivere.

Quindici post pubblicati su Facebook ogni martedì e venerdì nelle settimane precedenti.

Qui raccolti tutte insieme, per chi non volesse perdere tempo a cercarli.

1 – Vi Presento Gingolph

Gingolph è il mio alter ego, esiste da oltre quarant’anni. 

Negli ultimi tre anni ha assunto una dimensione pubblica, grazie al blog che curo e che ne porta il nome.

Forse è giunto il momento di razionalizzare un po’ di cose che ci stanno dentro, che ci stanno dietro, che ne fanno una realtà.

Tra ego ed alter ego ci sono molti fili intrecciati e rimandi e rincorse.

Ho vissuto una bella storia familiare, composta dalle tante famiglie a cui appartengo e che è confluita nella storia della mia propria famiglia, che seguirà ancora dopo di me.

Ho vissuto una bella storia professionale, con alti e bassi, come tanti, ma di cui sono contento, e che riserva ancora scampoli di sorpresa e divertimento.

Ho avuto tanti amici, che ho amato particolarmente, con cui ho condiviso momenti e situazioni, ed ho sempre uno spiraglio aperto per nuovi amici, o nuove situazioni.

Ho avuto tante passioni, tanti desideri, e anche tante amarezze., ma non riesco a smettere di appassionarmi.

Dalla prossima puntata parleremo più propriamente di Gingolph, l’alter ego.

2 – Perché Gingolph?

Era d’estate. Primi anni di liceo. Leggevo appassionatamente libri su libri.

Quell’estate la passione si accentrò sul secondo romanzo di Bufalino, Argo il cieco. La storia di un amore impossibile tra un docente ed una allieva. Il protagonista del romanzo indaga su se stesso, sulle sue passioni. Cerca di ricostruire come sia diventato così romantico, quali letture lo abbiano portato a dipendere dalle passioni.

Elencando le sue letture giovanili, tra le altre cita un romanzo francese di Bazin, Gingolph l’abbandoneè.

Una folgorazione. 

Immediatamente si materializzò il mio alter ego, Gingolph l’abbandonato. D’altronde andava sempre così anche all’ego, non solo all’alter. Mi lasciavano sempre.

Gingolph divenne il mio pseudonimo in ogni attività, giochi, le prime esperienze di rete internet. 

In tante sessioni di Dungeon & Dragons il mio personaggio era il Mago Gingolph. 

Piccoli video amatoriali, elaborazioni grafiche, componimenti, tutto veniva firmato da Gingolph (spesso proprio by Gingolph).

Ora sapete perché da più di quarant’anni mi chiamo Gingolph.

3 – Perché un blog?

Ho sempre amato condividere le mie emozioni con gli altri.

Ogni libro letto, ogni film visto, disco ascoltato cerco sempre altre persone con cui confrontarmi, verificare le mie opinioni, arricchirle con i rimandi di altre emozioni, diverse, differenti, multiple.

Prima dei Social, mi rivolgevo ai contatti personali, in conversazioni dirette, più o meno accese, anche notturne, a volte estenuanti.

In occasione della morte di Giovanni Paolo II, tentai un esperimento: inviai una mia riflessione via mail a tutti i miei contatti per avviare un dibattito.

Son figlio unico, come cantava Riccardo Del Turco, cerco sempre il confronto con gli altri.

I social furono una scoperta. Cominciai a postare pensieri, ricordi ed emozioni da condividere. Ma erano fiori sparsi senza un tema, un progetto.

Una carissima amica mi consigliò di aprire un blog.

Dal 2019 raccolgo tutti questi pensieri in un unico contenitore, organizzato, stabile, aperto a tutti, oltre i miei contatti.

Il blog ovviamente si chiama: 

…e tu che ne pensi Gingolph?

Questi pensieri hanno inaspettatamente trovato i loro venticinque lettori (mi hanno pure intervistato…)

4 – Ascoltare musica

Tutto cominciò con la musica.

I miei genitori amavano la musica, ne ascoltavano tantissima. Quando si sposarono unirono le loro raccolte di dischi (rigorosamente 45 giri) scoprendo le tante sovrapposizioni, indizio di comunanza e di affinità.

Mi hanno raccontato così tante volte che ho finito per ricordarmene proprio io stesso, che appena in grado di stare da solo nel box, la mia collocazione ideale era seduto al centro con in mano il mangiadischi rosso e i tantissimi 45 giri doppioni dei miei (quindi, con libertà di frantumarli).

Ma se ne ruppero pochissimi.

In breve divenni un fenomeno da fiera per nonni, parenti e amici.

Pare che avessi una tecnica tutta mia particolare, prescolare e proprio pre verbale, di riconoscere i dischi tra loro, e mettere nel mangiadischi proprio il disco che mi veniva richiesto. (Baby Box DJ).

Il caso più sorprendente riguardava i 45 giri di una casa discografica di allora, la Durium, caratterizzata da etichetta nera, indistinguibile dal vinile vero e proprio, e scritta bianca, quasi argento. I dischi apparivano davvero molto simili tra loro. Eppure io distinguevo senza margine di errore Una spina, una rosa di Tony Del Monaco, da Cuore Matto di Little Tony.

Ora sapete come Gingolph ha iniziato ad amare la musica.

5 – L’amicizia

Nei primi anni della mia infanzia vivevo in un palazzo all’ultimo piano, senza cortile, che si affacciava su Piazza Adda. La piazza ritrovo degli adolescenti di alcune generazioni di siracusani.

Ma per un bambino, figlio unico, quella collocazione era claustrofobica.

Passavo tantissimo tempo in balcone a tessere relazioni con i vicini di balcone. 

Dal balcone che si vede alle mie spalle si affacciava Barbara, con cui inventavamo storie fatte di inseguimenti, salvataggi, tra carri e pistole. Ci sentivamo in un set di Sergio Leone (ma allora non lo sapevamo).

Dall’altro lato Daniela, frizzante come la Ferrarelle dove lavorava suo padre, con cui inventavamo storie meno avventurose e più fatte di famiglie e di figli.

Con Barbara e Daniela ci si  poteva toccare dai balconi confinanti.

Da un balcone di fronte (non ci si poteva toccare, per fortuna) partecipava Paolo, con cui riuscivamo sempre a litigare anche a distanza.

Già in queste prime esperienze si formò la consapevolezza che la vita è l’arte dell’incontro, come dice Vinicius De Moraes. Che ogni incontro richiede uno sforzo di adattamento, che ogni incontro offre opportunità di miglioramento, che imparare a sfruttare tutti gli incontri è davvero un’arte.

Poi, alla fine delle elementari cambiai casa, e gli incontri divennero addirittura multiculturali e multilingue, in quest’arte mi specializzai.

6 – Leggere

La nostra televisione era una Telefunken (solida qualità tedesca), 14 pollici, rigorosamente in bianco e nero.

Corpo in legno tendente al mogano, con gli inserti in plastica verdina.

Sul lato destro era stata fatta un’incisione e vi era stato aggiunto un pulsante che commutava da primo a secondo canale. Quando i miei l’avevano ricevuta in regalo da mio zio, nel 1963, non esisteva ancora il secondo canale.

Appena compariva il triangolino bianco nella parte bassa dell’immagine la curiosità era troppo forte, mi chiedevano di schiacciare il pulsante per vedere cosa stava cominciando nell’altro canale.

Mi piacevano tanto le pubblicità. Erano festose, allegre, comiche, a volte a cartoni animati. Carosello lo divoravo. 

Ho un ricordo nitido del ritrovare immagini e slogan della pubblicità nei poster lungo la via, quando uscivamo insieme. Stavolta erano colorati. Ricordo che risentivo jingle e musichette e battute della Tv, mentre li guardavo.

A forza di associare suoni e segni grafici, prima dei quattro anni imparai a leggere. 

Sorpresi mia mamma quando osservando il televisore Telefunken spento le chiesi cosa significasse la parola contrasto. Era scritta con le lettere in verticale accanto ad una delle manopole sul davanti. Gliela indicai e lei mi chiese: “ma come hai imparato a leggere?”

Da allora per quel D’artagnan imbronciato, quattreenne, l’edicola dei miei nonni fu come il tesoro in fondo alll’arcobaleno, inesauribile.

7 – Impegno civile (Sciascia)

La libreria dei miei genitori era piena di libri. La sezione curata da mio padre era particolarmente ricca di autori siciliani, di libri storici sulla Seconda Guerra Mondiale, di saggi e libri storici sulla Mafia.

La mie prime letture post fumetti partirono dagli struzzi Einaudi in brossura rossa di Leonardo Sciascia.

Da Sciascia appresi il rigore, la lucidità, la necessità di schierarsi, di testimoniare il proprio impegno civile, soprattutto contro la mafia (ed anche contro certa antimafia, anche se il suo corsivo sui Professionisti dell’Antimafia, fu un errore di valutazione gravissimo, ed altrettanto gravemente strumentalizzatissimo).

Le letture dei tanti saggi sulla storia della Mafia, da Pantaleone in giù, furono alla base del mio primo componimento diciamo social.

Al quinto anno di liceo ci inventammo L’Einaudito, giornale murale nell’atrio di ingresso della scuola, e di cui fui curatore.

Per inciso rilevo con immenso piacere che dall’anno scorso L’Einaudito, ovviamente digitale, è tornato a rivivere (mi hanno pure intervistato come anziano precursore…).

Tra gli altri articoli pubblicati quell’anno sul murale, pubblicammo una storia della mafia, scritta da me, basata su quelle approfondite letture, che ebbe un grande successo.

Anche a seguito di questa storia della mafia pubblicata sull’Einaudito, fui scelto dalla scuola per rappresentarla ad un incontro con l’allora Ministro della Pubblica Istruzione ed il presidente della Regione Siciliana, entrambi rigorosamente DC.

D’accordo con il mio insegnante di religione, gesuita, preparai un testo che tenni nascosto a tutti e, quando toccò a me, rinfacciai ad entrambi l’incoerenza della scuola che ci predicava pace e legalità, ma dal Governo tollerava i missili a Comiso e tollerava un Presidente della Regione Siciliana dai legami chiacchierati in odore di mafia.

Il mio intervento finì su tutte le televisioni locali, ebbi più di un quarto d’ora di notorietà a scuola. Fui aspramente rimproverato dal preside. L’insegnante fu trasferito. 

Ma anche in quell’occasione la verità e l’impegno civile non furono traditi.

8 – Guardare film

I miei amavano il cinema. Mio papà per motivi di lavoro aveva la tessera di libero ingresso ai cinema di prima visione, che erano molti di più di adesso. Il Supercinema Verga, il Vasquez, il Mignon, l’Ambra, l’Odeon, il Golden.

La passione per il cinema era così forte che spesso eravamo costretti a pianificare le visioni tra due cinema molto vicini, per consentirci di uscire da un cinema ed entrare nell’altro prima dell’inizio dello spettacolo.

Un ricordo particolare e vividissimo lo lego al SuperCinema  Verga, dove qualche anno più tardi avrei partecipato alle chilometriche code per Il Tempo delle Mele.

Nel 1978 andammo a vedere l’opera prima di un giovane regista comico, almeno allora lo definivano così. Ecce Bombo di Nanni Moretti.

Rimasi folgorato da quella scrittura cinematografica. Assimilai subito i tic di una generazione che non era la mia. Trovai spassosi molti dei riferimenti di quel film. Moretti divenne una mia personale mania. 

Quel film fu anche la prima occasione di aperto scontro generazionale con mio padre (non ne ebbi molte altre, visto che, involontariamente, due anni dopo si sottrasse definitivamente al confronto). 

La scena in cui Michele/Nanni schiaffeggia il padre non fu digerita da mio papà e pretendeva che io abiurassi non solo la scena, ma anche tutto il film ed il protagonista regista, macchiatosi di quella mancanza di rispetto intollerabile.

Amavo follemente mia mamma e mio papà, e mi è rimasto sempre il cruccio di non averlo dimostrato abbastanza, ma quella volta con un groppo nel cuore, resistetti e difesi oltre ogni ragionevole necessità scena, film, attore e regista.

Il cinema di Moretti mi ha accompagnato per tutta la vita. 

Nel 2019 ho coronato un sogno.

In occasione della proiezione del documentario “Santiago, Italia” al cinema Aurora di Siracusa, ho incontrato il mio idolo cinematografico, ho conversato con lui, ci siamo seduti accanto per assistere alla proiezione, l’abbiamo commentata insieme.

Che cosa posso volere ormai di più?

P.s. nella foto c’è anche colei che sopporta da troppi anni tutti i tic e le manie che i film di Moretti ed altri film mi hanno lasciato, e non smetterò mai di ringraziarla per questo…

9 – Sperimentare la leadership

Ad un certo punto la mia azienda volle rivoluzionare il concetto di leadership. 

Nella iconografia tradizionale ancora vigente, l’organigramma delle varie figure di sintesi viene rappresentato come una piramide, in cui al vertice siede l’amministratore delegato (ancora non lo chiamavamo CEO) e da cui discendono le varie figure di sintesi fino al più remoto reparto o filiale.

Questa rappresentazione misurando gli obbedienti che stanno sotto ad ogni figura,  misura il potere di quella figura. Ed è tutto un fiorire di Direttori, dalla D più o meno maiuscola.

Quell’anno la mia azienda ribaltò la piramide. La ridisegnò mettendo l’amministratore delegato, il vertice, in basso, e sopra tutte le figure di sintesi. L’ultimo strato superiore più ampio di tutti inglobava i clienti all’interno dell’organigramma. Una novità assoluta.

Così rappresentata la situazione la posizione nell’organigramma non misurava più gli obbedienti ed il potere. Ma a quante figure un vertice deve prestare attenzione e cura perché il lavoro venga svolto coerentemente con la vision e con la missione aziendale. Per ogni ruolo si può misurare al servizio di quante figure sia, partendo dall’AD che è al servizio di tutta la filiera.

In questo modo tutte le figure sono al servizio dell’ultima: i clienti,  vero dominus dell’azienda.

Da questo discese la ridenominazione di tutti i ruoli che eliminò il Direttore e la sua D più o meno maiuscola, e introdusse il Responsabile (di filiale, di mercato, di Area, ecc) con una R sempre più maiuscola.

In questo approccio più umano, più incentrato al cliente, mi sono trovato davvero a mio agio. 

Questo approccio l’ho mantenuto anche quando è passato di moda e sono tornati i Direttori. 

Ma esercitare questa leadership di servizio, mi ha dato la più grande soddisfazione professionale della mia vita.

10 – Guardare Film (Il Cineclub)

Se c’è una cosa che mette insieme l’amicizia, la passione per il cinema, e il gusto del cazzeggio è il CineClub.

Nato come bieco stratagemma erotico dei due bellimbusti in foto, si trasformò subito in una privilegiata occasione di incontro.

Lo schema ancora valido oggi, dopo oltre quarant’anni, è semplice, ma rigoroso. Io scelgo il film, lo tengo segreto, faccio una breve presentazione in cui spiego la scelta legandola, in senso molto lato, all’attualità, i partecipanti tentano di indovinare il film, ci godiamo il film. Parte il dibattito. Non serioso, non accademico, non professorale, libero cazzeggio sul film e sul tema collegato. 

Un simpatico brainstorming collettivo, divertente e divertito, condito da sane risate e scambi emotivi interessanti.

In quarant’anni sono accadute tante cose davvero significative, e tante ne abbiamo dimenticate. Ve ne racconto tre tra le più emblematiche.

1 – La Corazzata Potemkin di S. Eisenstein

Superando la folgorante satira di Paolo Villaggio, approfittando della pubblicazione con L’Espresso di tutta la cinematografia del padre del cinema russo, una sera abbiamo visto la Corazzata Potemkin (oggi tristemente tornata in punta di dibattito, per le tragedie di Odessa e dell’Ucraina).

Abbiamo potuto constatare quanto fosse moderno ed anticipatore l’utilizzo di alcune tecniche cinematografiche, riprese e montaggio soprattutto. Quanto abbia fatto scuola quella cinematografia, quanto sia rinvenibile quell’insegnamento in tanto cinema venuto dopo.

Abbiamo potuto smentire il rag. Fantozzi. 

La Corazzata Potemkin NON è una cagata pazzesca.

2 – Salò o le 120 giornate di Sodoma di P.P. Pasolini

La violenta frustata che Pasolini scudisciò alla borghesia piccola e media italiana, ubriaca di potere e di sopraffazione, poco prima della sua tragica ed ingloriosa fine, presenta scene che richiedono davvero forza e visione particolari.

Tra il pubblico ci furono reazioni e moti di fastidio davvero intollerabili.

Fummo costretti ad interrompere la visione prima della fine.

3 – L’Ultima Tentazione di Cristo di M. Scorsese

La rilettura, per molti versi poetica ed umana, dei Vangeli di Scorsese, fu messa all’Indice dalla Chiesa Cattolica. Ancora non ci spieghiamo perché, in verità.

Una nostra affezionata partecipante al CineClub, manifesta e fervente cattolica, si trovò davanti ad un bivio morale, alla proiezione di questo film. Risolse in un modo che ancora mi sorprende e che reputo geniale.

Voltò la sua sedia faccia al muro. Rimase senza guardare il film per tutto il tempo. Al momento del dibattito, ritornò faccia a noi, e si slanciò in una critica feroce verso quell’irredimibile violenza che per lei rappresentava il film.

Forse fummo meno allegri quella notte, ma il dibattito fu profondo e fecondo e ci appassionammo tutti, facendo le tre del mattino…

11 – Impegno civile (Pasolini)

Quando ero piccolo io, non c’era Halloween, c’erano i morti.

Nel 1975 era la seconda volta che mio nonno ci aspettava al cimitero, dove ormai dimorava, anziché scendere con noi.

Tutta la famiglia sostava intorno alla tomba, ricevendo visite, condoglianze, saluti, fiori eccetera.

Io ero troppo piccolo per restare lì tutto quel tempo. Come in verità preferivo, andavo a casa di mio zio ed aspettavo li.

A casa di mio zio c’erano sempre gli ultimi ritrovati tecnologici, lo stereo HI-FI, la Tv più grande (anche se non ancora a colori). La poltrona con la cuffia della foto erano un rifugio prezioso.

Quell’anno però, mentre aspettavo, fui attirato dal telegiornale che con molta circospezione raccontava di un incidente, un’aggressione che aveva ucciso un intellettuale, un poeta. Pier Paolo Pasolini.

Di lui sapevo solo che aveva fatto un film con Totò che non mi aveva fatto ridere.

Dopo il telegiornale trasmisero l’episodio che aveva girato Pasolini, di un film che si chiamava Capriccio all’italiana.

L’episodio si chiamava “Che cosa sono le nuvole?”. Parlava di burattini, c’era Totò, c’erano Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, sembrava molto divertente. Raccontava la storia dell’Otello con i burattini. Questi burattini però dopo un po’ si stancavano di rimanere attaccati alla loro parte, e volevano esprimere le loro sincere emozioni.

L’insubordinazione fu considerata inaccettabile dal puparo e i burattini insorti furono destinati al macero.

Modugno, cantando una bellissima canzone, portò con il suo camioncino i burattini insorti alla discarica, dove scoprirono finalmente le nuvole, e la “straziante meravigliosa bellezza del creato”.

Non ho mai dimenticato quell’emozione intensa, quella libertà tragica, e per tutta la vita ho studiato e seguito il pensiero rivoluzionario e poetico di P.P.Pasolini, che ha costituito una innervatura essenziale del mio impegno civile.

12 – Leggere bis

Quando ancora i miei figli non sapevano leggere, tutte le sere, appena messi a letto, leggevo loro un capitolo di un libro.

Abbiamo letto Pinocchio, La storia della gabbianella ed il gatto, il giornalino di Gian Burrasca, ed altri che non ricordo.

Leggere un libro è un piacere sottile, ma esplosivo. 

Ci offre la possibilità di vivere tante situazioni diverse, di confrontarci con caratteri diversi. Sperimentiamo nuove forme di relazione, di sintassi.

Sviluppiamo fantasia e creatività.

Non ci sono controindicazioni nella lettura dei libri, siano essi saggi o romanzi.

A parte quegli episodi di lettura serale, i miei figli hanno visto mia moglie ed io, molto spesso con un libro in mano. Ci hanno visto divertirci, commuoverci, appassionarci, spaventarci, leggendo libri.

Non c’è stato bisogno di esercitare alcuna autorità o pressione morale o psicologica. I miei figli sono naturalmente diventati divoratori di libri.

Ci si lamenta spesso che in Italia si legga poco, che la scuola non riesca a fare innamorare della lettura i giovani studenti.

Forse si potrebbe introdurre nell’orario scolastico l’ora di lettura.

In quell’ora i professori, anziché spiegare o interrogare, potrebbero dedicarsi alla lettura di un libro, esprimendo liberamente tutte le emozioni che quella lettura gli comporta: ridere, piangere, spaventarsi, arrabbiarsi.

Come fece la Rai quando con Fazio inventò Quelli che il calcio, che mostrava tifosi che vedevano una partita fremere, gioire o dolersi per una partita che non vedevamo per niente.

Hai visto mai che gli studenti, assistendo a questo spettacolo indiretto, si incuriosiscano e vogliano provare questo piacere sottile, ma esplosivo?

Intanto, nel mio piccolo, io sul blog racconto quanto mi è piaciuto leggere quel libro o quell’altro, cercando di creare nei miei lettori la curiosità e la voglia di provare lo stesso mio piacere sottile, ma esplosivo.

Hai visto mai?

13 – Suonare musica

A dodici anni i morti mi portarono una bellissima chitarra. Non era color miele come le più note EKO, ma aveva riflessi rossi ad incorniciarla che me la facevano sembrare più rock.

Leggevo metodi e manuali, cercavo di strimpellare qualsiasi cosa (mia mamma si ostinava a farmi suonare Giochi Proibiti, con la sua cantilena risalente), ma era uno sforzo vano. Sembrava tutto un lamento.

Imparai a memoria lo spartito del tema d’amore del Padrino (mi la do si la do la si sol# si) e faticosamente lo riproducevo sulla chitarra.

Pur utilizzando un lucidissimo plettro Gibson nero, niente di ciò che suonavo somigliava alla musica.

Mi iscrissero a scuola di chitarra da un insegnante che talmente si accaniva per settimane sulla posizione della gamba rialzata e sull’inclinazione della chitarra (manco dovessi suonare Aranjuez) che mi fece definitivamente odiare la chitarra.

Passai ad una tastiera Casio, ma ogni melodia sembrava pensata per un videogioco.

Più grande, quando finì la mia giovinezza e cominciai a lavorare, per sfuggire al grigiore della vita aziendale che mi terrorizzava, acquistai una tastiera Roland E 40. Stavolta dallo strumento usciva musica, ma erano tutte le diavolerie elettroniche automatiche. Appena cominciavo a toccare i tasti l’effetto era sempre quello.

Presi lezioni di piano. Un curioso insegnante provò a farmi suonare Tristezza per favore va via per circa un mese.

Poi abbandonò pure lui.

Il mio amore per la musica è esagerato, grande e smisurato. Non posso farle così del male. Non me ne basta il cuore.

Non suonerò mai alcuno strumento musicale.

14 – La responsabilità della leadership

Come sarà capitato a tanti di voi, nella mia vita professionale ho avuto momenti stellari e momenti meno brillanti. Momenti in cui le aspettative non hanno coinciso con i risultati.

Credo che sia utile inserire tra le materie a scuola, un’ora la settimana di gestione dell’insuccesso. Nessuno ne va esente per costituzione o diritto dinastico. Tutti dobbiamo fronteggiare momenti di insuccesso, magari trasformandoli in altrettanti momenti di ripartenza verso altri più importanti successi.

In ognuno di questi momenti di insuccesso, ho fatto ricorso a due elementi, che per me hanno costituito la struttura portante della mia idea di resilienza.

1 – nella omonima canzone che accompagna l’episodio Pasoliniano “Che cosa sono le nuvole?” c’è un verso che recita così: 

Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso

In ogni frangente ho cercato sempre di non perdere il sorriso, di non cedere al pianto, anche solo metaforicamente. 

La forza del sorriso, il suo valore, è stata la forza di mia mamma, il più importante lascito della sua eredità, culminata nella poesia If di Kipling, la cui stampa a mano mi regalò come bastone di accompagnamento del cammino dopo la laurea (andate a rileggerla, se volete).

2 – La logica della responsabilità della leadership che era intrinseca al ribaltamento della piramide organizzativa di cui abbiamo già parlato, comporta una conseguenza imprescindibile (e molto utile in questi frangenti).

Se non vieni promosso, se arretri di posizione, qualunque sia la causa, avrai sempre altri colleghi che dipendono dalla tua energia, dalla tua consapevole attività, per conseguire i loro obiettivi. Essi non hanno  alcuna responsabilità nella tua vicenda professionale, non hanno motivo di piangerne le conseguenze.

A loro devi di reindossare il sorriso degli inizi, recuperare la tua dinamicità carica di aspettative, esercitare tutta fino in fondo la tua responsabilità.

Non c’è benzina migliore per un motore che deve e vuole ripartire.

15 – L’amicizia e gli apostrofi

In terza media partecipai alla mia prima ed ultima gita scolastica.

Diretti in Umbria, fu un viaggio davvero disavventuroso. Basti dire che a poche ore dalla partenza il pullman si guastò e restammo tra Calabria e Campania bloccati per ore in autostrada, in epoca senza smartphone ed altre forme di comunicazione con le famiglie.

Viaggiavamo su di un pullman Kassbohrer Setra, ultra avanzato tecnologicamente, ma  che si fermò ugualmente per un buco ad un manicotto. Ultimi tentativi di nemesi dell’analogico sul digitale ancora solo prospettato.

La colonna sonora ripetitiva di quella gita fu l’unica cassetta che qualcuno aveva portato, Spirits Having Flown dei Bee Gees, con quel grido in falsetto “Traaaagedyyyy”, che rendeva esattamente conto dello stato delle truppe.

Le disavventure ci misero a dura prova. Fummo costretti a riparare nella notte in un villaggio turistico disabitato a Paestum, occupandone le villette.

Dovemmo sperimentare una necessaria solidarietà e condivisione di risorse e mezzi.

Durante uno dei lunghi trasbordi in pullman, insieme al mio compagno ed amico Emanuele, oggi fotografo del mare di sopraffina qualità, discutemmo per ore sulla differenza tra l’amicizia e l’amore (come possono farlo due imberbi tredicenni, ovviamente).

Ragionando sul Carducci, elemento studiato ai fini della gita per le Fonti del Clitunno, approdammo al T’amo, o pio bove.

Analizzando quell’apostrofo, e ricorrendo ad una metafora matematica sulla funzione della virgola, ci sembrò illuminante concludere che l’amicizia è come l’amore, con una virgola in meno, anzi con un apostrofo in meno.

Non so se quel ragionamento fosse corretto, o contenesse qualcosa di illuminante davvero, ma con i compagni di quella gita stabilemmo una relazione così profonda e duratura, così forte e resistente, che ancora oggi ci sentiamo e vediamo, e siamo sempre come su quel pullman, impegnati ad affrontare insieme le avversità, senza attardarci a misurare virgole, accenti o apostrofi.

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