Platone ad Agira? Mai visto! – TRIBALIA da Ferrara ad Agira

Mio papà era di Regalbuto. Quando i miei genitori si sono sposati hanno iniziato la loro vita in comune a Regalbuto. Una delicata confessione di mia mamma mi ha rivelato che sono stato concepito a Regalbuto.

Ma a Regalbuto non sono nato, né ho mai vissuto.

Conservo qualche ricordo da bambino, compresa una cicatrice nella fronte per una caduta dalle scale, delle mie visite ai parenti a Regalbuto.

Ma in realtà i ricordi più numerosi e più consapevoli riguardano Agira, dove andavo in visita dalla nonna, zii e cugini.

Per uno di quegli scherzi della memoria di bambino, istintivamente associo il nome del paesino di montagna ennese, alla gioia provata ad ascoltare un brano musicale, funky e molto ritmato, che accompagnava quegli anni e quelle visite: “Reach out (I’ll be there)” che aveva un bridge di tamburo che mi eccitava moltissimo da bambino, mi preparava all’urlo liberatorio.

Urlo che nella canzone originale era appunto I’ll be there, che seguiva l’antifona preparatoria ripetuta tre volte prima del bridge di tamburo: Reach out.

Ma io da bambino non ascoltavo la versione originale. Ascoltavo la cover di Rocky Roberts (quello di Stasera mi butto) oppure quella di Rita Pavone. In italiano l’urlo liberatorio faceva “Ma perché?”, e seguiva l’antifona ripetuta tre volte prima dei tamburi: “Gira”.

Ecco, io da bambino sentivo sempre Agira e collegavo quella sensazione di attesa e di rimbombo di tamburo, alle stradine in salita che mi portavano alla casa degli zii. Quelle curve, salite e discese, che culminavano nella liberazione di scendere dalla macchina e correre nel prato con i miei cugini.

Nei miei ricordi, ai miei cugini ad Agira sono legate tante cose nate sul cocuzzolo di quella montagna.

Una delle prime radio private (allora si diceva libere) le cui apparecchiature partirono sul tetto di una automobile, sotto un infernale temporale, da casa mia a Siracusa verso Agira.

In anni protoinformatici e pre digitali, una casa di produzione di pc assemblati come fossero elementi di impianto hifi, con uno sguardo alla loro estetica, oltre alla loro funzionalità innovativa (domotica preistorica, proprio), ideati proprio da mio cugino.

Sempre mio cugino ha dato alle stampe un volume di poesie e riflessioni che possiamo definire di ispirazione platonica.

Agira per me significa questa commistione di antichità e di modernità, Platone e Steve Jobs, fuse insieme per guardare ad un futuro che tra curve, salite e discese, approderà alla liberazione funky del “Ma Perché?”di Rocky Roberts e ad una corsa in un prato, con i miei cugini.

Per vie social traverse, scopro oggi che ad Agira posso legare un’altro anello della catena di antichità e modernità, musica ed emozione, che ho costruito negli anni.

In una grotta delle Case al Borgo di Agira, un gruppo sperimentale, un ensemble di musica moderna, dal nome di Tribalia, ha registrato cinque brani di un album chiamato Deconstruction.

Uno sforzo ardito, la decostruzione. Comporta l’abbattimento dei pilastri e dei muri portanti, l’abbandono dei punti fermi, delle zone di conforto, e affrontare i nuovi spazi ignoti, imprevedibili, che possono essere infidi e mai rassicuranti.

Eppure Tribalia lo fa.

Tribalia nasce a Ferrara e si propone di indagare fin dove si può sperimentare in ambito artistico, e propriamente musicale, e poi ritrovarsi più consapevoli.

La live session inizia con un brano che si chiama Water Surface.

Questa superficie viene subito increspata da una melodia che si sforza di dare forma all’acqua. Una prima manovra di decostruzione del linguaggio musicale, che viene spezzettato in elementi essenziali che compiendo una evoluzione circolare (come i bambini quando ondeggiano per ballare, o come le curve, salite e discese che mi portavano ad Agira) ci porta alla sorpresa del secondo brano.

Penso a tia, si chiama, il secondo brano, e vede affiancate le voci di Rachele Amore e Giuseppe Ferro, che smontano anche la sintassi del linguaggio dialettale siciliano.

Mi stringiu, mi strapazzu e pensu a tia

Quando finiscono di cantare (ma mentre lo scrivo, mi rendo conto che il verbo cantare qui risulta riduttivo, molteplici sono gli echi e le riflessioni che questo “canto” produce) il brano non termina. Gli strumenti hanno appreso la lezione dal canto e preparano la svolta del brano successivo.

Psycho Cycles. Una struttura ritmica decisamente ipnotica, con brevi spezzoni melodici incompiuti, ripetuti ossessivamente, supporta alcuni vocalizzi e fonemi incompiuti anch’essi, e gli intrecci del pianoforte, che, grave, sostiene ed anticipa le evocazioni dei piatti. A dispetto della sua placidità superficiale, l’effetto è inquietante. Un vero e proprio horror.

Come ci insegnano i maestri dell’horror cinematografico, ogni mostro che ci spaventa, non ci spaventa mai quanto quello che crediamo di vedere quando ci guardiamo dentro.

Questi cicli psicologici, e paurosi al tempo stesso, del brano, in un crescendo sempre più inquietante, completano la decostruzione promessa. Come scale ripide a chiocciola scavate dentro la nostra psiche ci conducono al nocciolo duro. Una successione di espressioni musicali e linguistiche frammentate, spezzate, incalzanti. Il punto di fusione del magma che ci abita dentro, sempre pronto ad esplodere in una eruzione distruttiva e terribile.

È Rachele Amore che, al quarto brano, composto da lei, ci porta nella piazza delle ossessioni, Obsession Square. Un altro dei luoghi inesplorati emersi dalla decostruzione. Il luogo che abbiamo trovato dopo essere discesi dentro la psiche.

Il ritmo ipnotico, spezzato da ripensamenti e rimorsi, e le urla, a volte stranianti, ci portano in una piazza dove le nostre ossessioni emergono ancestrali, si oppongono al nostro ritmo respiratorio, ce lo affannano proprio il respiro.

La catena dei suoni incespica, gli strumenti sono aggrediti dagli strumentisti, nessuna carezza, solo strattoni e graffi.

Le urla di Rachele si aggrappano alle viscere, e, in modo animalesco ci costringono a specchiarci nelle vetrine rotte di questa desolata piazza.

Mi sento come quando ascoltai per la prima volta Bitches Brew o In a Silent way, della svolta di Miles Davis. Come quando scoprivo il progressive dei New Trolls di Concerto Grosso (anche se in questa piazza non si affacciano le costruzioni barocche di quel disco). Come quando interiorizzavo i vaneggiamenti e le convulsioni del Jesus crocifisso di Webber e Rice, non ancora Superstar.

La conclusione del percorso, l’ultimo brano, composto da Giuseppe Ferro, ci riporta ad una superficie d’acqua, Lago.

Su questo lago navighiamo placidi, la decostruzione è finita.

Le voci cantano, ora cantano, con la consapevolezza aggiunta dal percorso. Tra siciliano e lingua, tra ira ed ironia, tra ricordi struggenti (ci sono anche i beddi cugini…) ed aneliti di libertà, oltre una realtà che stabile non sarà più, ricompongono il quadro.

Unni è la matri…

Unni su’ i beddi cugini…

Ira mia dell’ironia…

Cerco e troverò in quel lago distante la mia libertà…

Questa non è una realtà stabile

Vivo in un mondo a sè

Che fa dell’ira la sua ironia

Un quadro comunque schizzato, intricato, introverso, alla Pollock, come quello che fa da copertina all’album.

Sonorità vagamente sudamericane, di certo mediterranee, ci accompagnano a riprendere il cammino della nostra vita, dopo aver sospeso le nostre quotidiane attività, i nostri quotidiani affanni, per fermarci ad ascoltare quanto profonda può essere una decostruzione.

Uno dei miti platonici più noti (ed abusati) è il mito della caverna. Il mito della verità riflessa, misconosciuta finché dalla caverna non usciamo.

La registrazione della live session nella grotta di Agira riveste di mito platonico tutta l’operazione. Filosofica, completamente filosofica ed onirica, è la decostruzione che Tribalia ci ha offerto.

Platone può essere la cifra che unisce la Agira mitica della mia infanzia e la Agira mitica di questa produzione.

Ma siamo proprio tutti sicuri che Platone non sia mai passato da Agira?

TRIBALIA

Rachele Amore – voice

Giuseppe Ferro – voice

Matteo Gurrieri – guitar

Davide La Rosa – guitar

Sabrina Bisanti – piano

Gianfilippo Invincibile – drums

Qui trovate la registrazione su Bandcamp.

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