MALAVOGLIA – Sesta ed ultima serata del nostro ciclo verghiano – Ultima tessera del puzzle

Ieri sera si è tenuta la sesta serata del nostro Ciclo Verghiano. L’ultima programmata.

La sesta tessera del puzzle con cui abbiamo ricomposto la figura di Giovanni Verga attraverso le opere cinematografiche ispirate dalle sue opere.

Ieri sera siamo tornati ad occuparci dei Malavoglia, il primo romanzo di Verga in cui il Verismo diventa un movimento letterario codificato.

Quando abbiamo visto La Terra Trema, Simone del gruppo Gli Amici di Casa Costa ci ha letto la prefazione del romanzo, scritta dalla stesso Verga in cui le caratteristiche identificative del Verismo venivano indicate per la prima volta. In quella prefazione Verga ci raccontava anche della sua idea del Ciclo dei Vinti in cinque romanzi, mai portato a termine.

Ieri sera abbiamo affrontato un altro aspetto di questo romanzo e di Verga con il film Malavoglia di Pasquale Scimeca del 2010.

Giovanni Verga è un reazionario?

Cosa lo spaventa del progresso?

I Vinti devono restare per sempre vinti, condannati dalla loro nascita?

Da un certo punto di vista il romanzo dei Malavoglia rappresenta un lungo e protratto scontro generazionale tra Padron ‘Ntoni e ‘Ntoni, suo nipote, circa l’approccio da tenere negli affari e nella vita.

Padron ‘Ntoni ha vissuto tutta la vita ad Acitrezza, ha conosciuto quel mondo, ha riscontrato che le cose vanno sempre allo stesso modo, che non ci sono altre opportunità o soluzioni.

‘Ntoni ha vissuto l’esperienza della leva obbligatoria a Napoli, ha visto un mondo diverso, con rapporti diversi e soluzioni diverse.

L’esperienza e la saggezza, contro la novità e l’entusiasmo.

Verga, oggettivo cronista, registratore del vero, racconta questo scontro attraverso un espediente letterario profondamente verista. Mette in bocca a Padron ‘Ntoni e a tanti altri personaggi (a volte ad un sentire popolare indistinto, come fosse un coro da tragedia greca) tanti proverbi, distillato della sapienza, dell’esperienza e della saggezza.

Qualcuno li ha contati i proverbi citati nel romanzo, al netto delle ripetizioni, sono duecentoquindici, di cui più di un centinaio pronunciati proprio da Padron ‘Ntoni.

Francesca e Simone degli Amici di Casa Costa ci hanno letto alcuni dei proverbi pronunciati dal capostipite della famiglia Toscano nel romanzo.

Verga registra, riporta con essenzialità la voce dei personaggi, pur facendone altissima materia letteraria.

Per Verga la tradizione millenaria custodita dalla saggezza popolare dei proverbi tiene al riparo gli umili, li aiuta a contentarsi. La trasformazione del mondo rurale a cui appartengono, in mondo industriale farà perdere loro i riferimenti culturali e tradizionali e li esporrà al vento del malessere, della delusione, dell’infelicità.

La salvezza per Verga non viene dal progresso, almeno non solo dal progresso.

Non viene dalla corsa al mondo nuovo, non viene dai denari, dalla roba, viene dalla capacità di preservare la propria genuina cultura, la propria genuina tradizione, i sentimenti positivi forgiati nei millenni, e trasportarli dentro questo mondo nuovo.

Durante queste nostre serate abbiamo più volte provato a individuare una continuità concettuale tra Verga, morto nel 1922, e Pasolini, nato nel 1922.

Questa visione verghiana della corruzione insita nel progresso, trova eco nella visione di Pasolini. Si pensi ad esempio alla polemica acerrima, per certi versi davvero incomprensibile, di Pasolini verso la riforma della scuola media. Come poteva Pasolini non essere d’accordo con uno strumento di progresso, di lotta all’analfabetismo, di incremento della diffusione del sapere, come la nuova scuola media?

Questa posizione pasoliniana la si comprende se si accetta la sua logica secondo la quale ogni forma di progresso, ogni miglioramento di condizione, avrebbe inevitabilmente comportato una corruzione della propria genuina cultura, della propria genuina tradizione, i sentimenti positivi forgiati nei millenni.

Ecco un altro ponte di collegamento tra Verga e Pasolini che abbiamo costruito ieri sera.

Quando abbiamo visto La Terra Trema abbiamo condiviso che il film è un vero capolavoro, ma Visconti con le sue idee, con la sua politica è troppo ingombrante, sta davanti e Verga non lo vediamo, rimane nascosto.

Scimeca con Rosso Malpelo si è mostrato molto più rispettoso del Maestro.

Come abbiamo rilevato con Rosso Malpelo, Scimeca innesta la lezione di Pasolini sulla pianta robusta del Maestro Verga.

Con Malavoglia l’operazione si compie.

Tornano i ragazzi Rosso e Ranocchio, Antonio e Omar, ora più grandi.

Sono i due figli maschi della famiglia Toscano che abita nella casa del Nespolo nel vicolo Malavoglia a PortoPalo di Capo Passero.

Mena e Lia, completano i figli. Con loro vivono il nonno Padron ‘Ntoni e Bastianazzo, suo figlio, con la moglie Maruzza, la longa.

Scimeca porta la vicenda nel ventunesimo secolo, eppure ancora una volta rispetta con affetto il Maestro. Una sceneggiatura che si avvale della collaborazione di Tonino Guerra trasborda i Malavoglia nel nostro mondo tra immigrazione, povertà e micro borghesia, malacarne e sbirri.

Il film ha comunque molti legami con la nostra Lentini.

Le musiche sono di Alfio Antico con i suoi tamburi che rincorrono le vicende per tutto il film.

La sorprendente canzone dell’epilogo, Proverbi, è cantata da Simona Sciacca, già voce femminile della Compagnia di Encelado Superbo dei Maestri Cardello e Amore.

A fornire un legame inaspettato con un altro anniversario di questo 2022, e con l’appuntamento di domenica prossima qui in Biblioteca, ci pensa una improvvisa amichevole e breve apparizione di Vincenzo Consolo, nella parte di se stesso.

Nella parte di Maruzza la longa, moglie di Bastianazzo e madre dei Malavoglia Pasquale Scimeca ha voluto Doriana La Fauci, una sensibile interprete di molte esperienze teatrali, classiche e non solo.

L’epilogo della vicenda dei moderni Malavoglia è il compimento dell’operazione culturale che dicevamo. Dopo aver innestato Pasolini su Verga, Scimeca elabora il risultato e porta ancora più avanti il discorso, realizzando una sintesi assolutamente personale.

Seguendo l’insegnamento del Maestro Verga, Scimeca fa compiere una diversa evoluzione alla famiglia Toscano.

Nel romanzo la famiglia si disgrega. ‘Ntoni abbandona e parte, si allontana dalla famiglia, Lia prende una cattiva strada, solo il piccolo Alessi tenterà di ricostruire la famiglia ripartendo dalla Casa del Nespolo.

Scimeca offre una diversa via d’uscita. ‘Ntoni dopo vari tentativi, crea una sua proposta musicale. Un rap sui proverbi del nonno, campionato e mixato alla voce della sua compagna, cantante in disarmo, che gestisce il bar del paese.

Questo rap diventa un successo anche commerciale. Con i soldi ottenuti, ricompra la Casa del Nespolo, ricostruisce la Provvidenza e rimette in sesto la famiglia.

Ecco la zampata del Maestro Scimeca.

Viene così attuato il principio base della filosofia sociopolitica del Maestro Verga.

Solo mantenendo vivo il nucleo della propria genuina cultura, della propria genuina tradizione, i sentimenti positivi forgiati nei millenni, e portandoli con se nel mondo nuovo, che si apre davanti al nostro futuro, i Vinti non saranno Vinti, ma saranno protagonisti del nuovo mondo.

Il progresso non comporterà delusione, disagio e frustrazione, se sarà affrontato consapevolmente, tutelando la propria integrità culturale, naturale, originaria.

Il film poi ci ha regalato alcune immagini, ed alcuni suoni, che ci hanno mostrato varie angolature di questo nostro ventunesimo secolo. Anche sul tema dell’immigrazione, attraverso “Alfio”, ci ha offerto una vista inclusiva, affettuosa e, questa si, davvero progressista, culminata nella comune e contestuale differente preghiera nel momento di maggior sconforto.

Pregare insieme, con parole diverse, con gesti diversi, un Dio diverso, si può, ci dice Scimeca.

Queste ed altre interessanti e profonde riflessioni si sono sviluppate nell’ormai consueto momento di scambio di opinioni, di emozioni, leggero e scanzonato, ma mai banale, con cui abbiamo chiuso ognuna delle serate di questo ciclo.

Ieri sera questo momento è stato impreziosito dalla presenza di Doriana La Fauci, la Maruzza del film.

Doriana La Fauci ci ha raccontato della esperienza di girare questo film. Le difficoltà per restituire quel groviglio di emozioni, anche negative, che rappresenta nel film il personaggio di Maruzza.

Ci ha raccontato del clima felice sul set, della grande amicizia sviluppata con gli altri attori, della mano ferma, ma affettuosa, di Scimeca nel portarla ad essere una donna che implode, una madre che ama così tanto la sua famiglia da temere di perderla, e che per questo, si impedisce di esternare qualsiasi gesto che possa tradire la sua emozione.

Quanto le è costato scavare dentro se stessa, dentro le sue “schifezze” per trasmettere con l’espressione, il volto, le parole, i gesti, tutto il corpo, questo disagio, questa implosione, questa pazzia.

È stata la degna chiusura di un ciclo di serate appassionate, divertenti, in cui abbiamo ricomposto una figura di Giovanni Verga meno stantia, più giovane, più moderna di quello che potevamo pensare all’inizio.

Grazie al Comune di Lentini, al sindaco Lo Faro, all’assessore Stuto ed al dirigente Cardello per la fiducia ed il sostegno manifestato fin dall’inizio e fino all’ultimo.

Gli Amici di Casa Costa (e la piccola Cinzia che ha disegnato alla lavagna la Provvidenza in copertina) vi danno appuntamento alle prossime avventure insieme.

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