AGAMENNONE di Eschilo, tra visioni, visori e videogiochi – Teatro Greco Siracusa 2022

Nel Pleistocene dei videogiochi per pc ad un certo punto comparve Myst, e tutta la saga in capitoli successivi che ne seguì.

Myst e la sua saga, sono stati tra i videogiochi più innovativi, con le soluzioni tecnologiche mai viste prima. Il primo Myst, fu il primo videogioco che mi costrinse a comprare il lettore cd-rom, perché altrimenti non era possibile giocare.

Dietro il gioco c’era una vicenda familiare e di civiltà: Sirrus ed Achenar, fratelli, figli di Atrus, litigano e cercano di primeggiare nella riconquista dei mondi, delle isole, che aveva creato il padre, abitati da una popolazione, i ‘Dni, che subisce alterne fortune per causa dei due contendenti.

L’espediente che consentiva di muoversi tra i mondi, tra le isole, erano i libri. In ogni fase dell’avventura si trovavano dei libri da leggere, da memorizzare, che aiutavano a comprendere il funzionamento dei congegni delle isole. Alcuni di essi presentavano delle immagini in movimento, come dei visori, in cui passavano strane immagini, curiose e suggestive. Tuffarsi dentro questi visori consentiva di essere trasportati in queste nuove isole, nuovi mondi da scoprire e conquistare.

Davvero suggestiva ed accattivante l’idea che con i libri si possano creare mondi (Atrus), e che sempre attraverso i libri si possano raggiungere mondi diversi, abitarli, condizionarli, persino distruggerli (Sirrus ed Achenar).

Il grande visore che campeggia sul palcoscenico del Teatro Greco per la rappresentazione di Agamennone di Eschilo, nella idea di David Livermore, mi ha subito ricordato le pagine con i visori dei libri di Myst, le stesse immagini, la stessa vertigine di caderci dentro.

Le immagini più o meno realistiche che hanno riempito il visore, hanno fatto da ponte tecnologico tra le emozioni, le vicende, i conflitti che si sono rappresentati sulla scena, così come i libri di Atrus nei mondi di Myst.

Dietro il visore, un enorme specchio vagamente deformante ha portato tutti noi spettatori dentro il palcoscenico. Anche questa una soluzione scenica da vertigine.

Per tutta la rappresentazione ha vagato, proprio corso, con affanno amplificato, una figura inquietante, una delle gemelle di Shining, con il volto da fantasma. Ha aleggiato davanti allo specchio, ha corso tra il palco e le curve, scompariva e riappariva dalle uscite di scena. Un vero e proprio fantasma ex machina, una presenza muta, affannata ed affannosa, spina nel fianco di tutti noi, che ci ha costretto a ricordare, non dimenticare, la violenza subita, il sacrificio patito.

Il coro ha svolto una funzione preminente in questa rappresentazione. Tra elementi scenici temporalmente definiti, abiti ed atteggiamenti inconfondibili, il regista ci ha catapultato dentro un ospedale psichiatrico europeo intorno alla Seconda Guerra Mondiale, con corredo di invalidi di guerra su sedia a rotelle.

La sensazione era acuita da un’altra suggestione. La voce guida del coro per atteggiamenti e parole usate rimandava frequentemente ad un’altra figura entrata definitivamente nel nostro immaginario collettivo, la Ratched di Qualcuno volò sul nido del cuculo, il pluripremiato capolavoro di Milos Forman.

Il coro racconta di guerre ed infiniti lutti, che si rincorrono e si ripetono senza un senso vero e proprio. Questa insensatezza dolorosa che non risparmia nessuno, come la guerra, non può che essere oggetto di un ospedale, di un ospedale psichiatrico. I sani di mente non farebbero mai la guerra.

Non c’è famiglia in cui manchi una vittima.

Un’altra suggestione intensamente satirica, dissacrante, uno sberleffo alla guerra e ad ogni propaganda, l’abbiamo vista nel ritorno di Agamennone. L’arrivo in bimotore ad elica annunciato dal visore mistico e la proclamazione di discorsi roboanti, sia di Agamennone che di Clitemnestra, acclamati dalla folla (che non è il coro, eminenza più critica della informe folla) ha avuto un sapore decisamente peronista e ci ha riportato alle tante saghe familiari e di potere del secolo scorso.

I personaggi principali della tragedia si muovono dentro questa scenografia, condita da due pianoforti, un grammofono da cui ti aspetti che esca la voce della Dietrich invocare Lili Marlene, ed un pianoforte rotto da cui estrarre uno dei suoni più profondamente dissonanti e laceranti, angoscioso proprio, che abbia mai sentito, e che frequentemente contrappuntava le dichiarazioni dei protagonisti.

I quattro protagonisti che calcano la scena in vari momenti sono Clitemnestra, Agamennone, Cassandra ed Egisto.

La Clitemnestra di Laura Marinoni ha dominato la scena per forza espressiva, per logica inesorabile, per tragica assunzione di responsabilità.

L’Agamennone di Sax Nicosia si è rivestito dei panni dell’ottuso uomo di potere, violento e sanguinario, inetto alla vita, perfetto per la violenza e la guerra.

La Cassandra di Linda Gennari ha scosso tutti gli spettatori con la forza della sua visione, con la lettura degli eventi, passati e soprattutto futuri. Una voce fortemente critica, la voce di chi sa e non si lascia abbindolare dalle sirene della propaganda. Linda Gennari ha restituito con sapienza artistica la consapevolezza del proprio potere, visore umano che crea i mondi sul palcoscenico, che pretende venga confermato e che venga tramandato questo suo potere

Cassandra lo aveva detto

L’Egisto di Stefano Santospago ha insospettito gli spettatori con la sua presenza muta, ma appariscente. Nascosto, accorto, insospettabile fino alla sua rivelazione di filius ex machina. Motore della storia, della vicenda. Marionetta che reggeva i fili. Mani pulite che hanno armato le mani di chi ha ucciso.

Le loro movenze, i loro abiti, la loro recitazione ci regala un’altra suggestione irresistibile. Soprattutto Egisto con la mano aperta sul bacino, che si adagia annoiato sul divano di pelle trapunta, che beve e fuma, vistosamente. La Compagnia dei Giovani di Giorgio Lulli, con Rossella Falk e Romolo Valli, sopraffina interprete delle opere di Pirandello.

Una recitazione borghese, dai gesti esagerati, e dai conflitti nascosti. Ipocrita ma efficace. Un ponte di gesti e di tonalità tra il grande teatro classico greco di Eschilo ed il grande teatro moderno europeo di Pirandello.

Tutte queste suggestioni si sono fuse in una esperienza teatrale molto intensa, almeno per me.

Egisto rivela di essere figlio di Tieste e che, come Sirrus ed Achenar della saga di Myst si contendono i mondi creati da Atrus (Atreo?), contende ad Agamennone il regno di Atreo.

Atreo era colpevole di aver atrocemente punito suo figlio Tieste nel modo che conosciamo.

Agamennone è colpevole del sacrificio della figlia Ifigenia.

Egisto rivela di esserne il giustiziere.

Grazie a questa ambientazione, a questa scenografia, a questa scelta di recitazione, la rivelazione di Tieste getta una luce nuova sulla vicenda di questa tragedia.

Ne cogliamo maggiormente l’universalità, i nessi delle vicende correlate. I conflitti latenti ed espressi, emergono con nettezza, nudi e crudi e si stagliano davanti a noi.

Livermore ci ha frullato sul palcoscenico del Teatro Greco secoli di immagini che hanno generato un immenso e riconoscibile immaginario collettivo. Attraverso il suo visore ha collegato tutti i mondi che abbiamo nella nostra testa, ha acceso luci anche nelle stanze dove da tempo non entravamo più. Ci ha costretto a rivedere alcune delle nostre incrostate opinioni. Ci ha messo a nudo nello specchio davanti a cui ci ha costretto a stare per tutto il tempo della tragedia.

Complice la metafora dell’ospedale psichiatrico, complice la suggestione pirandelliana che ci fa ripensare ad un altro personaggio che si chiude nella sua follia regnante, l’Enrico IV, e ci costringe dentro gli altri, complice lo spettro di Ifigenia che ci corre davanti affannato ed affannoso, ci si completa in testa un’altra suggestione più complessiva: siamo tutti prigionieri della follia di qualcuno, un Dio, gli dei.

Tutta questa vicenda, sacrifici, guerre e lutti non può che essere una gigantesca follia.

Esattamente la stessa gigantesca follia dentro cui ci stiamo sentendo noi a parlare ogni giorno di guerra, insensata e crudele, ostaggi di capricciosi dei, insensati anch’essi.

Siamo come i ‘Dni della saga di Myst, strattonati tra le pretese di Sirrus e le violenze di Achenar, dopo aver creduto per anni che il regno perfetto di Atrus non sarebbe mai più finito.

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