Il Telegrafo senza fili – Diavoli di sabbia di Elvira Seminara – Einaudi

Una volta, era Ferragosto, giocammo da adulti al telegrafo senza fili. C’era un plus di divertimento aggiunto dalla malizia quella volta.

La grassa risata nell’accorgersi di quanto e come  fosse cambiata la parola originaria nei successivi sussurri all’orecchio, era addizionata di quella leggera ebbrezza che aggiungeva la consapevolezza delle potenzialità.

Elvira Seminara deve aver giocato anche lei al telegrafo senza fili, e da adulta pure. Non si spiegherebbe altrimenti da dove le sia venuto in mente di creare un romanzo come quello che ha appena dato alle stampe per Einaudi, Diavoli di Sabbia.

Sono tanti i riferimenti che mi sono stati richiamati dalla lettura vertiginosa di questo romanzo. Vertiginosa per la costruzione del romanzo stesso, ma vertiginosa per la capacità di attrazione che sviluppa e che, una volta capito il meccanismo, ad ogni fine di capitolo ti lascia combattuto tra la paura di continuare la lettura (quasi senza soste) ed il desiderio di seguire quella parola che passa di bocca in bocca, di orecchio in orecchio come nel telegrafo senza fili, appunto.

Un romanzo di intercettazioni ambientali. Camilleri aveva osato, con La Concessione del telefono, far sparire il narratore e lasciare che la vicenda il lettore se la ricostruisse da solo, leggendo le Cose Scritte e le Cose Dette.

In questo romanzo Seminara fa di più. Concatena una serie di dialoghi, in cui uno dei dialoganti coincide con uno dei dialoganti del precedente dialogo e l’altro coincide con uno dei dialoganti del successivo dialogo. La sentite già la vertigine?

Come in un film di Francis Ford Coppola con Gene Hackman (La conversazione) siamo i federali che indossano le cuffie ed ascoltano il dialogo di due intercettati. Finita l’intercettazione, forse dotati di un mandato ampio che non necessita di conferme e verifiche, spostiamo la cimice e seguiamo uno degli intercettati e così via.

Ascoltando tutte queste Vite degli altri, piano piano ci rendiamo conto che in questo fantomatico paese (dove comunque c’è vicina l’Etna) un unico filo lega tutti quanti e riverbera tra loro gli effetti degli eventi e dei comportamenti.

Un girotondo, una sarabanda felliniana di architetti, psichiatri, fratelli, gay non dichiarati, gemelli, feticisti, operai, gestori di pub, che vivono dentro le loro stranezze e le credono vita. 

Non solo Borges e Camilleri. Qui dentro c’è posto anche per Calvino. Alla fine di ogni dialogo riparte una nuova situazione come i nuovi incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Con la differenza che ogni nuovo inizio di fatto arricchisce di particolari i precedenti, dà loro sensi diversi più completi, anche opposti a quello che credevamo.

La vicenda originaria dell’architetto barricato ritorna in ogni dialogo, sempre più ingrandita, arricchita, ingigantita, come la parola del telegrafo senza fili dei nostri giochi. Noi gossippari origlianti rimaniamo incerti e combattuti se credere ad ogni variante o sgamare la farfantaria del pettegolo di turno.

Il valzer che ci fa fare Seminara con le sue intercettazioni ha però un motivo di fondo riconoscibile, una serie di accordi che tornano ad ogni giravolta. Ma quanto ci complichiamo la vita noi esseri umani nelle relazioni. Quell’unico telegrafo che usiamo per scambiarci comunicazioni e segnali non è wireless come crediamo. E’ pieno di fili. 

Quanto rischiamo di intricare i fili dell’unico telegrafo. Tante voci, ma una sola musica  passa per quell’unico telegrafo: la disperata voglia di amare e di essere amati e la inevitabile incapacità di riuscirvi, di riuscirvi in fase coordinata. 

Mentre giriamo a tempo di 3/4 la vicenda dei personaggi di questo romanzo è tragica, è comica, è drammatica, è ironica. Ad ogni passaggio della giostra noi lettori crediamo di governare questo flusso, ma non è così. Tutti questi fatti, i più eclatanti appresi solo de relato nelle intercettazioni, hanno trovato le nostre difese abbassate dalle giravolte, sono entrati dentro di noi e ci girano in tondo nella testa per giorni e giorni.

La staffetta di flussi di coscienza che raccogliamo ascoltandoli ci spinge ad interrogarci, a identificarci, a vivere quelle storie, tutte, più o meno, come la letteratura riesce a farci fare, quando vuole.

Il vortice di polvere che il vento solleva, o noi stessi solleviamo danzando, come la gonna di Jenny del Suonatore Jones di De Andrè, diventa un idolico Diavolo di sabbia, che ci affanna, ci affatica, ma non ci può arrecare gravi danni. Ognuno con il suo vortice di polvere, ognuno con il suo diavolo di sabbia personale, contro cui combattiamo, con cui ci alleiamo, senza di cui non sapremmo vivere.

Dopo tutto questo rincorrere e rincorrersi un dubbio ci rode: e se fosse stato tutto un inganno (come spesso la letteratura ordisce), un sogno. Se fossimo solo dei sognatori di sogni diversi, ma coordinati. 

E se fossimo, invece, noi ad essere sognati da altri?

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