BriganTony ci ha lasciato. Viva BriganTony. Una personalissima riflessione

Per me tutto cominciò con “u gilatu do turcu”.

A cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta, il fenomeno Brigan Tony si fece largo tra le offerte musicali.

A pochi giorni dalla sua morte, un moto di affetto enorme, anche inaspettato, ha riempito, social, giornali e televisioni.

Molti dei suoi sostenitori, che in passato si vergognavano un po’ di questa passione, sono venuti allo scoperto.

Si moltiplicano le richieste di interventi istituzionali a tutela del suo valore.

Il velo della morte spesso nasconde i difetti ed esalta i pregi. Il grande affetto, spesso nasconde il tentativo di rimediare ad una distrazione, ad una colpevole sottovalutazione.

Si rischia però di perdere di vista la natura del fenomeno, il valore oggettivo, e si attribuiscono meriti eccessivi, e valori non commisurati.

Alla fine si rischia di danneggiare lo stesso oggetto della frettolosa rivalutazione in articulo mortis.

Con spirito scanzonato ed evitando la banalità, vogliamo provare ad inquadrare correttamente e meritoriamente il fenomeno Brigan Tony, riconoscendogli i meriti che ha avuto, ed evitando di dargli responsabilità che non sopporterebbe.

All’inizio erano canzoncine folcloristiche, con qualche accenno di volgarità e doppi sensi scurrili.

Fisarmoniche a tarantella e versi popolari, anzi proprio popolani.

U gilato do turcu

U cannolu

‘A nanna sinni fuju

‘A nanna patturiu 

‘A sucalora

Ed altri successi simili

Risultava divertente, spiazzante, l’utilizzo in musica di forme dialettali di quartiere, che narravano situazioni più o meno quotidiane. Una voce senza particolari caratteristiche cantava la Catania dei quartieri, la Catania dei civitoti.

Il meccanismo che alimentava il successo di queste canzoncine era certamente quello dell’identificazione. Ciascuno dei primi appassionati riconosceva qualche elemento di se stesso, dei suoi familiari, dei suoi vicini e sorrideva contento, ascoltando questa quotidianità diventare prodotto musicale, commerciato e circolante.

Erano gli anni in cui dopo le radio “private”, si diffondevano le televisioni “private”.

Il pubblico cercava racconti e notizie di ciò che lo circondava. 

I talenti locali della musica, del giornalismo, della letteratura, avevano nuovi palcoscenici dove mostrare le loro capacità.

Divenne prevalente la cronaca locale. Si seguivano trasmissioni radiofoniche e televisive occupate da volti noti in città. 

Si facevano giochini a premio, con quiz ed altri meccanismi davvero poveri. Ricordo, ad esempio “ ‘a ‘mprusatura”. 

Un giochino dove in cambio di premi visibili certi (alimentari, piccoli elettrodomestici) il conduttore offriva premi nascosti che potevano essere di maggior valore, oppure nascondere la fregatura. ‘A ‘mprusatura, appunto.

Si cercava di ascoltare anche la musica folcloristica.

Si badi che questa musica folcloristica, non era il Folk, la cui dignità era stata certificata anche dai canali nazionali: Rosa Balistreri, Otello Profazio, Lando Fiorini, Nanni Svampa, La Nuova Compagnia di Canto Popolare. Si cercava proprio la musichetta dal ritmo costante, mazurkata o tarantellata, stornelli popolari, filastrocche, canzoncine, che veniva rifiutata dai canali nazionali.

In quegli anni si cercava pure di conquistare una certa libertà sessuale, che negli anni precedenti era stata un miraggio.

Quelle offerte radio televisive locali, cominciarono a caratterizzarsi anche per una certa scabrosità, doppi sensi, sesso ostentato, tendenze alla volgarità.

Si pensi alle conversazioni, vagamente piccanti, del Giocone notturno, con Zabo, Armando e Ida.

Si pensi alla prurigine che generava la conclusione del PomoFiore di Gianni Creati, ogni domenica sera, la mitica Margherita, che a richiesta degli spettatori telefonanti si spogliava sempre di più. I fasti di Colpo Grosso di Smaila erano ancora lontani.

Nelle ore notturne comparivano i primi film “vietati ai minori”. Alvaro Vitali, Edvige Fenech, Lino Banfi, Lando Buzzanca, Nadia Casini, Gianfranco D’Angelo, Ornella Muti, Barbara Bouchet, Laura Antonelli, il sexy all’italiana.

In questo quadro trovò spazio la musica di Antonio Caponnetto, catanese di Cibali, rientrato da un’emigrazione in Belgio, che prese il nome d’arte di Brigan Tony.

Fu il tempo anche delle parodie trash. Emblematica fu la parodia degli Europe, “Mi stuppai ‘na Fanta”.

 

Anche se la caratteristica di queste musichette era davvero povera, e non richiedeva certo mezzi particolari, dietro la musica di Brigan Tony si creò comunque una piccola industria. 

Non c’erano i canali social, YouTube, TikTok, eccetera, che oggi consentono a chiunque di diffondere la propria creatività.

La musica di Brigan Tony, andava registrata in studio, mixata, e riversata in 45 giri, o più spesso, nelle musicassette, che andavano a riempire i cruscotti delle macchine sia del colto che dell’inclita.

Andando avanti nel tempo sul tenore popolano del linguaggio presero piede i doppi sensi e la ostentazione della volgarità, come cifra di rappresentazione gioiosa e di libertà. Gioia dei sensi, del linguaggio, che si liberava e cantava ciò che prima rimaneva impronunciabile.

Questo gioco tra la canzoncina di BriganTony e la nouvelle vague francese è un piccolo capolavoro

Il meccanismo dell’identificazione che dicevamo prima, si sublimava, nella serie di concerti, gremiti di pubblico, che Brigan Tony teneva, anche all’estero, dove commuoveva i nostalgici emigranti che riempivano anche spalti illustri per ascoltarlo.

Il tema di dare ribalta al linguaggio popolano, della parodia, più o meno trash, non era insolito. Non era una innovazione, insomma.

Prendiamo due esempi.

Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Franco e Ciccio, artisti di strada, che dalla strada prendevano vita, che la strada raccontavano, facevano una comicità archetipica, marionettistica. Portavano in giro per le strade, e poi per teatri, Tv e cinema, le maschere del popolo. 

Anche loro si cimentarono in parodie, più o meno riuscite. Si pensi a Ultimo Tango a Zagarolo, o a L’Esorciccio.

Tuccio Musumeci e Pippo Pattavina.

Veri attori di teatro, si dedicarono, come divertissement, alla registrazione delle avventure di Don Peppino e la figlia Ajtina, su 45 giri, che divennero immediatamente molto popolari. La Catania di via etnea, della “fera ‘o luni”, della piscaria, e della piccola borghesia cittadina, viveva tra quei solchi, divertendo tantissima gente.

Entrambi questi esempi si discostano dalla produzione di BriganTony, per lo spessore culturale del lavoro, per la qualità dell’offerta, per la finalità ricercata.

Non era comunque un fenomeno solo siciliano, o catanese. 

Da altra stazione, con altre carrozze, partiva negli stessi anni il treno degli Squallor

Il noto gruppo musicale di Alfredo Cerruti, Pace, Savio e Bigazzi.

Anche per gli Squallor la ricerca della scurrilità e dei doppi sensi sessuali era la caratteristica dominante. 

Questo li riservò alle radio “private” e precluse loro i canali nazionali (almeno negli anni iniziali).

Ma mantennero fino alla fine una finalità grottesca, satirica e dissacrante, che non troviamo nella produzione di Brigan Tony.

Brigan Tony era la voce degli strati sociali meno rappresentati. Nella sua musica non c’era intento satirico, non c’era finalità pedagogica, o di riscatto sociale. C’era tanta gioia sensuale, divertimento istintivo, espressione genuina della voce dei quartieri periferici di Catania, del catanese, della sua naturale incomprimibile istrionicità, del suo guizzo umoristico irrefrenabile, delle sue battute fulminanti:

Fan “Brigan Tony, un mito!

Tony “e ju ‘u sbitu

Gino Astorina: “Tony, comu sì?

Tony: “Additta

Micio Tempio.

Catania aveva avuto già un cantore della voce più genuinamente popolare, della tendenza naturale istintiva alla scurrilità, al doppio senso, alla volgarità proprio. Domenico Tempio, detto Micio.

Di estrazione popolare, figlio di un commerciante di legna e commerciante di legna lui stesso, Tempio, nella prima metà dell’Ottocento, scrisse numerose poesie dialettali, che vennero tacciate di pornografia. 

Anche le sue poesie, come le musicassette di Brigan Tony, erano molto diffuse, ma vergognosamente, di nascosto. Circolavano scritte o stampate, ma non rilegate, tanto da rendere spesso incerta la paternità di questi componimenti.

L’ufficiale ostracismo alle sue poesie pornografiche lo costrinse ad una vita in povertà, anche se negli ultimi anni della sua vita qualcuno riuscì a fargli ottenere una pensione dal Comune.

Dimenticato subito dopo la sua morte, fu riscoperto e rivalutato, cento anni dopo, nel secondo dopoguerra.

La minata degli dei, la grammatica pilusa, lu sceccu e lu liuni, ‘a monica dispirata, sono alcuni dei componimenti più noti di Domenico Tempio.

Nella rivalutazione delle opere di Tempio, soprattutto riguardo al poema La Carestia, si disse che aveva anticipato di circa quarant’anni il verismo verghiano.

Nel 2000, Brigan Tony affrontò con due album, Micio Tempio 2000 vol. 1 e vol. 2, le poesie di Tempio. I dischi e le musicassette ebbero un discreto successo. Ascoltando le sue declamazioni delle poesie erotiche di Tempio, si ritrova intatta la sua genuinità. Si coglie spesso, nei passaggi più comici, o solo più spinti, la sua risata spontanea nell’affrontarli, quasi fosse la sua prima lettura.

Ascoltandoli bene però, quei versi che Brigan Tony legge non sono esattamente quelli scritti da Tempio. Le poesie sono rimaneggiate, tagliate di alcune parti, ci sono aggiunte nuove. Il risultato è un appesantimento delle poesie. I versi che restano, o sono aggiunti, sono solo quelli più osceni, più carichi di doppi sensi, più scurrili. 

Come se Brigan Tony, o chi ha curato con lui l’operazione, temesse di annoiare l’ascoltatore mettendo troppa distanza tra un cazzu ed uno sticchiu, come aveva fatto Tempio.

Il risultato è che l’operazione appare greve. Non è compiuta.

Il parallelo tra Brigan Tony e Tempio, valido per molti versi, secondo me, non aveva bisogno di questa forzatura, che ha privato le poesie di Tempio, della sua caratteristica protoverista che gli era riconosciuta, e che non ha dato ulteriore dignità alla voce di Cibali.

Gli epigoni.

Ci sono oggi eredi di Brigan Tony?

Ci sono oggi altre voci che cantino Catania, i suoi quartieri, la sua gente con quella genuinità di Brigan Tony?

Voci che cantano Catania e le sue contraddizioni sociali ed economiche, oggi ce ne sono tante nell’universo trap catanese.

Si pensi a L’elfo, con l’uso sfrontato del dialetto e delle forme verbali tipiche (Pì tutti i carusi di tutti i quatteri – Sangue catanese). Si pensi a Skinny, a Niko Pandetta.

Questa generazione di rapper catanesi ha sicuramente il merito di dare voce a quelle stesse periferie a cui dava voce Brigan Tony. Manca però la gioia dei sensi, la libertà di spirito, il guizzo comico. Troppa rabbia, troppa ansia di riscatto sociale, che passa sempre per i soldi, comunque, e non per i diritti.

Epigoni senza gioia, possiamo definirli.

Diverso il discorso per Giuseppe Castiglia e per Enrico Guarneri, con la maschera di Litterio. Parodie, linguaggio popolano, comicità istintiva. Entrambi però hanno una solida formazione satirica, Guarneri proprio teatrale, che fornisce senso e significato diverso alla loro produzione, che consente loro di gestire l’occasionale doppio senso e la scurrilità con maggior padronanza, senza subirla od ostentarla.

Grazie al suggerimento di Mario Fillioley, abbiamo trovato un vero erede, che mantiene quella aderenza acritica, non satirica, non dissacrante, verso gli strati sociali che vuole solo rappresentare. Che gioca con i doppi sensi e racconta vita vera, senza costruzioni. 

Savvo Zauddo, che, per esempio, sulle note di Karaoke di Alessandra Amoroso, canta della sua putia di frutta e verdura e dichiara di avere ‘A megghiu frutta di Catania.

Da Brigan Tony a Savvo Zauddo un filo che lega due voci dotate di allegria istintiva, di leggerezza, di piena sensualità, catanesi non solo nel sangue, ma anche nello spirito vitale.

Queste personalissime riflessioni, assolutamente non esaustive, neanche parzialmente, sono state condivise con Aldo Mantineo al Dehors della Pasticceria Neri, in via Pausania, ieri pomeriggio, venerdì 29 luglio, a quasi una settimana dalla morte di Brigan Tony.

Un ristretto qualificato parterre si è riunito per partecipare a questa conversazione.

Insolito per gli abitanti di via Timeo e via Pausania, sentire dagli altoparlanti, che si riempiono solitamente di conversazioni argute ed accattivanti, le note degli stornelli di Brigan Tony, che hanno puntellato la nostra conversazione.

Puntuali gli interventi degli scrittori Vancheri e Fillioley, che hanno completato il quadro del fenomeno Brigan Tony, nel suo tempo (e nel loro). Mario Fillioley, in particolare, ha portato numerosi ricordi personali molto significativi e simpatici, nel suo stile arguto.

Hanno divertito gli aneddoti raccontati da Giovanni Fichera, chef, insegnante e scrittore.

Un interessante linea di continuità tra il fenomeno dei Mammasantissima, eredi con i panni sciacquati nell’Anapo, del Quartetto Cetra della Biblioteca di Studio Uno, e il fenomeno di Brigan Tony, tracciata da Salvo Rizza. Salvo ha testimoniato dei frequenti incontri sulle piazze musicali, e presso la Sea Musica di Catania degli artisti siracusani e Brigan Tony.

Carmelo Maiorca ha puntualizzato con passione la sua posizione di forte ridimensionamento del fenomeno Brigan Tony, immeritevole a suo dire, di tutti i paragoni fatti, e di tutte le ascendenze tentate.

Infine Alfredo Lo Faro, imprenditore della musica (tra l’altro), ha ricordato i momenti di conoscenza personale nel tempo, ma, soprattutto, con la sua competenza professionale ha sottolineato il valore musicale delle composizioni di Brigan Tony. Sia nella scrittura che nella esecuzione.

Ha ricordato le capacità metriche sviluppate da Brigan Tony, che sia nelle composizioni originali, che nelle fulminanti parodie trash, riesce a far adagiare perfettamente le parole sulle note e sul tempo.

Ha ricordato il volume di vendite (senza contare la agguerrita pirateria che colpi le sue musicassette) invidiabile, sviluppato dal catanese.

Ha ricordato i prestigiosi palcoscenici calcati, con sold out irripetibili.

Ha ricordato che esiste una produzione musicale che Brigan Tony avvia in Belgio, prima di rientrare, che sarebbe caratterizzata da qualità artistica superiore, e che non fa ricorso a comicità, a volgari scurrilità, o simili.

Questa circostanza unita alla sensazione maturata durante gli incontri personali avuti con l’artista presso il suo ristorante di Acireale, insinuano il dubbio che forse Antonino Caponnetto abbia deciso di fare Brigan Tony per ottenere il successo, poi effettivamente ottenuto. Ma che Antonino Caponnetto non fosse perfettamente sovrapponibile a Brigan Tony.

Siamo rimasti insomma con il dubbio:

BriganTony c’era? O ci faceva?

Dopo la solita musica della Madonnina delle otto che invita a chiudere le nostre conversazioni nel Dehors Neri, ci siamo salutati con la consapevolezza che Brigan Tony dobbiamo studiarlo ancora, se vogliamo capirlo fino in fondo.

 

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