Diesel è il ritmo della vita – Euphonia suite di Eugenio Finardi

Ci fu un tempo in cui dovevo essere davvero insopportabile, almeno per mia madre. Adolescenti irrequietezze, frustrazioni varie, la precoce assenza di mio padre mi facevano assumere atteggiamenti e dire cose che non credo pensassi davvero. Anche se in quel momento sentivo come imperativi categorici.

Una volta che accompagnai mia mamma ad un pranzo con amici suoi a fare l’uomo di casa, come diceva lei per costringermi ad andare, per l’ennesima volta mi chiesero cosa volessi fare dopo il liceo, cosa volessi fare da grande.

Con atteggiamento studiato, come se ci avessi riflettuto profondamente ed avessi trovato davvero la mia missione nella vita, dissi: il camionista!

Mi dilungai nell’esporre tutti i vantaggi della vita del camionista, della mia naturale predisposizione a fare il camionista, della supremazia del camionista su tutti gli altri mestieri o professioni.

Mia madre divenne di tutti i colori, cercava di sottolineare che stessi scherzando, che sarei andato all’università, che avrei frequentato Economia e Commercio, che avrei aderito perfettamente al mondo borghese che tutti rappresentavano.

Nessuno si accorse che le mie parole ricalcavano i versi e i temi di Diesel, di Eugenio Finardi, il secondo autore che seguivo assiduamente in quella stagione di furori, dopo De André.

Diesel è il ritmo della vita…

Sono passati decenni, le acque tormentose si sono placate, il mio fiume, placido, si avvia al suo delta, e vi assicuro che non ho fatto neanche un giorno il camionista, anche se non disprezzo il loro lavoro.

Ho ascoltato Euphonia Suite, l’ultima produzione di Eugenio Finardi, pubblicata ieri.

Una lunga sessione, una suite appunto, dove Finardi rilegge alcuni dei suoi brani ormai standard, con l’unico accompagnamento del pianoforte di Mirko Signorile e del sax di Raffaele Casarano.

Diciassette brani, un’ora abbondante, senza alcuna soluzione di continuità. Un flusso appena modulato tra una canzone e l’altra, da uno scivolamento di accordi, da una brevissima pausa di respiro.

Tra i diciassette brani si trovano anche alcune canzoni non sue, ma che sono entrate nel suo spazio della memoria.

L’effetto è proprio questo.

Sembra che Finardi, anche lui ormai ad acque placate, seduto in una poltrona di salotto, al tramonto, quando la luce del sole non illumina più la stanza, ma non hai ancora voglia di accendere la luce artificiale, con in mano un bicchiere di qualcosa di forte, ma dolce, ripensi alle sue canzoni, al pezzo di anima che ci ha lasciato dentro, ricordi la forza e l’energia che lo hanno spinto a crearle.

Sembra che da questa memoria emerga un suono in flusso di un pianoforte e di un sassofono che rielaborino quelle musiche e trovino per ciascuna di esse il filo conduttore, la trama che la lega alle altre, il senso profondo che le unisca.

Allora, ispirato sia dai sogni della memoria, che dalla luce calante della stanza, aggiunga la sua voce ai ricordi e ritrovi dentro di sè quella forza e quella energia, anzi ne trovi una nuova diversa, ma ugualmente potente.

La sua voce che è sempre stata un potente strumento musicale, modula e sussurra le parole delle sue canzoni, accordandosi perfettamente al flusso della memoria cosciente rappresentato dal piano e dal sax.

Ad ascoltare bene il suo canto si sente un accenno di ringraziamento, di compiutezza, di soddisfazione per aver potuto attraversare tutto il percorso fino a quel momento. Un potentissimo Amarcord che si alza da quella poltrona e raggiunge tra gli altri, soprattutto sua madre, a cui deve la sua competenza musicale e la padronanza del suo canto, come ha spesso ripetuto.

In particolare in Amore Diverso, questo potente grazie lega in un unico abbraccio sia la mamma che la figlia, cui fu dedicato questo brano.

L’ascolto di questa suite emoziona, coinvolge, abbraccia, rasserena, sblocca ricordi, come il pranzo del camionista, riappacifica.

E Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno.

Dio, Eugenio, o il solito extraterrestre a cui alla fine della suite, con invocazione più sentita, più partecipata, uniti a Finardi, chiediamo ancora una volta di portarci via…

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