Il fischio del colibrì – Il Colibrì (il film)

Ho già raccontato che da bambino non sapevo fischiare. Mio padre fischiava benissimo e fischiava tanto, pure troppo forse.

Quello del fischio ben modulato è un piccolo miracolo. Uno strumento musicale ancestrale, che porti sempre con te, utilizzabile in ogni situazione.

Ieri sera dopo tanta attesa (e hype, come dicono) ho visto il film che Francesca Archibugi ha tratto dal Premio StregaIl Colibrì” di Sandro Veronesi.

Il libro è complesso, articolato, denso, con numerose diramazioni al suo interno. Un’opera davvero compiuta, che, non a caso, è valsa al suo autore il bis del Premio Strega, evento più unico che raro.

È il film?

Il film è un bel film, una bella storia, ben raccontata. Montaggio intelligente con numerosi effetti di spiazzamento temporale. Fotografia coerente.

Interpretazioni superlative.

L’ormai inevitabile Favino, con le sue navigazioni nelle varie età dei suoi personaggi, non solo con il trucco (pesante comunque).

Una inarrivabile Kasia Smutniak, pregevole, una vera e propria perla nel panorama cinematografico italiano.

La solidità di Laura Morante, artefice di alcune scene davvero indimenticabili.

Il cameo di Moretti, un po’ incoerente nel trucco spaziando tra gli anni della storia. Una sorta di personaggio mitologico e non umano, che non invecchia e non ringiovanisce, sempre uguale a se stesso (come d’altronde è sempre il nostro Nanni).

Però mi è capitato di nuovo.

Una sorta di deja vu.

Quando ho visto Caos Calmo ho avuto la sensazione che senza avere letto il libro tutti i passaggi della storia e delle evoluzioni dei personaggi non mi sarebbero stati altrettanto chiari.

Anche qui, sempre un romanzo Strega di Veronesi, sempre Moretti sullo schermo, guidato da altra mano, ho avuto lo stesso effetto.

Come una incompiutezza, forse inevitabile, del film.

I romanzi di Veronesi hanno questa caratteristica di essere congegni poetici, con una meccanica celeste a regolarli.

Un’armonia di incastri, di storie, di riflessioni, di svolte, eventi, elaborazioni personali, che si ricostruiscono nella coscienza del lettore, vorrei dire nell’anima, nella sua sensibilità.

Il tema dello shakul, del padre di figlio morto prematuramente, trova una espressione ed una espansione nel romanzo, che ti coglie allo stomaco, ti ruba il respiro piano piano. Non si può rendere con uno schermo di iPhone che squilla sconosciuto, ripetutamente, annunciando, avvicinando, la tragedia che tutti aspettiamo.

Come, Moretti, in altra sua opera personale, ci fa tifare perché Lara si accorga che Zivago è sull’autobus che sta passando. Lo abbiamo visto cento volte quel film e sempre speriamo che Lara si accorga, che l’infarto non sopraggiunga, che le loro vite si riuniscano.

Così quello squillo sconosciuto, quella risposta sempre rimandata, ci fa fortemente sperare che la tragedia non ci raggiunga, mai.

Nel film questo tratto di vita di Marco Carrera è forte, ci colpisce, ci commuove, ma non riesce ad attraversare dolorosamente la nostra anima come quando l’abbiamo visto svolgersi sulla pagina.

E forse non è un demerito del film, ma una irrimediabile differenza di messaggio e di interrelazione tra mezzo e ricevente.

Il film resta un bellissimo film, con la sorpresa infinitesima, ma curiosa, di scorgere lo stesso Veronesi accompagnarsi ad una fedifraga Morante, una firma metahitchcockiana che sembra invitarci a (ri)leggere il romanzo, per conciliare i due mezzi, per unificare l’esperienza.

Il film resta un bellissimo film, curato nelle scenografie, nelle musiche, nella contestualizzazione dei vari periodi di ambientazione.

Il film resta un bellissimo film da vedere con soddisfazione cinefila e attenzione resistente.

Ma “Il Colibrì” romanzo fu un miracolo irripetibile.

A proposito di miracolo, per fortuna poi, quasi negli stessi giorni della morte prematura di mio papà, imparai a fischiare.

Non temo più il buio con le persone che non si vedono…

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.