Il ritorno di Keynes? – Una civiltà possibile di Thomas Fazi – Meltem Editore

Da quando ho aperto questo blog più volte ho incontrato libri o altre riflessioni che mi hanno riportato ai miei anni universitari, alla faticosa preparazione della mia tesi, al pensiero lucido e rivoluzionario di John Maynard Keynes.

L’ultima occasione, cronologicamente è stata l’annuncio di un convegno nella mia città cui parteciperà Thomas Fazi, che ha recentemente pubblicato per Meltem un libro di riflessione e divulgazione delle idee e dell’attività di Federico Caffé. Tra gli economisti italiani uno dei più lucidi e più preparati, e più keynesiani, e più inascoltati. Una civiltà possibile.

Altre pubblicazioni si sono occupate del professor Caffè, anche attratti dall’intrigo della sua scomparsa nel nulla, il 15 aprile 1987, come l’altro scienziato italiano Ettore Majorana.

Nessuno però aveva avuto il taglio e lo spirito di questo libro di Fazi, che infatti dedica pochissimo spazio, quasi nulla, alla scomparsa e alle caratteristiche della sua vita personale.

Fazi ammette che era partito dalla volontà di analizzare criticamente il pensiero e l’opera di Mario Draghi, uno dei più illustri allievi del professor Caffè, proprio mettendolo a confronto con il maestro, ed individuandone i numerosi tradimenti. Ma è stato sopraffatto dalla quantità e dalla qualità degli interventi accademici, politici, polemici, giornalistici di Caffè, ed ha meritoriamente virato su questa necessaria ricostruzione che oggi abbiamo tra le mani.

Quindi, invece di confrontare e differenziare il maestro Caffè e l’allievo Draghi, finisce per confrontare e non differenziare il maestro Keynes e il seguace Caffè.

Ricostruire il pensiero di Caffè, pertanto, diventa contestualmente ricostruire il pensiero di Keynes.

Ho studiato Economia e Commercio negli anni ‘80 a Catania. La mia facoltà era brillante e consentiva confronto e dibattito con tante voci. Nonostante la collocazione geograficamente periferica era ancora una facoltà dinamica ed aperta allo sviluppo di pensieri non necessariamente mainstream.

Grazie ai miei professori, La Rosa e Pedalino su tutti, relatori poi della mia tesi, appresi la teoria di Keynes attraverso la loro lente e quella di Augusto Graziani e di Federico Caffé. Ciò mi consenti di comprendere sin da subito la portata rivoluzionaria dell’impianto teorico di Keynes, differenziandolo dalla cosiddetta Sintesi Neoclassica, che ne svuotò l’arsenale rivoluzionario e la depotenziò a caso particolare della teoria tradizionale mercantilistica e liberista.

Altri miei colleghi di Giurisprudenza negli stessi anni si formavano su Dornbusch o Samuelson, e apprendevano la Sintesi Neoclassica come unica versione della teoria keynesiana.

È così è stato per tanti economisti, decisori politici, americani o europei, che più o meno consapevolmente rinchiudevano Keynes dentro questa camicia di forza.

Quando lavorai alla tesi, imperversava l’ultima aggressione definitiva alla forza rivoluzionaria di Keynes, la Nuova Macroeconomia Classica della scuola di Chicago, la scuola delle aspettative razionali.

Ancora grazie ai miei relatori e alle pubblicazioni del professor Jossa, fui messo in condizione di individuarne la fallacia e riportarla nella mia tesi.

Questo secolare confronto tra spinta rivoluzionaria originaria keynesiana e restaurazione neoclassica, monetarista, razionalista, liberista è raccontato con dovizia di particolari e di esempi da Fazi in questo libro. Caffè e Keynes vengono costantemente armati contro questo o quel detrattore, che tentano di ridimensionarli.

Come io stesso nel mio piccolo mi accorsi, quando per preparare la tesi decisi di leggere in maniera integrale la Teoria Generale dell’occupazione, interesse e moneta, l’opera monumentale di John Maynard Keynes, Fazi sottolinea da subito che la Teoria di Keynes non è matematica, non è astrusa come potrebbe aspettarsi chi ne ha conosciuto la sintesi neoclassica, ricca di grafici, di equazioni, e di condizioni matematiche necessarie.

Il lavoro di Keynes è l’affermazione di una prospettiva economica, politica e sociale. Un trattato di filosofia sociale, una promessa di un mondo migliore, un mondo in cui il benessere sociale delle donne e degli uomini è al centro di tutto.

I suoi pensieri si incastrano con ragionamenti lucidi, verificabili ed inoppugnabili, senza numeri o assi cartesiani.

Una vera e propria palingenesi che parte dagli errori dell’economia per ricostruire politica, diritto e società.

Scrive infatti Fazi:

“In verità, l’obiettivo di Keynes era molto più ambizioso del semplice mantenimento di un livello ottimale di produzione o dell’abolizione della disoccupazione. Come disse Joan Robinson, egli non immaginava certo un mondo in cui la gente sarebbe stata costretta a scavare buche: il suo auspicio era che le sue teorie contribuissero a inaugurare una nuova era (postcapitalistica?) per l’umanità, in cui i bisogni economici fondamentali dell’uomo sarebbero stati soddisfatti. Per la prima volta l’uomo si sarebbe trovato “di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Nel pensiero keynesiano, insomma, non ritroviamo solo suggerimenti per la politica economica, ma “una visione del mondo che affida alla responsabilità dell’uomo le possibilità del miglioramento sociale”, scrisse Caffè. “È il messaggio di una ‘civiltà possibile’, e non di un mero efficiente neocapitalismo, che emerge dalla ‘visione’ keynesiana, con la sua ‘preoccupazione appassionata’ per i mali del mondo e la sua pressante sollecitazione a darsi da fare per porvi rimedio”.

Prima di Keynes la teoria economica sosteneva che il sistema capitalistico, il mercato, se non disturbato da interventi eterogenei, come quello pubblico, statale, conteneva in se le forze per recuperare l’equilibrio. Ne conseguiva l’assoluto divieto per la mano pubblica di intervenire a disturbare il mercato, pena inefficienze e crisi.

Keynes dimostrò incontrovertibilmente che non vi era alcun fondamento scientifico in questa credenza, che il sistema capitalistico era intrinsecamente instabile e che l’intervento pubblico in economia era non solo giusto, etico, ma necessario, indispensabile al corretto funzionamento del mercato stesso.

“Poiché il mercato è una creazione umana”, era solito affermare, “l’intervento pubblico ne è una componente necessaria”, sia per evitare che l’iniziativa privata contrasti con “l’interesse generale” sia per assicurare il funzionamento della stessa economia di mercato, “e non un elemento di per sé distorsivo e vessatorio”

La Sintesi Neoclassica reagì a questa radicale rivoluzione ingabbiandola in un complesso di grafici ed equazioni che servivano a dimostrare che Keynes si era limitato a trovare un caso limite, eccezionale, che in quanto tale confermava la regola antica, in cui il mercato non fosse capace da solo di riequilibrarsi, la Trappola della Liquidità. Ne conseguiva che l’intervento pubblico in economia era riservato a questi limitati casi.

Più avanti con la svolta monetarista di Friedman, una ulteriore costrizione fu imposta all’intervento pubblico. Lo Stato doveva ridurre le politiche fiscali, efficaci solo temporaneamente nel breve periodo, a causa del funzionamento delle aspettative adattive, ma inefficienti nel lungo periodo, e limitarsi a regolare la quantità di moneta in circolazione, con il fine di contenere il male assoluto, l’inflazione.

Nella sua opera meritoria di ricostruzione di questo dibattito, scolpendo ai margini le posizioni di Keynes e Caffé, Fazi ci restituisce anche una appassionata ed appassionante ricostruzione della figura politica di Caffè.

“… anche un Caffè militante, protagonista di tutti i principali dibattiti economici dei turbolenti anni Settanta e Ottanta, dal Sistema monetario europeo alla scala mobile, dai cui scritti emerge anche una sorta di “controstoria” di quegli anni così cruciali per l’Italia. Infine – ed è questa senz’altro la sua lezione più preziosa, quella che la narrazione ufficiale ha cercato di oscurare –, un Caffè che si è battuto tutta la vita per mostrare che un’alternativa è sempre possibile. Un Caffè, insomma, che ha ancora tantissimo da dirci e da darci.”

Fazi riporta in superficie le tracce sotterranee del contributo di Caffé alla Costituzione del nostro paese, tramite Ruini, di cui è stato fidato ed ascoltato consulente. Ci aiuta a riconoscere l’impianto keynesiano nella prospettiva politica e sociale nostra Costituzione (che forse anche per questo diciamo sia la più bella del mondo).

Un impianto costituzionale dove il conseguimento della piena occupazione e del benessere sociale è l’impegno primario dello Stato, come sosteneva Keynes, e sottolineava Caffè.

“È dunque compito dello Stato intervenire nell’economia – attraverso la politica monetaria, fiscale e di bilancio (e, all’occorrenza, la spesa in disavanzo, secondo la logica per cui è la spesa a generare la capacità di risparmio e non viceversa), e altre forme di regolazione pubblica, anche sostitutive dell’attività economica privata – per sopperire ai problemi generati dal mercato, in primis la disoccupazione, e assicurare così il benessere collettivo e livelli adeguati di domanda aggregata, mitigando oltretutto gli effetti negativi delle recessioni e delle depressioni economiche”

È stato davvero stimolante ed intrigante rileggere la serie di eventi politici ed economico sociali, le prese di posizione che si sono contrapposte egli anni, attraverso questa “contro storia” che Fazi ha ricostruito con il professor Caffè.

In particolare la forza con cui Caffè combatteva l’idea dominante che il nostro Paese avesse bisogno di un vincolo esterno, sempre più vincolante fino all’euro, che Caffè non vide ma prefigurò, per compiere virtuosi passi verso il mercato liberista.

Questa ricostruzione storica, sebbene inevitabilmente parziale, e non sempre del tutto condivisibile, ci è utile per comprendere esattamente che tipo di lotta si è verificata sotto i nostri occhi.

La sempiterna lotta tra i padroni, i ricchi, i proprietari e la povera gente, i sottomessi, i lavoratori, le cui istanze sono state sacrificate sull’altare di una adesione ai principi liberisti, contrabbandata per necessaria per la salvezza del Paese, in realtà utile alla salvezza dei privilegi e delle differenze economiche.

La palese mancata attuazione dell’impostazione keynesiana della nostra Costituzione.

Il cedimento per acquiescenza ideologica delle forze politiche di sinistra, che avrebbero dovuto per indole costitutiva difendere i lavoratori, pretendere la piena occupazione, imporre la necessaria differenziazione tra operatore privato ed operatore pubblico in economia, reclamare la conciliazione degli interessi, nel supremo fine del benessere sociale di tutti, che Keynes e Caffè ci avevano indicato come esigenza non solo etica, ma intrinsecamente necessaria al funzionamento del sistema economico. Il socialismo liberale che Keynes prometteva.

“In più occasioni, infatti, fu [Keynes] stesso a chiarire che il suo obiettivo non era tanto “riformare” il sistema capitalistico esistente, quanto promuovere la transizione a un modello alternativo che definiva “socialismo liberale”: un socialismo, cioè, che preservasse la natura democratica.”

Fazi è impietoso nell’indicare quante divisioni possedesse il nemico di questa impostazione, e come fosse inerme e solo, per quanto inaffondabile e battagliero, il Professor Federico Caffè.

Quanti suoi allievi passassero la trincea ed andassero ad ingrossare le fila del nemico. Non solo Draghi, o l’amico Modigliani, neo keynesiano del MIT, ma anche il prediletto Tarantelli, colpito a morte dalle BR, nel pieno di una violenta polemica sulla scala mobile.

La sconfitta di Caffè è la sconfitta dei lavoratori, delle loro istanze, della promessa di una rivoluzione politica e sociale che avrebbe potuto essere e non fu.

La scomparsa di Caffè è il passo indietro dello scienziato che si rende conto della inutilità delle sue battaglie, della sordità del mondo ai sospiri della promessa di benessere sociale condiviso.

Come dicevamo l’ultimo attacco definitivo alla teoria keynesiana venne scagliato negli anni ottanta dalla Scuola di Chicago, la Nuova Macroeconomia Neoclassica, la scuola delle aspettative razionali.

Caffè ebbe modo di attaccarla pesantemente.

Questi economisti Introducevano l’ipotesi di aspettative razionali, cioè la circostanza che tutti gli operatori del sistema economico, famiglie, consumatori e imprese, possiedano tutte le informazioni necessarie e possano razionalmente valutare istantaneamente la decisione giusta da assumere.

Cosi facendo, eliminavano anche quella piccola efficacia di breve periodo che i monetaristi lasciavano all’intervento pubblico in economia.

Nessuna efficacia anche nel breve o brevissimo periodo, nessuna utilità dagli interventi statali. Necessità di uno Stato ridotto al minimo e libero spazio alla “naturale” capacità del mercato di ottenere il miglior risultato.

Nella mia tesi mi occupai a lungo di questo attacco a Keynes e alle sue idee. Concludevo il punto, e conclusi anche durante la dissertazione, con un interrogativo: se il mondo è veramente così razionale, da giustificare tutti i formalismi ed i meccanismi automatici delle aspettative razionali, che posto c’è per la realtà, fatta di frizioni, disguidi, sbagli, volontà difformi, eccetera?

Gli operatori sono davvero tutti razionali? E allora mia madre?

Che pur non essendo la casalinga di Voghera, rappresenta il tipico operatore che nella realtà, non possiede tutte le informazioni e prende le sue decisioni in maniera tutt’altro che “razionale”.

Questo appassionante libro di Fazi ha il piglio del libro storico. L’autore non appesantisce con inutili dettagli econometrici, la forza delle argomentazioni. Infatti, non tratta neanche la Curva di Phillips, strumento statistico al centro della mia tesi per ricostruire questo scontro ideologico e politico, prima che economico, raccontato nel libro.

Inevitabilmente però lascia uno spazio di approfondimento, che merita una ulteriore riflessione.

La pandemia e la situazione di guerra in cui ci siamo trovati dopo quella storia hanno riportato il pendolo da questa parte?

Le decisioni che hanno portato al PNRR sono la ricompensa politica alle battaglie di Caffè in difesa di Keynes?

Assisteremo al ritorno di Keynes?

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.