La ricerca dell’identità – Volevo essere un pernambuco – Alessio Calaciura – Navarra Editore

Quando ero ragazzino in Tv passava una curiosa pubblicità, che oggi non ricordo neppure più che prodotto reclamizzava. C’era Philippe Leroy, Yanez un po’ invecchiato, che carezzava un pezzo di legno ed in un italiano arrotato e molto francofono diceva “Amo il legno e mi piace lavorrarrlo”.

Non so perché ma ci faceva tanto ridere questo canuto barbuto ebanista della domenica.

Ebanista davvero e non della domenica, né per finzione televisiva, è Alessio Calaciura, profondo conoscitore di legni e di piante.

Recentemente Alessio Calaciura ha pubblicato con Navarra Editore una raccolta di scritti. Volevo essere un pernambuco.

Questo libro è una raccolta apparentemente slegata di racconti, di ricordi, di impressioni, di apparizioni, di sogni, di gioie e di dolori.

Navigare tra queste poco più di 100 pagine mi ha ricordato una esperienza infantile indimenticabile.

Negli anni Sessanta ebbe grande successo un film di proto fantascienza, “Viaggio Allucinante”. Tre medici scienziati si facevano miniaturizzare e si facevano iniettare dentro il corpo di un uomo per una endoscopia generale live.

Quando l’ho visto sono rimasto impressionato da alcune scene, in particolare da quegli enormi globuli rossi e bianchi che tentavano di aggredire la navicella dei medici.

Ecco la lettura di questo libro mi ha fatto sentire un medico, meglio uno psicologo, miniaturizzato dentro una navicella ad esplorare l’anima di Calaciura, ad esplorare i suoi reconditi angoli, le matrici di alcuni modi di essere.

Sin dalle prime pagine rivela la generazione cui appartiene. Racconta della sua notte di Ognissanti del 1975, quando Halloween ancora non c’era. Quando la cieca violenza uccise il Poeta.

Per ogni parola, poesia o canzone o filmato o il solo pensiero perso o non nato ogni forma di potere ringrazia.

Pasoliniano, infatti, è il moto dello spirito politico, impegnato, civile di questi scritti.

Nelle varie fotografie raccontate in questo libro vengono affrontati vari temi, alcuni più sociali, altri più intimi, altri ancora squisitamente politici.

Il Sacco di Palermo torna più volte. Una sorta di via edilizia alla ricostruzione del lato oscuro di questa stramaledetta città e isola. La mafia che incombe, i cittadini che si accomodano.

Calaciura ci racconta del killer che si diverte a cesellare SUCA sulle pallottole per prendersi gioco della scientifica.

Ci racconta di Mario e Giuseppe Francese.

Ci racconta di Cuore di pietra, l’impiegato del Catasto anarchico e ribelle.

C’è spazio anche per la satira di alcune ricette che indicano alcuni modi come mangiare i bambini, le ricette per il Mammaddau. Vendetta postuma contro lo spauracchio di ogni bambino, agitato da genitori insofferenti.

Il mio omonimo nonno paterno, falegname di valore, come Calaciura, appena sposato, prese la moglie e andò in Argentina, dove nacque la prima figlia. Ma dopo cinque anni di tentativi ritornò in paese a combattere con il calendario per arrivare alla fine del mese.

Nelle sue comunicazioni epistolari ai familiari (anche dopo il ritorno da Tucuman) firmava sempre con quattro esse maiuscole: SSSS, siamo sempre senza soldi.

In questi racconti c’è spazio anche per il problema della migrazione, vista da entrambi i versanti.

Ci sono Banù, il giardiniere, con la sua cura terapeutica a base di crisantemi e jacarande e Babalù, il ballerino eccentrico.

I Fabbri caminanti che sembrano usciti da Khorakanhè di Fabrizio De Andrè.

Ma ci sono anche gli emigranti nel Venezuela, quelli che non hanno fatto fortuna e sono tornati con le pive nel sacco, come i miei nonni, appunto.

Intelligente e suggestivo questo modo di trattare l’emigrazione ricordando sempre la biunivoca dimensione del fenomeno.

Nello Zibaldone di Calaciura c’è tanta umanità dolente.

La commessa sognatrice; Salvatore murìuu cani, con la grande tenerezza sul suo fare finta; gli occhi di una ragazza vittima delle angherie paterne, e la vigliaccheria che potè più dell’amore e della solidarietà; gli occhi neri della fame tra le fritture delle quattro di mattina.

Un popolo sofferente, di donne e uomini e ragazzi, che vivono ai margini, che cercano un appiglio, che spesso non lo trovano.

A questo popolo Alessio Calaciura rivolge il suo sguardo osservatore, analitico, non spietato, ma caldo, solidale, vicino.

La sua osservazione ricostruisce dai più piccoli particolari il contesto in cui tutto si muove. A quel contesto attribuisce un valore fondativo e rivelatore.

Spesso la sua attenzione è distratta dalle case, dagli arredi, dalle suppellettili, dai bricolage, dalle piante ornamentali e non. Si concentra sulla struttura edilizia delle case dove i suoi ricordi ricordi hanno abitato. Si concentra sui mobili, sul mogano, sulle piante.

C’è anche un carrubo dotato di anima propria, che sembra estratto da L’isola degli alberi scomparsi di Elif Shafak. Un carrubo ferito mortalmente da un fulmine, che trova la forza di rinascere dalla parte residua, per onorare i suoi seicento anni di vita. Da cui rinasce un ramo nuovo che sceglie la via orizzontale e non aspira al cielo.

Un ramo che il padre di Alessio deve sostenere, puntellare per giustificarne la vita. All’ombra di quel ramo nasce e si sviluppa un gelso nero, sugoso e dolcissimo, che prospera protetto da quel ramo.

Giunti alla fine di questo “Viaggio allucinante” nell’anima di Alessio Calaciura possiamo dire di averlo conosciuto, di aver osservato angoli e prospettive della sua anima messa a nudo in questo libro.

Dalle sue pagine, tutte, anche da quelle dove non trova menzione che sotto mentite spoglie, emerge l’ingombrante e imprescindibile ricordo del padre. Anselmo Calaciura.

Questo grande padre che, cogliendone la fragilità intima, lo protegge come fa il ramo di carrubo con la pianta di gelso. E che mentre lo protegge, però, gli oscura la luce, ne perpetua la fragilità, la precarietà.

Un gelso che di Alessio diventa imago.

Nella sua ricerca di identità, di uno sguardo affettuoso su di se, non ha aiutato la condizione di gemello monozigote. Un amatissimo gemello da cui provare a strapparsi, a distinguersi con ogni mezzo, persino una camminata sghemba, unica ed inimitabile. Per avere la certezza che lo sguardo della mamma si stia poggiando su di Alessio e sia solo per Alessio.

Grazie alla Casa del Libro Mascali ed al Piccolo Hotel Casa Mia che ci hanno ospitato ieri sera a Siracusa, abbiamo potuto conversare con Alessio Calaciura del suo libro, dei suoi ricordi, dei suoi sogni, di lui.

Grazie a Simone Giallongo abbiamo potuto ascoltare alcune delle più belle pagine di questo libro.

Abbiamo potuto infine chiedere direttamente ad Alessio Calaciura conto del titolo curioso e vagamente esotico dato alla sua raccolta.

Il pernambuco è un legno inconfondibile. Un legno che, tagliato, assume il colore rossastro del sangue, che, riposando dal taglio, assume il colore scuro nero del sangue rappreso. Un legno vivo.

Il legno usato per costruire gli archetti per violìni o violoncelli. Un legno bellissimo, solido, perfettamente elastico, che mantiene la sua forma senza deformarsi nel tempo. Ad un solo patto: che venga sempre usato, che non venga mai dimenticato in un cassetto, su di un ripiano di mobile.

Questo continuo bisogno di sollecitare la vita nel legno dì pernambuco, con il suo utilizzo, a fini prevalentemente artistici, spiega infine tutta la teoria di scritti, raccolta in questo faldone.

Alessio Calaciura, già gelso nero e sugoso, vuole diventare pernambuco, per diventare strumento artistico, per diventare un archetto del violino che stride le parole dei suoi libri.

Ed ora che ha scoperto di poterlo essere, non vuole smettere più.

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3 pensieri su “La ricerca dell’identità – Volevo essere un pernambuco – Alessio Calaciura – Navarra Editore

  1. Sono stato davvero colpito dalla semplicità con cui hai parlato di un libro di racconti in realtà non facili, forse perché l’unica cosa che li tiene a galla, spero in leggerezza è nonostante tutto una prossimità, una vicinanza tra loro veramente identitaria
    Ti ringrazio tanto!

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