Le donne odiavano il jazz, non si capisce il motivo – L’amore è una fiamma di ARS Antiqua World Jazz Ensemble

Fin da quando ne ho memoria sono sempre stato attratto irresistibilmente dal jazz. Non so se lo capivo, (né so se lo capisco tuttora), ma ne ero perdutamente attratto.

Una fiamma, un desiderio, scottature e bruciature comprese.

Ho pure provato a descriverlo il jazz, con le parole, ricorrendo alla metafora dei trapezisti per una storica esecuzione live in Tokyo di Chet Baker.

Del jazz mi intriga e seduce la commistione, la fusione, la mescolanza di aromi e sapori diversi. Il retrogusto da scoprire ogni volta.

Vado cercando tracce di jazz anche dove non si pensa di trovarlo. Penso certamente a Paolo Conte e alla sua vita sotto le stelle del jazz, ma non solo, tantissimi altri.

L’ho trovato pure in uno dei primi successi della giovanissima Madame, che scelse di campionare Django del Modern Jazz Quartet per sostenere la sua Baby.

Per quanto mi sforzassi però, non pensavo di trovarlo certamente nei sonetti di Jacopo Notaro da Lentini, precursore stilnovista alla corte dello Stupor Mundi.

Ci ha pensato Roberto Manuzzi, che con la formazione Ars Antiqua World Jazz Ensemble, composta di studenti del Conservatorio Frescobaldi di Ferrara ci ha regalato un cd tutt’altro che natalizio. (letteralmente un regalo, visto che è stato pubblicato per il mio compleanno, ma di certo Manuzzi non lo sapeva).

L’Amore è una fiamma, Overstudio records.

La citazione dantesca è inevitabile se parliamo di sonetti del Tredicesimo secolo.

Occorre una precisazione.

Del conservatorio fa parte anche Rachele Amore, che ho la fortuna di conoscere da quando non arrivava all’altezza del microfono.

Rachele è di Lentini e prima di andare a sciacquare i panni canori in Este, ha dato un enorme contributo alla produzione della Compagnia di Encelado Superbo, di cui ho più volte cantato le meritate lodi.

La sua origine lentinese ha stuzzicato la geniale creatività di Roberto Manuzzi che ha cominciato a incrociare i frammenti poetici del Notaro con altre liriche ed altre musiche medievali.

Debbo riconoscere che solo seguendo le orme ed i successi di Rachele sono venuto a conoscenza di questo progetto.

Se per me è stata una fortuna, temo che possa essere un limite per l’opera stessa.

Voglio dire che senza adeguata promozione e diffusione, senza la distribuzione sulle piattaforme digitali imperanti, non so quanti verranno a conoscenza dell’esistenza di questo pregevole disco.

Sarebbe un vero peccato, perché siamo davanti ad un’opera jazz, etnica e mediterranea di grande pregio. Colta e seducente. Sinuosa e dolorosa, come una serpe. Un dolce impasto di versi, suoni, e timbri che si insinua nelle orecchie ed attraverso i loro labirinti si insedia tra atri e ventricoli, determinato a restarci per molto tempo.

Le prime tre tracce derivano direttamente dai sonetti di Jacopo da Lentini.

Passiamo dalla sonorità colta ed antica, intrinsecamente medievale de L’aire claro, alle sonorità del linguaggio, echi di portoghese, di Quand’om ha un bon amico. Per approdare al tessuto acustico che regge la lamentazione di Chi non avesse mai veduto foco.

Già da queste prime tre tracce emerge nettissima la maturità vocale di Rachele. Governa ottave ed esitazioni con padronanza artistica. Ci regala un canto sinuoso, di cui innamorarci a costo del fuoco.

Lasciamo per un attimo la piana degli agrumi e andiamo per il mare mediterraneo con Ondas do mar de Vigo. La voce di Rachele risacca come il mare e racchiude un lungo divagare improvvisato jazz che scuote da ogni lato la nostra imbarcazione in preda ai flutti.

Tornati a riva approfondiamo la conoscenza di Jacopo.

In una tripartita composizione, con il pianoforte di Paola Tagliani a sostenere la voce potente e struggente di Rachele, si affrontano tre sonetti barbarici.

Il primo un inno d’amore prezioso, con una modulazione melodiosa del canto, che ci rapina e lascia privi di difesa.

Ci atterra definitivamente il secondo sonetto barbarico. Una preghiera suggestiva, languida e tormentata, che ci tormenta a nostra volta.

Ci identifichiamo nel terzo sonetto nella mirabile resa dell’esitazione e dell’imbarazzo dell’amante incerto, sopraffatto da fascino e bellezza. Intimidito dalla seduzione del canto e della musica.

Si torna ad attraversare il mare con due composizioni che ci portano oltre lo stretto di Gibilterra, tra gli ebrei sefarditi spagnoli o portoghesi. Alta, alta es la luna, e Sien dramas al dia.

Con l’indicazione di Alfonso X a Santa Maria Strella do dia, l’invocazione, la ricerca della guida, della luce per la via, chiudiamo il nostro viaggio tra i secoli e le onde del Mediterraneo, tra versi e musiche, tra canto e jazz.

I titoli di coda scorrono sulle note di una Tarantella del 1673 di Cristoforo Caresana, che si avvale ancora una volta di Paola Tagliani al pianoforte e nientepopodimenoche di Ares Tavolazzi al contrabbasso, che ci riporta alle nostre suggestioni contiane dell’inizio.

Chissà perché Paolo Conte cantava che le donne odiavano il jazz.

Oggi non lo canterebbe più, ne sono sicuro.

Almeno a giudicare dalla passione con cui Rachele ha incarnato questo temerario progetto che unisce nel jazz, la donna, il mare, il tempo, la memoria, la poesia, la religione, la bellezza, l’umanità.

Gli ARS ANTIQUA WORLD JAZZ ENSEMBLE sono

– Roberto Manuzzi: musiche originali e arrangiamenti, sax tenore, sax sopranino mi bemolle

– Rachele Amore: voce e percussioni

– Stefano Melloni: clarinetto, flauti a becco, figulino

– Erica Ruggiero: pianoforte acustico ed elettrico, clavicembalo, cori

– Raffaele Guandalini: contrabbasso e basso elettrico

– Stefano Guarisco: batteria

– Davide la Rosa: chitarra acustica ed elettrica

– Pietro Boarini: chitarra elettrica

– Davide Zabbari: viola da gamba

– Fausto Negrelli: vibrafono e percussioni etniche

– Antonio Stragapede: mandolino

https://overstudiorecording.bandcamp.com/album/lamore-una-fiamma?fbclid=IwAR0RqKYGDR4k5B5YApBu5UmrnRYk-lQLg8sCWP4Q4DgY8PP28aSitZXujGU

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