Orwell aveva letto Gramsci? – Nella Vecchia fattoria, io, io no! Di Amalia Zampaglione – Albatros

Se c’è una cosa che lega in maniera intergenerazionale sia la mia generazione che le precedenti e le seguenti è la canzoncina del Quartetto Cetra: Nella vecchia fattoria, ja ja ho.

Forse non tutti sanno che la canzone del Quartetto Cetra è l’adattamento da una tradizionale canzone inglese dei primi anni del 1700: Old Mac Donald Had a Farm.

Gli animali della fattoria di Zio Tobia /Mac Donald erano l’espediente per canticchiare onomatopeicamente i rispettivi versi, per la gioia dei bimbi e dei genitori e dei nonni che accompagnavano battendo le mani.

Più di settant’anni dopo Amalia Zampaglione, intellettuale e giornalista, con una particolare sensibilità per i temi della legalità e della violenza di genere, riprende quella filastrocca infantile per raccontare in un apologo antropomorfico guasti e difetti della nostra vita sociale e politica.

Nella Vecchia Fattoria, Io, Io No! Albatros

Siamo ancora coinvolti dalla faina di Zapponi che ha vinto il Campiello quest’anno. Però Archie era una faina, pensava, sentiva come una faina, viveva come una faina, e questo ci confondeva.

In questo apologo i vari animali declinati sono un pretesto, una soluzione per rappresentare difetti e caratteristiche tutte umane, attribuendo loro matrice animale.

Cani, gatti, galline, oche, sono diverse declinazioni del modo di stare in società, di vivere in relazione. Il fattore brilla per inerzia, per inettitudine, per viziosa accidia.

Ognuno degli animali partecipa alla vita della fattoria secondo la propria natura, tutti stanno al loro posto e ricevono in cambio il necessario per la sopravvivenza. Tutti gli animali hanno comunque un difetto, una mancanza: non hanno consapevolezza della loro importanza.

Finché non compare una volpe. Astuta ed infida, tesse alleanze, simula fedeltà, di fatto esautora il fattore, che forse non aspettava altro.

Un cenno particolare meritano gli asini. Ma non tutti gli asini. Quelli che si credono cavalli, quelli che hanno magari studiato, ma non sanno, non capiscono, sono inutilmente vanagloriosi,sono pericolosamente autoreferenziali. Vittime ideali dei furbi, di coloro che sanno come usare il potere.

Anche un vasto gruppo di pecore costituisce il corpo molle, aderente per principio alla maggioranza, qualunque sia. Nessun disagio a non avere idee proprie, ma una sostanzialmente comoda serenità ottusa.

Curiosamente c’è anche un pollo, anch’esso vittima del suo istinto.

Come tutti gli altri animali di questa ben strana fattoria non sa volare. Nonostante le ali, si limita a razzolare.

Un animale che vola c’è, ma è eccentrico, è nascosto, non fa parte della fattoria, non è ammesso. Si tratta di un gufo, che potendo girare la sua testa a 350 gradi (non ho sbagliato: Zampaglione lo descrive capace di fare quasi un giro intero con la testa). Questa sua caratteristica gli fornisce una visione più ampia e per questo conosce il diritto che nella fattoria è violato.

Al gufo si rivolgono quelli che sentono che qualcosa non va e imparano quali ammanchi di diritto si perpetrano nella fattoria.

La macchina della propaganda si mette in moto e quei pochi disgraziati, o poverelli, che scoprono e lamentano le ingiustizie, diventano i nemici della fattoria tutta, e l’odio di tutti gli animali si concentra verso di loro fino a chiederne l’esilio.

È abile Amalia Zampaglione a descrivere in questo apologo tutti i meccanismi della propaganda, della ingiustizia, della prevaricazione, attribuendoli al microcosmo della fattoria.

Riesce molto bene a descrivere come la legge non garantisca giustizia. Disegna equilibri e sistemi – anche elettorali – molto credibili.

Se rimane un sapore amaro, nonostante il finale dettagliato della favola, forse è perché in questa fattoria non ci sono animali alati, non ci sono gabbiani, aquile. L’unico animale volante che indica la via del diritto, è notturno, è nascosto, si mimetizza.

Aquile e gabbiani avrebbero potuto mostrare agli altri animali cosa si vede fuori dalla fattoria, avrebbero potuto spezzare il fronte degli impauriti, sobillati dai furbi.

Il quartetto Cetra incise la canzoncina nel 1949, l’anno in cui morì George Orwell, che aveva dato vita ad un’altra famosissima Fattoria, attraversata da fremiti rivoluzionari.

Sono profondamente diverse le due fattorie di Orwell e di Zampaglione.

In quella di Orwell i diversi animali servono a rappresentazioni classiste e a inscenare una vera e propria lotta di classe, poi tradita. Nella fattoria di Zampaglione non ci sono maiali che soppiantano il fattore con la violenza e poi diventano anche essi più uguali degli altri. Ci sono semmai gattopardi e iene, come in Tomasi di Lampedusa. C’è l’esercizio del potere, c’è l’abuso del potere, a discapito dei meno furbi, ma si diciamolo, dei buoni.

L’altra grande differenza, direi la fondamentale differenza, tra la Fattoria orwelliana e questa fattoria, sta nel disprezzo, nell’odio manifestato più e più volte dall’autrice nei confronti dei veri colpevoli, dei complici consapevoli, dei correi silenziosi: gli ignavi. Gli indifferenti che assistono senza muovere muscolo a ingiustizie e abusi, e pur sapendo che sono abusi ed ingiustizie, si voltano dall’altra parte e lasciano fare.

Questa passione dantesca di Zampaglione ha una matrice certa. Zampaglione, infatti, ha letto Gramsci. Non sembra che possiamo dire lo stesso di Orwell.

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2 pensieri su “Orwell aveva letto Gramsci? – Nella Vecchia fattoria, io, io no! Di Amalia Zampaglione – Albatros

  1. Carissimo Giuseppe, grazie!!!!
    Una recensione mooooolto bella! Bellissima la tua analisi. Davvero emozionata. Spero avremo modo di ritrovarci in altre occasioni..anzi…per la prossima presentazione del libro sarebbe per me un onore dialogare con te. Sappi che sono sincera. Non sono incline a proferir lusinghe e aliena ad ogni piaggeria…
    Sinceramente grazie!

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