A che servono gli dei ?- Prometeo Incatenato di Eschilo – Stagione INDA 2023 – Teatro Greco di Siracusa

Quando Rossana Casale, la giovane corista di Alberto Fortis, con una massa impertinente di riccioli biondissimi, divenne solista e virò verso il jazz, interpretò una bellissima canzone con venature jazz importanti: A che servono gli dei?

Per noi giovani innamorati della musica, del jazz e di Rossana Casale fu un tripudio. La ascoltavamo, la cantavamo, simulando di graffiare le pesanti corde di un contrabbasso alto più di noi.

Martedi sera, armati di grande entusiasmo, e con una grande aspettativa, siamo andati al Teatro Greco di Siracusa ad assistere alla tragedia di Eschilo, Prometeo Incatenato, nella nuova e moderna traduzione di Roberto Vecchioni, per la regia di Leo Muscato.

Nascosta da qualche parte della nostra anima risiedeva una sottile paura non dichiarata, legata alle sensazioni e alle emozioni ricavate dalla visione delle ultime rappresentazioni sotto la guida di Livermore. Troveremo altrettanta ispirazione?

Il primo impatto è stato con il pubblico. Forse abbiamo sbagliato serata. Un flusso scomposto, allegro e caciarone di adolescenti risaliva per le pietre e le scale occupando quasi ogni ordine e grado di posti.

Richiami ai gruppi, smarrimenti, urla dei professori estenuati, corse a rompicollo, ormoni in guazzabuglio per spalle e gambe scoperte, o per chiome virili e sguardi lupigni.

Una vitalità da invidiare, da ammirare, da godere come spettacolo vero e proprio. Mai avevo visto il Teatro Greco così colorato e vivace.

Il secondo impatto con la scenografia. Una cosa a metà tra Mad Max e la miniera di Zorro (quello con Banderas, ca va sans dire). Binari, pareti rugginose, tubi che entrano ed escono dal terreno, un silos che doveva essere nato rosso, sotto la ruggine.

Molto suggestiva la scenografia. Prometeo, la scienza, la tecnica, il progresso tecnico e industriale e civile, ci avvisa del male insito nel trionfo della stessa tecnica, della obsolescenza incipiente della tecnica, del deserto di ruggine che attende le migliori scoperte del momento, anche questa ridondante Intelligenza artificiale.

Poi è cominciata la tragedia. Con sbuffi e rumori inquietanti Crato ed Efesto, insieme a una silenziosa Bia, portano il titano due volte ribelle al luogo della sua prigionia e della sua punizione. Clangore e martellamenti a distanza (sic) inchiodano Prometeo alla “rupe” della Scizia.

Qui la prima inquietudine. Abbiamo una nuova traduzione, ascolteremo Hermes definito galoppino, perché non adeguare il linguaggio alla scenografia? Perché chiamare rupe un silos? Hai osato con la scenografia, prenditi le tue responsabilità fino in fondo, trova una definizione che si avvicini a quello che vediamo.

Per tutta la tragedia, nonostante lo sforzo di Vecchioni di dare attualità al linguaggio, sentiamo un distacco tra quello che ascoltiamo e quello che vediamo. (Inevitabile il confronto con le vicende di Clitemnestra nell’ospedale psichiatrico vagamente pirandelliano dell’anno scorso).

Durante la rappresentazione, forse vittime della ridotta fascia temporale massima di attenzione che gli adolescenti hanno imparato dalla Tv e dal web, gruppi e gruppetti di ragazze e ragazzi, si alzavano, salivano, scendevano, ridacchiavano, fumavano, andavano in bagno e si sedevano di nuovo. Un loop costante in cui c’era sempre qualcuno in piedi per le scale, ora qui ora li.

Non si poteva certo dare loro torto. Sul palcoscenico andava in scena una serie di monologhi di Prometeo, caratterizzati da saccenteria, da arroganza. Un Prometeo so tutto io, madamina offesa dalla ingratitudine dei mortali e dello stesso Zeus.

Uno sciame di oceanine che si sturbava per ogni rivelazione.

Dialoghi inutili tra un lezioso Oceano e Prometeo, e Prometeo ed Hermes, il galoppino di cui sopra.

Una ventata di soddisfazione è giunta con la comparsa dal pubblico della vittima cornuta, di Io, giovenca martoriata dal tafano. Qui la recitazione ha fatto un balzo avanti. La sua interprete ha dato una sferzata a tutti nella cavea, abbiamo sentito il morso del tafano, anche se eravamo seduti. In qualche modo anche Prometeo si è sforzato di esserne all’altezza.

Infine a un certo punto, gran tremuoto, fuoco, stridori e fiamme e Prometeo è stato inghiottito dalla terra, facendoci tirare un sospiro di sollievo.

Tutte le giovanotte e i giovanotti, assisi sulle sacre pietre, si sono slanciati in piedi in un’ovazione da stadio, con battimani e urla degne dei migliori concerti del Primo Maggio, lasciandoci il sospetto che ci fosse della sacrosanta ironia in tanto spellare di mani.

Alla fine ci siamo immersi nella fiumana di gioventù che si rincorreva e cercava il suo tutor, il suo pullman, correndo, e ruzzolando anche, nella stretta e poco illuminata via che ci riporta fuori dalla zona archeologica.

Non vedevo l’ora di tornare a casa e sentire quella prometeica voce di Rossana Casale domandarmi A che servono gli dei?

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1 pensiero su “A che servono gli dei ?- Prometeo Incatenato di Eschilo – Stagione INDA 2023 – Teatro Greco di Siracusa

  1. Tutto molto appropriato, anche ieri sera pubblico senza controllo che arrivava a tutte le ore. Discutibile anche la semplicità del linguaggio nella traduzione di Vecchioni.
    Per me pessima la recitazione di Io a parte il suo muoversi sulla scena molto animalesco, più da gorilla della giungla.
    Pessima la scenografia che non dava risalto al coro i cui abiti erano forse l’unica cosa azzeccata.

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