Miracolo a Ragusa – Gingolph si tuffa nell’abbraccio degli amici iblei

“E a me, dunque, che adempio un tale giuramento e non lo calpesto, sia concesso di godere della vita e dell’arte, onorato daglii uomini tutti per sempre; mi accada il contrario se lo violo e se spergiuro”

Così si concludeva il giuramento di Ippocrate nel suo testo antico.

La ricompensa dell’atto di prendersi cura degli altri, con scienza e coscienza, è godere della vita e dell’arte e dell’onore di tutti gli uomini.

Ecco perché nel momento di un bisogno che collega la mia vita, l’arte e la cura l’ho affidato a due medici.

Elisa Cappello e Gaetano Gibilisco hanno preso tra le braccia la mia emozione di tornare a Ragusa, dove ho trascorso una importante parte della mia vita, dove i miei figli hanno mosso primi importanti passi di vita. Dove torniamo sempre con piacere, dove abbiamo una rete di amici che ci rende amabile e vera la vita.

L’occasione era prestigiosa.

Nell’ambito della straordinaria festa letteraria che da 14 anni rilancia Ragusa tra le protagoniste culturali del Paese, A Tutto Volume.

Nell’ambito della sezione Extra Volume, alcuni incontri della scuderia editoriale Apalós, tra cui quello che presentava al mondo ragusano la prova della mia temerarietà, della mia incoscienza: Gingolph e la musica “oriunda”, il libricino dove ho infilato alcune scaglie della mia anima e della mia vita (anche di quella ragusana).

Siamo stati accolti dalla cortesia e dall’affetto di Cristina, e di tutto lo staff di Neropece, una delle perle di ospitalità di Ragusa Ibla, ambienti eleganti e freschi, connubio perfetto di classicità, tradizione e comfort moderno.

Siamo stati sorpresi dalla generosità e dalla disponibilità dei proprietari della struttura , Roberto e Salvatore.

Insomma l’inevitabile tensione che può accompagnare questi momenti che entrano così nell’intimità e nel profondo è stata aiutata a sciogliersi da tante mani amiche.

Poi quando abbiamo preso posto e il mio sguardo ha visto gli occhi dei tanti amici venuti ad abbracciarmi e anche gli occhi di chi avrebbe voluto ma non ha potuto o si è semplicemente dimenticato, l’ultima fitta di emozione e poi mi sono abbandonato alle sapienti mani chirurgiche di Elisa e Gaetano.

Medici dei corpi, dottori delle anime.

Elisa ha volteggiato con parole alate tra Gesualdo Bufalino, padre responsabile di tanta parte, financo del nome che ho assunto, e Tony Cucchiara.

Ha emozionato se stessa, me, e ha fatto luccicare gli occhi a tutti, seduti o in piedi che fossero, incidendo con il delicatissimo bisturi della sua sensibilità fuori dal comune nella carne della mia memoria, della mia anima, scoperchiando anche quello che era nascosto bene.

Balsamo le sue parole, carezza il suo affetto, farmaco il suo sguardo benevolo e troppo generoso su di me.

Gaetano ha saputo alleggerire la tensione emotiva che si era creata, con la sua consueta verve, la sua ironia garbata ed elegante, la sua curiosità competente. Ha facilmente pescato in tanta memoria comune per aggiungere le sue carezze alla mia esausta anima.

Ha incuriosito, divertito, mostrato di se il lato umano e profondo, che arricchisce in maniera impareggiabile la sua costante professionalità rigorosa, come tutti i suoi pazienti sanno e riconoscono, anche quelli illustri come il Francesco Cafiso che abbiamo insieme ricordato.

Non contenti della gioia che già aveva riempito ogni angolo della mia anima, anche gli amici intervenuti hanno voluto dire la loro, esprimere un pensiero, un sorriso, condividere una passione, chiedermi di fissare nelle pagina un pensiero loro dedicato, perché ognuno di loro sapeva che ci avrebbe ritrovato dentro un pezzo proprio, un pezzo della propria vita che ha intrecciato i suoi passi con la mia.

Se scrivere un libro significasse davvero aprirsi sempre a questo abbraccio risanatore, a questa eccedente ricompensa, ne scriverei uno ogni giorno.

L’amicizia, l’arte e la musica sono creme emollienti per i calli della vita.

I medici, i dottori, sanno alternare cura e farmaco per migliorare la vita.

I medici, dottori, artisti e amici sono il dono più bello che Dio, Atahualpa o qualunque altro Dio poteva regalare agli uomini.

È proprio vero che l’arte, la musica andrebbero somministrate dal SSN, e dai medici di tutto il mondo, come farmaco assoluto, come medicina prodigiosa, miracolosa.

Grazie Elisa, Grazie Gaetano, Grazie a tutti davvero.

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10 pensieri su “Miracolo a Ragusa – Gingolph si tuffa nell’abbraccio degli amici iblei

  1. “Ogni promessa è debito”, si dice. E io a Giuseppe lo avevo promesso.
    Cosa? Che avrei trascritto quello che al Neropece agorà di Ibla, ho detto, con gioia ed emozione, agli amici presenti per raccontare e presentare a modo mio il suo “Gingolph e la musica oriunda”. E quindi, se proprio vorrete lamentarvi di questo mio lungo post, prendetevela con Giuseppe Costa!

    “Fui giovane un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese a forma di melagrana spaccata : vivino al mare ma campagnolo: (…) e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.”

    Probabilmente avrete riconosciuto in queste parole la voce di Gesualdo Bufalino, luminosa come il sole d’estate sulle nostre piazze barocche. E magari vi starete chiedendo cosa c’entri Bufalino con l’opera d’esordio di Giuseppe Costa. Ebbene dovete sapere che è proprio grazie ad una pagina di Argo il cieco (di cui questo è l’incipit) che esiste il nostro Signor Gingolph, un alter ego a tutti gli effetti che un giovanissimo Giuseppe Costa ha scovato tra le letture adolescenziali citate dal professore perennemente infatuato, protagonista del romanzo di Bufalino. Tra queste letture compare appunto “Gingolph l’abbandonato”.
    Gingolph, che forse un tempo era, come tutti gli adolescenti, alla ricerca di sé stesso e che allora si rifugiava nell’alterego di “Gingolph l’abbandonato” (perché a volte indossare il nome di un altro fa sentire meno soli), ad un certo punto è diventato Gingolph e basta, non più abbandonato ma amato. E mi piace pensare che abbia fatto pace con Giuseppe diventando così un accogliente padrone di casa, una casa che immagino ricca di cimeli ed oggetti d’arte, una casa aperta all’incontro, agli altri, una casa a forma di blog.
    Giuseppe Costa è la definizione dell’uomo di cultura: curioso, operoso, intelligente, analitico e sintetico allo stesso tempo, ironico, cultore dell’approfondimento non fine a sé stesso ma fine alla gioia del godere di qualcosa di bello e di goderne insieme.

    “Gingolph e la musica oriunda” è un’opera assolutamente sui generis perchè se volessimo trovare un genere a cui riferirla faremmo effettivamente fatica. Questa è stata però la prima operazione che ho tentato di fare quando ho cominciato a leggere questo libro e alla fine direi che, per quanto mi riguarda, la catalogherei come saggio, ma non un saggio “grave” (a dispetto di quelle che forse erano le intenzioni iniziali dell’Editore) quanto piuttosto un saggio leggero, anzi leggerissimo. Una disanima di musica e sentimenti in cui prevale “la pigrizia dolce, che ti fa accontentare di ciò che hai, dei sorrisi degli amici, e dei concittadini, della sana voglia di divertirsi senza che il divertimento possa diventare poi un travagghiu”. Queste parole sono proprio dell’Autore che qui le scriveva a proposito di Colapesce e Dimartino ma credo possano tranquillamente riferirsi allo spirito lieve, scanzonato e allo stesso tempo profondissimo che respira nelle sue pagine.
    Dicevo: quello che ha scritto Giuseppe è quindi un saggio, una caleidoscopica recensione di musica e musicanti, una deliziosa matrioska di personaggi d’arte e di musica che si intrecciano e si intersecano con la storia personale dell’Autore, un invito alla curiosità, a lasciarsi prendere dalla bellezza, un dotto compendio di consigli per l’ascolto, una dichiarazione d’amore a quella luce fatta di suoni, numeri nascosti, anima e parole in rima che è la musica. Ma è anche e soprattutto una dichiarazione d’amore nei confronti di chi ci ha amati per primi insegnandoci a rendere grazie alla bellezza. Sì, perché il fine ultimo, magari non esplicitamente dichiarato dall’Autore nemmeno a sé stesso, è, credo, quello di dire grazie, grazie al suo papà.

    “Non credo che dimenticherò mai l’emozione di vedere il sorriso beato, l’espressione felice e dolente per la melodia, che riempì il volto di papà all’ascolto delle prime note. Non ancora adolescente mi sorprendeva che così grande e grosso lasciasse trasparire tanta emozione solo per due versi scritti bene e una melodia azzeccata. Al tempo stesso mi rassicurava , mi tranquillizzava, legittimava il mio lasciarmi andare all’emozione senza vergogna, o limitazioni. (…)

    Figlia
    crisciuta nni l’amuri
    pasciuta cu lu sciatu
    tra li pampini e li sciuri.
    Ora
    si nesci di sta casa
    ha nesciri cuntenta
    e sinnò rimani cca.”

    Sono versi bellissimi, tratti dal musical Pipino il breve di Tony Cucchiara in cui Filippo canta a Berta tutto il suo amore paterno.
    Giuseppe sceglie di raccontare la sua vita attraverso la chiave della musica “oriunda” (musica che in qualche modo richiama, anche solo in un mood, in un accento, in un ricordo, la sicilianità come chiave di lettura della vita) e questa musica oriunda è per Giuseppe/Gingolph una freccia lanciata tra le stelle, una sorta di capsula del tempo che, ancora e sempre, gli permette di godere della presenza d’amore di suo padre.

    “Questo viaggio alla ricerca della musica oriunda cominciato nella mano con papà, ben presto diventò una missione solitaria. Una missione personale, anzi personalissima, ma come se fosse per conto di. Se tra le fonti di ispirazione e i percorsi di ricerca fino al 1980 il confronto con papà fu la via maestra, dopo rimase il confronto con la memoria, con l’eredità musicale, con la sua presenza annidata dentro di me.”

    Il Gingolph di oggi ha accettato e curato quell’eredità e, come nella parabola dei talenti, l’ha messa a frutto tirandone fuori un patrimonio sconfinato di bellezza e suggestioni che sono confluite nelle pagine di questa sua opera d’esordio.
    Vi capiterà allora di leggere dei Mammasantissima e del Jazz sublime di un Francesco Cafiso bambino, della Compagnia di Encelado Superbo e dell’ondeggiante GGioia sciclitano di Vinicio Capossela, degli Alter Faber anima mediterranea di De Andrè, di Madame alter ego di Francesca (che forse come Giuseppe/Gingolph ha trovato il modo tutto pirandelliano di conciliare se stessa e il suo doppio).
    Vi capiterà di leggere ed appassionarvi, per dirla con parole di Gingolph, ad un “ temerario progetto (…) che unisce il mare, il tempo, la memoria, la poesia, la religione, la bellezza, l’umanità e che offre radici oriunde a un frutto colto e popolare insieme, come spesso è la musica oriunda che”, il papà prima e lui poi, hanno cercato.

  2. Una piccola riflessione sul libro appena terminato.

    Fiera ed onorata di avere un amico geniale, colto e appassionato di musica e della cultura in generale. Questo libro è stato una valida opportunità per avvicinarmi a cantautori e gruppi musicali da me finora sconosciuti e per questo ringrazio sinceramente Peppe.

    Ho sempre creduto che la musica è vita, ma questo libro ha allargato ancora di più i miei orizzonti e regalato nuovi stimoli. Grazie di cuore.

  3. Caro Peppe, ho appena finito di leggere il tuo libro. Tutto d’un fiato. Il viaggio intimo di un innamorato, curioso indagatore, medium capace di vibrare a qualsiasi nota o vocalizzazione che tocchi le corde della nostra ancestrale insularità mediterranea. Non tocca a me tentare una improbabile recensione. Confesso che mi hai trascinato sul filo dei ricordi, delle “vibrazioni” che mi si sono riproposti alla lettura ripercorrendo il tuo viaggio. Si sono incrociati, i ricordi Del Magna Grecia Festiva, così come quelli legati ai Mammasantissima di cui devo avere ancora il 33 giri conservato, come credo 3/4 LP dei Denovo e una certa quantità di episodi della nostra comune storia del Liceo. Ho seguito con interesse i tuoi approfondimenti nella seconda parte del libro dove sviluppi il tema tutto “nostro” del doppio, del gioco maschera/volto, o dello “scangio” camilleriano. Ho trovato strepitoso il tuo approccio con la musica popolare siciliana che guarda al passato, ma con una proiezione al superamento degli stereotipi consolidati. Guarda al futuro, quel futuro che la lingua siciliana non prevede se non al presente preceduta da un avverbio di tempo. Una prospettiva che ben hai analizzato sul lavoro della Compagnia Encelado Superbo (a me sconosciuti, ma non sono un cultore della musica popolare) che fa intravvedere una traiettoria nuova, una valorizzazione del nostro patrimonio genetico culturale che può rappresentare un prezioso contributo alla nostra terra e magari renderci fieri di questo nostro essere “insulari”, ma con un approccio nuovo, rivoluzionario, capace di riconsiderare la nostra realtà e di riformarla, e chissà magari renderci migliori

  4. Giuseppe, ho letto il tuo libro”Gingolph e la musica oriunda”. Complimenti per lo stile,originale e peculiare. Complimenti per le competenze musicali , la ricerca genealogica della musica “oriunda”. Purtroppo le mie conoscenze nel settore sono superficiali, ma mi hai dato spunto per ulteriori approfondimenti. Infine,coinvolgente e commovente l’omaggio a tuo papà, filo conduttore di questa analisi sistematica, che ti riporta indietro nel tempo,negli anni dell’ infanzia e dell’adolescenza,anni densi di ricordi ed emozioni, di cui la musica “, oriunda” ne è in parte evocativa.

  5. buongiorno
    volevo dirti che io da piccola ero segretamente innamorata di tony cucchiara
    al disco nero (di mia zia) e poi a quello colorato (di mio papà) ho rifatto i solchi

    per me il tuo libro potrebbe anche finire così 😁

    ps noi avevamo l’abbonamento allo stabile

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