Ne sono passati anni dai tempi del Cantagiro, quando di città in città, di juke box in juke box, le canzonette allegre estive, ballabili e canticchiabili si spargevano come la sabbia in casa al ritorno dal mare.
Certi meccanismi si sono decisamente affinati e sviluppati professionalmente. Non è più neanche il tempo dei tormentoni latini con i passi sincronizzati come “Asereje”.
In questi anni post di tante cose, ma soprattutto post Covid, per i tormentoni ci si unisce, si fa ditta. Si prende una vecchia gloria la si mescola con uno o più giovanotti, o sedicenti tali, e si lanciano motivetti nel falò di un’estate.
Morandi e Jovanotti, Orietta Berti e Fedez, Giusy Ferreri e Baby K, metterei anche Miss Keta e il campionamento di Vianello (Edoardo, ovviamente) con il crine di cavallo scambiato per capello.
Contemporaneamente si sviluppa una modalità alternativa, una modalità che per comodità intanto chiamo “d’autore”.
Due anni fa Madame aggiunse al suo primo album, Marea, una complessa e stratificata canzone, che riesumava un ritmo afrolatino, e raccontava l’irracontabile, facendo dimenare inconsapevolmente centinaia di avventori delle discoteche all’aperto o bordo piscina, con lo spritz in mano o il mojito sul tavolino.
Oppure i due filosofi peripatetici iblei panormitani, Colapesce e Dimartino, reduci dal cabaret televisivo delle comparsate a Propaganda, chiesero all’ironia superba di Ornella Vanoni di sostenere il gioco raffinatissimo di Toy Boy.
Non è assolutamente un caso che questa estate i tormentoni estivi più subdoli, più infingardi, vengano proprio da Madame e Colapesce e Dimartino.

Non avevano ancora indossato i mantelli dorati dei premi meritatissimi alla colonna sonora della spiazzante e surreale prova cinematografica: La primavera della mia vita – Nastro d’argento e Globo d’oro per gli intellettuali della Magna Grecia.
Piroettava ancora la fuga all’incontrario (dal mare al lavoro) sanremese, moderno escamotage degno di un remake senza spargimenti di sangue di Divorzio all’italiana, indimenticabile sessantenne Oscar.
Quando Colapesce e Dimartino confezionano un tranello estivo, una truffa come quelle a cui ci hanno abituato.
Considera.
Un nuovo inno nazionale, una marcetta sublime che si innalzerà verso la luna mentre si leva dagli scogli illuminati dai fari dei locali danzanti.
Su questi ammiccamenti alle stelle inquadrate tra i cristalli di un cocktail, fatti di note spensierate, i due saggi, vecchi e ciechi come un Tiresia in caffetano, cantano parole inaudite:
Considera che tutto può finire
Lo sai che mi deprimo, ma con stile
Ai trentenni convinti che la loro vigoria con cui zampettano nei campi di padel non finisca mai, ai cinquantenni convinti di aver sconfitto l’ansia tornando in formazione da calcetto per l’ennesima foto “siamo ancora qui”, cosa dicono Colapesce e Dimartino?
Considera che tutto può finire!
Uno schiaffo a mano aperta farebbe meno bruciore.
In Ecce Bombo, Moretti rimproverava a Fabio Traversa che era sempre triste, che era un “triste squallido”. Qui i due profeti della Tejera gigante promettono che la depressione sarà sempre di classe, stilosa.
Vana promessa. Anche se rinfreschi le tue mani accarezzando il rame ghiacciato dell’ennesimo Moscow Mule, sempre di depressione si tratta.

Non ancora soddisfatti continuano:
La verità è che è solo un pugno nell'anima
Questo bisogno di esserci
Per la paura di perdersi
Oh, nell'universo
Bruciano come in un falò estivo, anche se non permesso dalla legge, tutti gli affanni, gli sbattimenti per essere belli, abbronzati, con i baffi, senza i baffi, con la barba incolta o curata, con la camicia croccante e stirata, con i pantaloni in forma, le scarpe multiverso, passeggiate, sabbia, rincorsa amorosa.
Il gioco è svelato. La paura, la fottutissima paura, che l’estate prossima non ci saremo, o che non saremo più in grado di tuffarci da quello scoglio e risalire rapidamente, è un pugno nell’anima.
Un rimedio ci sarebbe stato. Lo consiglia la mamma, lo dicono i Dj alla radio: imparare a cantare, imparare a uniformarsi, a stare nel coro.
Ma chi ha mai saputo cantare?
Se davvero ascoltassero con le orecchie quello che i loro piedi inseguono sulle piste da ballo, ci sarebbe davvero da deprimersi – sempre con stile ca va sans dire…

Per fortuna i poeti delle due Sicilie (orientale e occidentale) lasciano uno spiraglio, e questa sembra già una novità:
Considera che tutto può fiorire
Ma in fondo stare insieme questa sera cos'è?
Una manciata di stelle davanti a questo disordine
Una volta compreso ed elaborato che tutto può finire. Avendo imparato che dobbiamo accettare la nostra finitezza e la nostra imperfezione, quali intrinseche caratteristiche della nostra umanità, saremo più liberi e potremo guardare a quel che resta della nostra gioventù, e coltivarla come un fiore.
Riconosciuto il disordine, potremo riscoprire quanto brilla quella manciata di stelle che il nostro stare insieme, ancora una volta, ancora una sera, rappresenta.
Con il nostro corpo e con la nostra mente, con il nostro amatissimo disordine.
Allora forse potremmo anche cantare, tutti, anche chi non sa cantare, con gioia.

Anche Madame è tornata alla hit estiva quest’anno.
Complice dei due zanni con il portabagagli pieno di psicofarmaci nella traccia che da il titolo alla soundtrack premiata, anzi premiatissima, Madame aggiunge al secondo album la canzone Aranciata.
Una hit estiva che parla di aranciata, fa subito pensare alla Fanta in bottiglietta di vetro, all’estate un po’ vintage di certe pubblicità.
Ovviamente se avete pensato a “Mi stuppai ‘na Fanta” vi siete collocati in uno spazio temporale ben preciso e inconfondibile, ma avete sbagliato contesto. Qui non si tratta di Brigan Tony.
La canzone si arrovella intorno ad alcuni interrogativi martellanti, come i tantissimi perché che ripete un po’ swingandone l’accento – non sarebbe Madame senza questi slittamenti.
Perché, perché, perché
Perché domani te ne vai? Mmm-mmm-mmm-mmm-mmm
Perché, perché, perché
Perché mi ami a metà? Mmm-mmm-mmm-mmm-mmm
Non mi lasciare così, non me lo merito
Non mi lanciare così, senza rimedio
Mi hai aperto le porte del mare
E mi hai lasciata sola navigare, mmm-mmm-mmm-mmm-mmm
Un’altra canzone d’amore, la canzone che mancava nel campionario dell’album.
Ma un amore diverso, grande come l’universo come cantava Finardi, dall’altro polo di questa coppia. L’amore filiale. L’amore padre figlia.

Anche senza aspettare di vedere nel video il consumarsi del dramma, Madame ci racconta di un momento altamente drammatico: il momento in cui un padre annuncia alla figlia che il sogno d’amore con la mamma si è infranto sugli scogli, che non sa più navigare, che lui scende da quella nave.
Un padre promette certamente che non cambierà niente, che lei sarà sempre la sua principessa, ma la bambina sente subito che non potrà più attaccarsi a quel dito, che non giocheranno più a pallone, che non sarà più tempo dell’aranciata.
Io ti tenevo da un dito correndo nel prato
Giocavamo a pallone, bevendo aranciata
Suonavamo canzoni alle feste di Clara
E mi volevi davvero bene?
E se era davvero bene
La bambina smette traumaticamente di essere bambina e scopre il dolore, vittima incolpevole e non designata.
Parla chiaro e dimmi perché te ne vai da me
Il tuo fiume senza margini non è più il mio rifugio
Da quando in quello che immaginavi io non ero inclusa
Trovo pace in una gabbia che non ho aperto a nessuno
Perché dentro c'è un ricordo che deve stare al sicuro
Il ritmo martellante della canzone, la ricorrenza parossistica degli interrogativi, riempiono una canzone che dilagherà anche nelle balere estive. Chissà forse rilancerà anche le vendite dell’aranciata.

Farà il paio con il sotterfugio di Colapesce e Dimartino.
Precisiamo subito che Francesca non ha vissuto questo trauma. Non si tratta dell’invasione dell’auto fiction nel mondo della canzone.
Madame ha un filo aperto e costante con il suo pubblico, con le centinaia di migliaia che affollano i suoi social e i suoi concerti. Ascolta le loro storie, restituisce comprensione ed emozione. Empaticamente condivide i loro traumi e i loro dolori. E poi ne fa musica, ne fa poesia, ne fa arte.
È questa l’essenza dell’affermazione che abbiamo condiviso con Don Andrea Pitrolo, Alter Faber, quando abbiamo detto che il futuro dei cantautori sta in Madame, e sta in Colapesce e Dimartino.
Trasformare il dolore in arte, offrire un luogo di condivisione del dolore, dove sublimare la propria incolpevole finitezza e imperfezione, questo il ruolo del poeta, del cantautore, del medico che cura con suoni e parole.
Poi che i suoni dispensino illusoria e illogica allegria è l’artifizio magico con cui i nuovi cantautori vestono le loro parole, la capsula che consente al farmaco di raggiungere l’organismo senza essere digerito prima.
