Cu dici ca’ lu carzaru è galera – Cuore Nero di Silvia Avallone – Rizzoli

Ancora un’adolescenza ferita. Ancora ragazze che devono fare i conti con la realtà.

Silvia Avallone è tornata.

Cuore nero, edito da Rizzoli all’inizio di questo anno bisesto.

La protagonista è Emilia, che per paradosso si chiama Innocenti di cognome, che riprova a vivere dopo quasi quindici anni di carcere (tra minorile e poi “agli adulti”).

Avallone ancora una volta trasfigura in letteratura, vera letteratura, non banale auto fiction, la sua esperienza diretta e personale. Dopo aver raccontato la maternità in Da dove la vita è perfetta, in questo romanzo racconta il carcere che ha conosciuto da volontaria, il carcere minorile di Bologna.

I personaggi di questo romanzo – Emilia, Bruno, Marta, Riccardo, Basilio, ma non solo, tutti proprio – sono personaggi complessi, con stratificazioni di esperienze e di ricordi, che conferiscono loro credibilità umana, spessore letterario, abbondanza narrativa.

Con la capacità di raccontare a cui ci ha abituato sin dalla primissima prova, per nulla acerba, (Acciaio), Silvia Avallone descrive le parabole dei personaggi, ne fa incontrare e incastrare tratti importanti, li mette in relazione con forme sempre diverse, ma di grande impatto.

Il racconto mette in scena e si arricchisce così di considerazioni profonde e importanti sulla vita, su quella condizione che abbiamo altrove definito orfananza, sulla detenzione, sulla pena, sulla colpa, sul male, sulla morte, sulla salvezza, sulla redenzione e sulla famiglia, sull’importanza della famiglia, sulla forza della famiglia – fune, che tiene a galla e impedisce di annegare.

Il respiro narrativo del romanzo, la complessa profondità dei temi trattati, la limpidezza con cui gli eventi e i pensieri scorrono, la solidità dei sentimenti, amore, amicizia, ancora famiglia, la prospettiva di salvezza nell’accettazione e nell’incontro con l’altro, nella necessità della solidarietà e della condivisione, rimandano ad un altro grande successo popolare, Cambiare l’acqua ai fiori di Valerie Perrin.

Fu ed è ancora molto contestato il successo di quel romanzo della Perrin, non accadrà a questo romanzo, che potrebbe benissimo diventare una iconica serie tv sulla detenzione minorile e femminile, la risposta italiana a Orange is The New Black.

Sono talmente tanti i temi trattati, con profondità e leggerezza insieme, che si corre il rischio di trascurarne qualcuno in una recensione emotiva come questa.

Per esempio non vorrei dimenticare la funzione dell’istruzione nel recupero e nella redenzione, omaggio a tutti gli operatori scolastici che quotidianamente varcano le doppie porte delle carceri per ricordare ai detenuti che possono essere non solo detenuti, ma anche studenti.

Non posso dimenticare le pagine furenti, eccitate e febbrili, che denunciano il problema della mancanza di affettività nelle carceri tutte.

Né voglio trascurare la invettiva più volte rilanciata contro chi trancia ogni considerazione umana verso i colpevoli e invita le autorità a buttare le chiavi, ad allontanare dalla vista e dalla vicinanza “il mostro”.

Non mancano le acute e accusatorie riflessioni sulla composizione carceraria, sulla apparente predestinazione di alcuni ceti, di alcuni ceppi, di alcune categorie, alla galera. Una mortificante statistica che deprime il senso della giustizia.

Si percepisce nettamente in tutto il romanzo il diverso funzionamento dei meccanismi del tempo tra dentro e fuori il carcere. Sembra proprio che gli orologi seguano una diversa meccanica.

Meritoria l’attenzione con cui Avallone ricorda e racconta con spessore emotivo coinvolgente la condizione di vittima indiretta: i parenti delle vittime e i parenti dei colpevoli.

Da questo romanzo emerge con nettezza abbagliante l’impegno, il lavoro, la cura, a volte l’ostinazione, con cui donne e uomini animati da una esigenza umana e solidale, che va oltre il guadagnarsi uno stipendio, infondono tutto il proprio essere, la propria professionalità, direi la propria vita, nell’impostare e sostenere ogni progetto di recupero dei detenuti. Rita, la Frau, Vilma e tutti gli altri, che pur di salvarne almeno uno buttano l’anima dietro tutte e tutti. Lavoro che non dà medaglie, dimenticato da tutti quelli che preferiamo dimenticare quella parte di umanità (buttate la chiave).

Centrale in tutto il romanzo la riflessione sulla colpa e sul male, sulle fallaci sovrapposizioni, sulle distratte e superficiali – e dolorose – sicurezze del giudizio “mediatico”.

Un romanzo, la cui lettura non ci lascia nella condizione in cui ci ha trovato.

Un romanzo che insegna – sì, insegna: un romanzo pedagogico – a fare i conti con la realtà, a trovare in sé e negli altri quel poco di colore, di purezza, di biancore che si nasconde in ogni cuore nero e da cui si può ripartire, sempre, tutti.

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