Grande Sorella e Grande Fratello – Sabato Champagne di Alice Valeria Oliveri – Solferino Editore

Prima che il Grande Fratello perdesse l’aura orwelliana e assumesse la planimetria della Casa del Grande Fratello in voyeuristica diretta ventiquattro ore su ventiquattro, si fece spazio la Grande Sorella. Cosi, nel 1989, Carlo Sartori definiva la televisione in un saggio denso e appuntito che raccontava come il mondo era stato cambiato dalla televisione. Quel saggio divenne un mio punto di riferimento stabile nell’analisi e nella comprensione di quello che la televisione trasmetteva e delle conseguenze faste o nefaste che riverberava sul mondo intorno a me.

Carlo Sartori era un dirigente Rai, uno storico dei fenomeni di comunicazione, un professore universitario di prestigiosi atenei nazionali e internazionali con una vasta e riconosciuta competenza sulla comunicazione di massa e sulla comunicazione televisiva in particolare.

Quel saggio del 1989 pensato con finalità divulgative e non accademiche rimane una pietra miliare di chi vuole avvicinarsi a comprendere i meccanismi di comunicazione del mondo televisivo, prima della rivoluzione berlusconiana.

Grazie al suggerimento dell’amico Mario Fillioley, in questi primissimi giorni del 2024, ho partecipato alla sua presentazione di un libro, di un romanzo di una scrittrice esordiente: Alice Valeria Oliveri. Il romanzo si chiama Sabato Champagne, edito da Solferino.

L’arguzia consueta e sempre ugualmente sorprendente di Mario ha guidato i lettori appassionati riunitisi in una libreria della città dentro le pagine di questo libro. Dal canto suo, la giovanissima Alice, con la sua timidezza sfrontata, con la ricercatezza del suo candore disincantato, mi ha incuriosito non poco (per usare una litote, cara alla colta e preparata scrittrice).

Per il disposto combinato di queste due curiosità ho deciso di farne la prima lettura di questo 2024.

L’impatto è subito sorprendente. Alice Valeria Oliveri raccontando della formazione di Anita, la sua alter ego protagonista di questo romanzo, usa una narrativa familiare. Racconta fatti ed emozioni, ricordi e momenti, con un linguaggio denso, pieno di definizioni folgoranti. Sintesi appropriate, forme di espressione che cristallizzano detto e tantissimo non detto costringendolo dentro le parole. L’impressione è che ci abbia messo tanto tempo a scriverlo, o almeno a pensarlo, distillando, condensando, asciugando i pensieri in frasi congegnate e conseguenti che meritano una lettura attenta per non perderne alcune sfumature.

Nei vari passaggi della storia raccontata dipinge con pochi tratti che da soli bastano a rappresentare affreschi interi

“La vita dei miei nonni a Milano l’ho sempre immaginata come una commedia all’italiana, con la colonna sonora di Armando Trovajoli, la sottotrama regionale, la prossimità di un futuro che spinge i protagonisti e gli spettatori a immaginare sinceramente che il peggio fosse davvero passato, che da lì in poi sarebbe stato impossibile non credere che il mondo sarebbe stato sempre e solo migliore.”

In sette capitoli contraddistinti ciascuno da una tonalità prevalente, un’attitudine intima, una emozione o un sentimento, sviluppa un vero e proprio romanzo di formazione moderno, non conformista, con un filo conduttore invariabile: la televisione, in particolare la televisione berlusconiana.

Foto di Salvatore Ferrara

Anita, figlia di una coppia troppo giovane e impegnata a cercare la propria dimensione nel mondo, cresce con la televisione, con quello che la televisione degli anni novanta le offre. La libertà precoce che Anita conquista la porta dentro il gorgo infernale della televisione pomeridiana e serale dell’universo televisivo tendenzialmente trash.

La sua famiglia, composta da persone di alto livello culturale, papà musicista, mamma architetto e intellettuale, nonno imprenditore, la sua infanzia vissuta in una Catania eccentrica rispetto al cliché, con notevoli influssi milanesi derivanti dalla famiglia materna che da Milano torna a Catania, in una emigrazione inversa, tutto concorre a farle maturare presto la consapevolezza che i programmi televisivi che predilige e ricerca con vertiginosa voluttà sono “sbagliati”, “inadatti”, “fuorvianti”. Eppure, come in una vera e propria vertigine viziosa, non riesce a sottrarsi pur nascondendosi, pur vergognandosi.

“La verità è che mia nonna aveva ragione nel domandarsi perché io trascorressi ore davanti a quel flusso di qualità infima a cui mi sottoponevo volontariamente, ma non per le ragioni che adduceva lei: non c’era volgarità, c’era solo stupidità. La vergogna che provavo nel sentirmi stanata in questa oasi di piaceri superficiali e idioti era un brivido di dispiacere, una piccola scossa di umiliazione che non bastava certo a farmi cambiare canale o a spegnere il televisore, ma era sufficiente a rendermi consapevole che non tutto ciò che si ama si riesce a spiegare.”

Anita finirà a lavorarci in quella televisione tanto osservata e studiata, compiendo la parabola che il destino le ha disegnato tra nemesi e desiderio.

Foto di Salvatore Ferrara

Il romanzo è pubblicato nella collana curata da Teresa Ciabatti, che dell’autofiction ha fatto una bandiera. Le poche note fin qui raccolte, confrontate con i tratti biografici di Alice Valeria Oliveri che coincidono con quelli di Anita, potrebbero far pensare all’ennesima autofiction che va a riempire qualche scaffale di libreria, lasciandoci sempre il dubbio se riesca a diventare letteratura oppure no.

Sabato Champagne però sfugge a questo dubbio e al giudizio severo sulla forma autofiction, perché questi tratti narrativi e biografici a cui ho accennato sono strumenti essenziali, abilmente orchestrati da Oliveri, per raccontare in verità un’altra più importante storia: la storia del nostro Paese in un romanzo di formazione (fallita?) ad opera della tv commerciale Mediaset. Con il respiro di un saggio colto, e approfondito, Alice usa Anita per raccontarci quanto il nostro mondo sia stato cambiato dalla televisione. Completa e porta avanti il lavoro di Carlo Sartori nel saggio che ho citato all’inizio.

Anita, quindi, spettatrice curiosa, laica, non distratta da dogmi morali o ideologici, è la veste dello sguardo di Alice che studia, scava, fruga dentro le pieghe della televisione italiana, non solo quella nazionale Mediaset, ma anche quella locale di Playa Bonita per esempio.

L’approccio con lo studio e l’analisi dei principali programmi di culto e dei principali protagonisti di questo universo di figure tragiche e ridicole, sovrumane e meschine, forzatamente sincere nella finzione televisiva, è attento, è colto, i riferimenti sono tutt’altro che banali.

Beautiful, Uomini e donne, Costantino Vitagliano, Fabrizio Corona, Maria De Filippi, Amici, Temptation’s Island, e tutto il resto che troverete in queste pagine, diventano il pantheon di una nuova mitologia, con accostamenti a volte arditi, ma utili alla comprensione della funzione svolta da ciascuno di essi in questa evoluzione e formazione della società italiana (o di Anita, se volete ancora restare dentro al romanzo).

Così Corona, figlio e nipote di Vittorio e Puccio, giornalisti siciliani di grande nome e spessore culturale, viene riletto alla luce tragica di uno scontro titanico tra verità e legge, tra desiderio e regola, da moderno Antigone.

Temptation’s Island diventa il surrogato della ossessione tutta bergmaniana per la catastrofe, per la fine del mondo, di Scene da un matrimonio, per chi ha bisogno di attraversare la crisi matrimoniale altrui per darsi una ragione della eventuale propria, ma non ha gli strumenti per ascoltare il gocciolio di un rubinetto che perde in lunghissime sequenze.

Le analisi dei programmi sono molto puntuali, la ricerca si estende anche a ciò che le telecamere non inquadrano, agli episodi epigoni dei protagonisti, nella più intima convinzione che il destino finale, a volte la morte tragica, siano il modo migliore per interpretare gli episodi e i momenti che questo destino hanno preceduto (se non è narrativa, letteratura questo, ditemelo voi cos’è).

Lascio ovviamente alla vostra curiosità di lettori scoprire come la vicenda di Anita e le analisi antropologiche, sociali, politiche anche, della televisione degli ultimi venticinque, trenta anni si intreccino e si illuminino a vicenda. Voglio aggiungere solo qualche riflessione sulla prima edizione del Grande Fratello.

La prima edizione del GF fu uno straordinario esperimento psicosociologico per sua natura irripetibile. I dieci protagonisti di quell’esperienza si ricordano ancora e non solo per loro qualità, o per i loro sviluppi successivi – Casalino che diventa portavoce di Conte, Taricone che muore tragicamente e prematuramente, Salvo Veneziano che sviluppa un network di pizzerie che consegnano pizze con il drone.

La forza di quella trasmissione e di quei dieci personaggi sta nella novità, nell’incoscienza e mancanza di consapevolezza dei protagonisti. Attraverso i canali satellitari la casa veniva trasmessa in diretta in tutte le case italiane. Mi sono trovato davvero a spiare di notte, di giorno, per ore le dinamiche che si sviluppavano dentro la casa. Per quanto il mondo di quella televisione fosse artificiale per definizione, quelle dinamiche avevano un sapore di “sincerità” di “ingenuità” che ci permetteva di osservare i fenomeni mentre avvenivano. I dieci protagonisti, essendo i primi ospiti di quella casa, non avevano visto come il loro muoversi e agire dentro veniva interpretato e decodificato fuori. Non avevano visto altri personaggi spiati cosi insistentemente, commentati cosi spietatamente e diffusamente nei bar, nelle case, sui giornali, nelle altre trasmissioni televisive. Non avevano visto altri protagonisti massacrati dallo sberleffo della Gialappa’s Band. Dall’edizione successiva nessuna “sincerità” o “ingenuità” sarebbe più stata possibile. Ogni residua traccia di naturalismo sarebbe stata persa. La malizia, consapevole dello schermo e dello spettatore oltre lo schermo, avrebbe sostituito per sempre la naturale e spontanea malizia da gatta morta di Marina La Rosa.

Forse per questa inevitabile ragione, dei programmi, visti da Anita e raccontati da Alice, Il Grande Fratello è quello che deve snaturarsi di più e diventare VIP, qualunque cosa significhi nei fatti questo acronimo, per durare.

Dicevamo che come Alice, anche Anita finisce a lavorare dentro quella televisione tanto studiata. In questi racconti ci sono le pagine forse più belle del libro, le più sottolineate da me almeno. Come la bambina di Poltergeist, Anita viene risucchiata dentro all’apparecchio televisivo. La sua naturale attitudine di spettatrice (anche nella vita sembra) la porta a osservare dal di dentro la balena, come Pinocchio. Il suo sguardo privo di pregiudizio, privo di snobismo elitario, curioso di sincera passione per lo studio e l’osservazione, restituisce una immagine a 360 gradi del mostro.

Tanto da essere quasi profetica, come ci ha spiegato durante la presentazione. Infatti, racconta della morte di Berlusconi e del piglio direzionale di PierSilvio con una ricchezza di particolari, anche se il libro lo ha scritto due anni prima di questi eventi.

Insomma, questo romanzo si offre a una lettura su più piani contemporaneamente e soddisfa diverse anime del lettore. Fa luce su una evoluzione che abbiamo vissuto sulla nostra pelle in questi trent’anni.

Foto di Salvatore Ferrara

In qualche modo con la sua analisi oggettiva e spregiudicata ci rinfaccia di aver lasciato che accadesse ad Anita di vivere in questo mondo di idiozia giocosa insopportabile con tutte le conseguenze che ha avuto sulla società e sulla politica. Ci rinfaccia che lo abbiamo lasciato accadere anche se avevamo letto per tempo “La Grande Sorella. Il mondo cambiato dalla televisione” di Carlo Sartori. Ci rinfaccia che abbiamo dovuto aspettare il 2024 e questo romanzo, saggio, libro, per rifletterci sopra con più attenzione. Come ci spiega Alice Valeria Oliveri stessa in una delle precisazioni con cui commenta, dopo l’imprescindibile glossario di questo mondo televisivo, il romanzo appena concluso:

“Ci tengo infatti a sottolineare, qualora non fosse chiaro da ciò che ho provato a descrivere attraverso le storie di questo libro, che la mia attrazione verso tutto quello che ha creato la televisione, seppur pregna di passione e curiosità, è mescolata a una vena fortemente critica che non ho messo in primo piano volutamente, né ho provato mai ad assolvere o nobilitare la materia di cui stavo scrivendo. Una vena critica che, per inteso, indirizzo non solo verso la cosa in sé ma anche verso chi l’ha sottovalutata, snobbata, relegandola a contorno mentre come carta da parati invadeva tutta la stanza.”

Devo ricordarmi di ringraziare Mario Fillioley per avermi fatto iniziare cosi bene le letture del 2024.

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