La canzone che non ti aspetti – Eco – Joan Thiele – 75° Festival di Sanremo

Sento l’esigenza di scrivere un post su Sanremo, su qualche canzone del settantacinquesimo Festivàl

Scorro le canzoni già ascoltate almeno due volte, emergono le più papabili per un post di Gingolph: Cristicchi con la sua dolorosa e partecipata sensibilità alla malattia mentale, anche nella forma dell’accidente che trasforma in dolce bambina smemorata la sua mamma; Brunori sas, De Gregori o no, con la sua celentanesca ansia di padre che si accorge che intanto il tempo se ne va; Lauro con il suo omaggio al cinema (confermato poi dal video che non avevamo ancora visto quando abbiamo sentito la pellicola e il proiettore attraversarne i versi); i ritornelli di Giorgia, Elodie e Comacose che spiegano il successo della sigla di quest’anno – Tutta l’Italia; la delicata sorprendente fragilità di Lucio Corsi, che, forse, risulterà il meno compreso, dato che tutti ci siamo distratti a trovare a quale artista somigli, e abbiamo perso di vista il significato – speculare – di questa canzone, la sua pars construens a contrario.

Eppure, in questa notte dopo la serata di mezzo, in attesa della serata delle cover, sento di dover scrivere di un’altra canzone, una canzone sorprendente, una canzone che forse non sono neanche legittimato a interpretare.

Sto parlando di Eco di Joan Thiele

Lei, intanto. 

Mi spiazza e mi mette fuori gioco. Faccio tanto il fanatico che segue i ggiovani, che si appassiona a Madame prima che diventi mainstream, e poi mi sfugge un’artista così. Non ne sapevo nulla, non conoscevo nulla, non me ne ha mai parlato nessuno. Una prima ammissione di colpa, almeno di colpevole distrazione.

La canzone, poi.

Sin dal primo ascolto mi catturano le sonorità. Una rimasticazione del suono di sessant’anni fa (della mia infanzia musicale) ma che sembra nuovo e moderno, come scoperto e lanciato in questo ‘25. Anche quell’inserto “bang bang, woo” a smorzare la tensione creata dal refrain, e le schitarrate, sporche e intense, completano il quadro musicale che cattura l’orecchio e dispone all’ascolto più attento, al riascolto.

Il testo si sviluppa avvolgendo la voce di Joan al microfono, come se ci volesse soffiare dentro qualcosa che dire non si può. Talmente sussurrata a se stessa, o a un solo determinato ascoltatore, che gli altri potremmo non cogliere qualche parola, potrebbe sfuggirci qualche preposizione o aggettivo – i più refrattari a questo modo di cantare potrebbero trincerarsi dietro il solito “non si capisce”. 

Salvo poi, esplodere nel ritornello: E se potessi dirti che. Spingendoci verso la partecipazione diretta, la voglia di cantare che le grandi canzoni solleticano sempre – come Zingara, sempre poco fa nella terza serata.

Sono figlio unico. Sono anche genitore di due figli, maschio e femmina. Ma io sono figlio unico. Non posso identificarmi, non posso forse capire fino in fondo cosa vuole raccontare questa canzone di Joan Thiele.

In Eco si racconta di un sentimento poco battuto dalle canzoni d’amore, fuori e dentro il Festival. Il sentimento, l’amore, tra una sorella e un fratello.

Abbiamo ascoltato di madri e figli, di padri e figli (Brunori sas, quest’anno), ovviamente, di lui e lei, in crisi, o con il vento nelle ali, molto più raramente di amori lbgtq+, ma non ricordo canzoni che raccontino di fratelli e sorelle (escludendo i tre piccoli porcellin, ca va sans dire).

E ti giuro non ho più bisogno di fingere
Questa mia vita è il mio viaggio ed io
Traccio da sola le scelte che faccio
Ma se ci sei tu
Ho più coraggio

Già dalle prime parole emergono tratti emblematici. Non serve più fingere: tu e io sentiamo le cose nello stesso modo, non dobbiamo più nasconderci dietro corazze e scudi. Il coraggio lo troviamo uno nell’altra, nella condivisione, nella comune appartenenza, nella uguale cesta di esperienze radicali – nel senso che ci fanno da radice – da cui prendiamo strumenti e lenti con cui guardare il mondo.

La mia amica Santina Lazzara ne ha parlato in una sua bella poesia.


Forse sarà l’insicurezza
Sarà che per noi la famiglia non è mai la stessa
Sarà che siamo figli dell’indifferenza
Cresciuti da una donna più pura della bellezza

In questa strofa più avanti arriva il primo colpo basso. Emerge tutto il non detto che si consuma tra i fratelli, che non arriva a noi genitori. Quella colpevole indifferenza, o distrazione, quella postura riflessa su noi stessi, e sul nostro smartphone, che lascia scoperti i punti più deboli dei nostri bambini, che si trovano costretti a fare da soli.


E se potessi dirti che
Qui la paura non ha età
Tu fissala forte dentro gli occhi
Spara al centro qui la notte non ci fotte
(Bang bang woo)

Chissà che non facciano meglio da soli, a questo punto.

Chissà che non imparino meglio da soli – in due, specchiandosi – a sparare alla paura, a non farsi fottere dalla notte.


E ti giuro se il tempo è una linea che cambia
Sarò la tua eco e poi mai la distanza che corre tra il mondo e le cose
Ma se ci sei tu
Sì, resto calma

In questa strofa sento fortissimo il rimando al mito. Eco, come ninfa e non come fenomeno naturale.

Trascurati da Narciso, i due fratelli si promettono di essere una eco dell’altro. Si promettono di colmare ogni distanza mondana. Si promettono di essere ognuno la tisana, la camomilla, l’acqua c’addauru – il canarino con l’alloro – per l’altro.


E se capissi perché contano sempre più le idee
Rimangono negli occhi della gente
Hanno più potere della rabbia
Tu difendile
E quando ti senti più fragile
Cambia la pelle

Questa forza reciproca consentirà a entrambi di non cedere alla rabbia, darà loro la forza di concentrarsi più sulle idee, difenderle, anche al costo di cambiare pelle, abbandonare il ruolo, il contesto, quell’amore che ci rendono fragili, trovando nell’altro il porto dove rifornire la nave senza paura, prima del prossimo viaggio.


Equilibrio instabile
Fidati è meglio sbagliare che restare immobile

Ultimi versi prima della ripresa del ritornello, il messaggio finale della canzone. 

Se possiamo davvero contare uno sull’altra, se davvero siamo eco una dell’altro, non avremo paura di andare oltre le colonne d’Ercole di un equilibrio insoddisfacente, instabile. 

Se sappiamo che nel porto troviamo la bitta a cui legare la nave durante la tempesta, possiamo benissimo scegliere il viaggio, quand’anche fosse sbagliato, anziché la rada, l’immobilità.

Davvero sorprendente questa canzone, davvero stimolante.

Dietro ogni grande uomo, c’è una grande sorella, e dietro ogni grande donna, c’è un grande fratello?

Non lo so, ma so che ho scoperto una nuova speranza nel cantautorato italiano. 

Anche questo Sanremo, frettoloso e anestetizzato per tanti versi, ha regalato l’eco di una rosa.

https://www.raiplay.it/video/2025/02/Sanremo-2025-terza-serata-Joan-Thiele-canta-Eco-dd74e293-fb75-4d56-a179-3db4b9b05e5f.html?wt_mc=2.app.cpy.raiplay_prg_FestivaldiSanremo.&wt

Comunque stasera tutti davanti agli schermi per la serata delle Cover. Pronti a gridare al massacro, all’irriverenza, pronti allo sberleffo e alla commozione, ma tutto dentro i limiti di tempo e di tematiche che ingabbiano questa settantacinquesima edizione del Festival.

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2 pensieri su “La canzone che non ti aspetti – Eco – Joan Thiele – 75° Festival di Sanremo

  1. Bellissima questa tua analisi dettagliata di “Eco” , melidiosa, orecchiabile, sonoramente originale, il cui testo, ai miei primi ascolti, poco comprensibile, sottovalutato e tralasciato.
    La tua interpretazione le restituisce il giusto merito. Vedremo cosa succederà in classifica. Riguardo ai primissimi posti, invece, penso che “Quando sarai piccola” meriti una degna vittoria. Crischitti ci cattura emotivamente, portando in auge il tema degli anziani, degli affetti, pur sforzandosi meno nell’inventare effetti musicali,notoriamente visibili in Giorgia. Secondo me,entrambi si disputeranno il primo posto. Poi, terzo posto, Achille Lauro, il cui look invita i giovani ad immediate emulazioni.

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