
Nel 1935 in America vedeva la luce un’opera destinata a lasciare un segno profondo nella storia della musica: Porgy and Bess di George e Ira Gershwin, i fratelli del jazz colto.
Contiene una delle ninne nanne più longeve, uno standard jazz con cui si sono confrontati tantissimi artisti: Summertime. Il disegno di un mondo fatato d’estate, in cui la vita è facile, il cotone è alto, papà è ricco, mamma è bella. E allora perché piangi?
So hush!
Little baby
Don’t you cry
Ovviamente, quell’estate fatata nascondeva ben altre contraddizioni. Nonostante gli sforzi e gli studi, la crisi di sei anni prima mordeva ancora.

In Italia, il 1935 era in realtà il XIII della nuova Era, il fascismo consolidava il suo dominio politico, militare, economico e soprattutto culturale, filtrando le notizie, frenando le parole, impedendo alle parole di essere. Filtrava anche la musica, anche le ninne nanne tristi (blues).
Nella musica si preferivano le marcette motivazionali come la controversa, ma poi accettata sull’onda del successo, Faccetta Nera di Renato Micheli e Mario Ruccione, composta proprio quell’anno in vista delle ambizioni imperiali del pelato cavaliere nazionalista.
Anche qui i proclami delle magnifiche sorti e progressive nascondevano una realtà ben diversa che meno di sei anni dopo sarebbe esplosa in una guerra disastrosa.
In Sicilia, a Palermo, nello stesso XIII anno EF, in quella estate fatata, la vita e la musica cercavano di mantenere un profilo sereno e tranquillo. Le ragazze e i ragazzi provavano a costruirsi il futuro (come fanno in ogni generazione).
In mancanza dei ritmi moderni americani, o delle Tristezze di San Luigi, anche a Palermo le ragazze sognavano sui versi e la musica di Ernesto De Curtis e Domenico Furnò, la celeberrima Non ti scordar di me, che accompagnava con la voce di Beniamino Gigli le sequenze drammatiche del film omonimo, sugli schermi di tutto il Paese.

Ma anche in Sicilia il film nelle strade e nei palazzi era diverso dalle riprese girate nella autarchica Hollywood, la littoria Cinecittà.
Per esempio, una ragazza, una studentessa, una Giovane Fascista, mentre l’estate fatata si avviava alla fine, veniva uccisa e la verità sulla sua barbara uccisione spariva dietro la ragion di Stato, o la ragion di qualche potente funzionario, gerarca.

Quella ragazza dimenticata, dis-onorata, colpevole di essere vittima della violenza femminicida, si chiamava Cetti Zerilli, e ha dovuto cantare a bocca chiusa Non ti scordar di me per novant’anni, fino a trovare un giornalista vero, imperativamente posseduto dal demone della ricerca della verità, che ascoltasse quell’accenno di canzone e si incaricasse di raccontarne la storia
Quel giornalista è Salvo Palazzolo, e ha messo nel ricostruire la vicenda di violenza universitaria lo stesso acume e impegno, la stessa determinazione e ostinazione, che mette nelle inchieste, spesso solitarie, sul potere mafioso, politico, o economico.
Con Rizzoli ha pubblicato L’amore in questa città.

Ne è venuto fuori un romanzo di inchiesta, un romanzo storico, un romanzo politico, fatto di parole conservate e nascoste, silenziate e svuotate che appassiona il lettore e gli riflette addosso lo squallore della vigliaccheria conformista su cui prosperano i regimi, e la forza della dignità della vittima e dei suoi cari privati della sua giovinezza.

Raccontando, infatti, di Cetti Zerilli e dei risultati della sua indagine, Salvo Palazzolo disegna un affresco della società fascista. Racconta dei magistrati e dei poliziotti, che spingono a chiudere l’indagine secondo il teatrino messo in piedi, contrapposti ai coscienziosi altri magistrati o poliziotti, che sentono la sirena della tentazione della verità.
Tutt’intorno la società civile che nel silenzio si consola con la omertà e la complicità.
Una città che teme le parole dell’amore, considerandole eversive di un ordine in cui si è accomodata e si è nascosta.

Cetti Zerilli era troppo sveglia, sperta, consapevole, orgogliosa. Voleva scegliere i tempi, i modi, il beneficiario di tutto l’amore che conteneva e coltivava. Era lucida e colta. Era determinata. Tutte caratteristiche che neanche novant’anni dopo sono tollerate da una parte dell’universo maschile e che accomunano Cetti a tante, troppe, donne del 1935 e del 2025.
Salvo Palazzolo scava e intercetta frammenti di verità con scrupolosa volontà. Ma anche con il rispetto che si deve alla memoria. Inframezzando le stesse parole ritrovate di Cetti alle sue di narratore.
La protervia e la violenza del fascismo si rivelano nel racconto di Salvo Palazzolo impastate con lo stesso lievito della protervia e della violenza della mafia. Fascisti e mafiosi ostentano la stessa impunità.
Puniti saranno la vita, l’amore, la verità.

Raccontando di una vicenda confinata nel tempo passato, Salvo Palazzolo dimostra che, allora come ora, non c’è nulla di più eversivo dell’amore, nulla di più rivoluzionario della verità.
Strumenti indispensabili per testimoniare l’amore e la verità (e l’amore per la verità) sono le parole. Le armi che non si scaricano mai e che tiene nella fondina il giornalista.
Si chiami Nino Marino, si chiami Aurelio Bruno, si chiami Salvo Palazzolo, la musica può cambiare, ma le parole quelle sono e restano invincibili.
Fascismi e mafie possono costringere il giornalista a vivere sotto scorta, ma non potranno mai svuotare di forza le parole.
Usarle quelle parole, raccontarle, condividerle, continuare a leggerle diventa così una forma di resistenza civile, un impegno politico, un patto con il futuro.
