Domenico Modugno, come ho scritto, fu subito ascritto da papà tra la musica oriunda. Fu facilissimo. Agli esordi un fraintendimento sul dialetto di Polignano a mare lo fece classificare come siciliano. Quando poi fu acclarata la provenienza pugliese, per papà fu solo un complotto, il tentativo di rubare Mimmo alla Sicilia e Modugno rimase per sempre uno dei suoi oriundi preferiti.
Tra le musiche che papà e mamma ballavano prevaleva il tango, forse assimilato con il DNA dai miei nonni che vissero alcuni anni in Argentina, prima della sua nascita. In seguito aggiunsero tanta musica al repertorio ballabile preferito. In particolare tutte quelle chitarre “toccate” in levare che venivano dal Sudamerica. Quella Bossa nova che scuoteva i loro bacini irresistibilmente. Ritmi sinuosi, sensuali, che cantavano di ragazze sulla spiaggia, che invitavano all’amore e alla libertà. Antonio Carlos Jobim, Chico Buarque de Hollanda (A banda commuoveva papà a ogni ascolto), Joao Gilberto, di corda in corda, di chitarra in chitarra.
Il culmine fu l’album storico di Ornella Vanoni, Toquinho e Vinicius De Moraes: La voglia, la pazzia, l’incoscienza e l’allegria. Quando ascoltava la chitarra di Toquinho papà diceva “pari ca’ parra” – sembra che parli.
L’Argentina del tango e il Brasile della Bossa si allineavano in una immaginaria latitudine oriunda con la Sicilia.
Ad aprire il 2026, è uscito in questi giorni un piccolo capolavoro sotto forma di disco. Un ponte, un tratto di pennarello sul mappamondo che rimarca la latitudine oriunda immaginata da papà.

Si intitola semplicemente Jobim e Modugno, si deve a un incontro magico e fortunato tra Celso Fonseca e il nostro Tony Canto, prodotto da Biscoito Fino e registrato a Rio de Janeiro.
Sviluppa un’idea maturata in Athena Produzioni tra Claudio Iudicelli e Max De Tomassi. Tutta la produzione si è svolta sotto l’affettuosa supervisione di Ana Jobim, compagna dell’artista brasiliano.
Come sanno gli assidui frequentatori di questo spazio, la frase chiave del blog: La Vita, amico, è l’arte dell’incontro viene proprio da questo mondo, da una poesia di Vinicius De Moraes. Questo disco consacra l’affermazione, mostrandoci quanta arte può generare un incontro di tante anime raffinate.
Le prime due tracce, anticipate qualche giorno fa, mettono insieme i due grandi classici popolari, conosciutissimi a tutte le latitudini, dei canzonieri di Jobim e Modugno: Garota de Ipanema e Nel blu dipinto di Blu (Voando). Entrambe le canzoni hanno conosciuto innumerevoli interpretazioni dal jazz di Stan Getz e Astrud Gilberto al ritmo gitano dei Gipsy Kings, dallo stralunato Lucio Corsi con Topo Gigio a Bruno Martino o Mina.
L’apertura di questo disco restituisce alle due canzoni una raffinata eleganza dondolante, un senso di nostalgia struggente, mentre il piede non resiste e batte il tempo. Le chitarre si appoggiano su un comodissimo divano che sostiene e rilancia note e versi di questi due capolavori: Camerata Jovem do RJ, l’ensemble di 16 giovani musicisti “oriundi” delle comunità di Rio (vi giuro che si definiscono oriundi loro stessi sul loro sito). Celso Fonseca e Tony Canto si alternano in portoghese e italiano per accompagnare quella ragazza che passa per Ipanema e non riesce a invecchiare, insensibile al tempo che passa. Lasciata la spiaggia, il sogno di Modugno si alza sul mare e ci trasporta nel blu sul canto delicato e fascinoso di Tony, lasciandoci tra le braccia di Celso che con le sonorità esotiche della sua lingua volge al gerundio il volo poetico della canzone. Non si vola in piedi a braccia spalancate con questa versione, ci si sdraia come su un tappeto e si guarda il mondo da lassù perdutamente innamorati della musica e della vita.

Celso Fonseca e Tony Canto sono gemelli musicali: cantano insieme come se davvero si fossero formati dentro lo stesso liquido amniotico. Le loro chitarre si fondono e saltellano l’una accanto all’altra come due caprette della stessa fattoria.
il disco continua con l’avvolgente Wave e a cavalcare la stessa onda soggiunge premurosa Ana Vilela, la cantautrice brasiliana dal cognome oriundo: il nome completo è Ana Carolina Vilela Da Costa (dopo aver scoperto che Nikka Costa non è mia cugina, cerco ancora altre cugine musicali nel mondo…). L’onda di questa canzone culla e blandisce l’anima e ci illude che nessun pericolo potrà mai raggiungerci.

Le sorprese proseguono con il mancato suicidio di Meraviglioso, ancora con Camerata Jovem do RJ. Archi e chitarre disegnano con perfezione la straziante meravigliosa bellezza del creato che distoglie da ogni cattivo pensiero. Per l’occasione ai musicisti si associa nientemeno che Jaques Morelembaum con il suo cello. Fino al liberatorio coro che ci accompagna alla fine con quel suono quasi dialettale di Maravilhoso che dice che siamo a casa, sulla nostra latitudine oriunda.
Bastano Celso e Tony per condividere la profonda Meditacao di Jobim, che, dopo il dolore, invita a tornare all’amore, al sorriso e al fiore per acabar la tristeza.

Per la ballata che accompagna un altro suicida che non ha incontrato l’angelo sul suo cammino, a mostrargli la meraviglia del mondo, ma con il suo papillon si è addormentato nel fiume, Celso e Tony chiedono aiuto a Bungaro, che aggiunge teatralità al racconto di quell’uomo in frack che attraversa la notte: Vecchio Frack. La cadenza e i guizzi delle chitarre accompagnano sul palcoscenico il cilindro, la gardenia e il frack. Le voci si uniscono cantando e finiscono per mugolare come una banda di gatti che segue gli eventi, mentre a fischiare il saluto finale sarà la chitarra – papà qui avrebbe detto pari ca’ frisca ‘sta chitarra.

La Fotografia di un bacio, in bianco e nero, probabilmente, il racconto di un desiderio che aspetta che il sole scenda nel mare per realizzarsi, viene qui arricchita dagli inserti dell’armonica di Gabriel Grossi, che svetta sulle chitarre che pizzicano la memoria e la colorano di nostalgia.
Ma ci vorrà tutta la forza del canto di Syria per intonare pienamente l’invocazione di Modugno che risuonò sul palco del Festival del 1966 anche con la voce di Gigliola Cinquetti, il primo Festival che ho inconsapevolmente ascoltato: Dio come ti amo. La sorpresa e incredula esclamazione di fronte allo stupore di un amore grande e vero che vola oltre le nuvole e sopra il mare trova nell’inserto di Syria, una nuova declinazione che non dimenticheremo facilmente (e già solo questo brano giustificherebbe l’operazione culturale che ha portato al disco).

Ci vollero due anime sensibili come Jobim e Vinicius per comporre O amor e paz, con cui continua la navigazione di questo disco. Ci vuole Tony, il poeta della quotidianità, della felicità è una cosa seria, e la sensibilità brasileira di Celso per restituirci il desiderio di un amore sereno, stabile e corrisposto, perché O amor è a coisa mais triste, quando se desfaz.
La chitarra dell’esule, il rumore di un carretto che si allontana, suoni e rumori evocativi introducono il canto più struggente, il canto di ogni migrazione, il canto di chi lascia per sempre la sua terra, cacciato dalla stessa terra ingrata: Amara Terra Mia. Tony Canto e Celso Fonseca abbracciano il loro canto come una frusta che incita quel somaro a portarli via, prima che ci ripensino.
Triste è viver na solidao. Come una risposta all’antifona di Modugno esule, da Jobim arriva l’evocazione della tristezza racchiusa nella solitudine, e l’invito a imbarcarsi nella bellezza come un aereo che riporti verso il cielo speranze e desideri.
L’ultimo omaggio a Modugno è quel brano emblematico, evocativo, che tutti noi abbiamo ascoltato con deliquio almeno una volta. Il napoletano un po’ sdrucciolo di Celso Fonseca ci avvolge indulgente nella indimenticabile sinfonia di Tu Si ‘na cosa grande. Un pianoforte che sembra sognato si insinua sotto le chitarre che ci danno il tempo e ritmo di un dondolio sognante, e si permette pure l’insubordinazione di vibrare l’ultima nota a chiusura di un piccolo gioiello poetico musicale.
E con i sogni si chiude questo album. I sogni di stelle, di mare, di cielo del poeta, che sa solo amare e vivere d’amore e sogni, mentre la gente passa e lo prende in giro. Vivo Sonhando, la degna conclusione di un sogno lungo un album, fatto di 13 canzoni, di due chitarre, due voci, due anime, tanto rispetto e tanta sensibilità.
Un altro monile da aggiungere alla collana di musica oriunda, papà, in barba ai certificati di nascita.
Un disco a tutti gli effetti brasiciliano.
Un omaggio a due grandi testimoni che di qua e di là dagli oceani hanno dettato al mondo una nuova lingua per amare, per cantare, per sognare.
E quelle chitarre, quelle chitarre, suonate, toccate, tocate, pizzicate, accarezzate, amate.
Quando si fa l’amore così con una chitarra, quella chitarra pari ca’ parra…

Grazie Giuseppe sempre colto popolare appassionato e competente . I tuoi pezzi sono opere d’arte a parte. Per me fiori all”occhiello.
(Tony Canto)