Notti dopo gli esami – I Convitati di Pietra di Michele Mari – Einaudi 

Quando si parla di scuola e di chat whatsapp si pensa subito alle chat delle mamme. Al secondo posto, però, della classifica dei gruppi con le notifiche più attive, c’è un’altra chat collegata alla scuola: la chat dei compagni di liceo.

In queste chat basta pochissimo per far infiammare vecchie e nuove irritazioni, vecchie e nuove condivisioni, su argomenti futilissimi, come la pace nel mondo, o serissimi, come l’ultimo festival dei fiori.

Aprendo quello spazio virtuale di comunicazione, facendosi largo tra caffè volanti, angioletti simil Thun, e buongiornissimi inoltrati migliaia di volte, basta un messaggio, anche una sola metaicona di commento, per ritrovare quella energia e quella voglia di autoaffermazione adolescente e proterva, e buttarsi a capofitto nella nuova polemica forsennata che ci fa sentire ancora vivi e diciottenni. Non conta se e quanto ciascuno abbia realizzato nella vita, dopo quegli anni sospesi. Dentro la chat ciascuno assume sempre la stessa postura di dieci, venti, trenta, quaranta anni prima.

È, comunque, di una specie unica e inconfondibile il legame che si sviluppa tra compagne e compagni di liceo, non ha eguali, e riverbera la sua specialità ben oltre il quinquennio canonico. Anche prima che esistesse whatsapp e le sue chat. 

Michele Mari, nel suo ultimo libro, proposto al Premio Strega di quest’anno – I Convitati di Pietra, Einaudi – si propone di indagare proprio questa eccentrica relazione multilaterale che sviluppiamo e stabiliamo  quasi tutti.

Ma siccome è Michele Mari non può limitarsi a una analisi ordinaria, anche se impietosa o cinica, come fece Carlo Verdone in Compagni di Scuola. Ha bisogno di un guizzo, di una pietra di inciampo, di un binario divelto da cui deragliare, per raccontarci questo legame.

Così prende una classe di trenta diplomati, una normale IIIA, che si ritrova il 22 luglio 1975, un anno e un giorno dopo la maturità e ne immagina un decorso assolutamente fuori dal comune, una estremizzazione da cui sarà difficilissimo tornare.

Un po’ per gioco, un po’ sul serio, questa classe decide di fissare inderogabilmente che si sarebbero incontrati ogni anno in quel giorno, negli anni a seguire, che ogni anno ciascuno di loro avrebbe versato una quota da accantonare, che sarebbe stata investita secondo le convenienze del momento, e che il patrimonio negli anni accumulato sarebbe andato tutto all’ultimo sopravvissuto.

Una vera e propria riffa della morte.

Già si coglie un riflesso di insana follia nell’immaginare una cosa così eccentrica, anche solo per gioco. Ma loro fanno di più. Stabiliscono tutta una serie di regole circa le modalità di investimento, e circa la comunicazione obbligatoria annuale aggiornata dello stato di salute di ciascuno, affinché ognuno possa fare valutazioni circa le potenzialità degli altri di giungere al traguardo. Vengono stabilite anche le regole per eventuali eccezionali sottrazioni al gioco durante gli anni a venire.

Come potete intuire, da questo punto parte la narrazione di circa sessanta o settant’anni dei trenta compagni soci di questa follia. Una narrazione corale, di trenta vite, che si intrecciano inevitabilmente nel corso degli anni, sempre più in vista del traguardo finale, del multimilionario patrimonio accumulato negli anni.

Michele Mari si sciala proprio nella descrizione di questi trenta fenomeni, di come questa scadenza, questa concordata successione ereditaria, possa condizionare ogni singolo istante della vita di ciascuno.

“Stizzita, frustrata, si chiese poi, come le era già capitato in precedenti occasioni, che senso avesse rivedersi ogni anno a cena, dato che nulla legava le loro vite al di là del fatto casuale e ormai superatissimo di aver fatto parte della stessa classe per un pugno di anni scolastici: certo, c’era la riffa della morte, che però, una volta impostata, poteva prescindere dallo stanco rituale dei simposii, anzi lo doveva, se non altro per una questione di eleganza. Ora che si stavano avvicinando alla sessantina, anzi ora che i ripetenti come Fusti e Testa l’avevano già raggiunta, non poteva fugare la sgradevole impressione che lí, a tavola, ognuno cercasse nei volti altrui i segni dell’invecchiamento se non della malattia, come se ogni ruga, ogni macchia della pelle, ogni canizie e calvizie fosse, per chi osservava, un presagio di vittoria.”

Seguirne le evoluzioni, le dinamiche, gli atti, i pensieri, le colpe, diventa una occupazione preminente per il lettore, che cerca solo momenti liberi per scoprire cosa avvenne tra la cena di un anniversario e quella del successivo, tra un 22 luglio e l’altro.

I colpi di scena  sono garantiti. La psiche umana, meglio le trenta psiche diverse sviluppano una vasta gamma di reazioni all’insostenibile spada di Damocle che pende su questa classe. Occasione ghiotta per Mari per divertirsi a sviluppare, a esplodere gli impliciti, a inseguire le più perverse evoluzioni.

Avviene di tutto tra loro. Anche omicidi, ovviamente. Violenze di ogni genere. Viene straziata e lacerata in ogni direzione la mitizzata amicizia del liceo. Un campionario di tipi, azioni, e reazioni che basterebbe per trenta libri, condensato in uno. Un libro incandescente, un quantitativo di tritolo emotivo sufficiente per una Capaci sull’autostrada dei compagni di liceo.

“Lola Ricci ad esempio, che l’8 maggio 1990 ebbe il bacino fratturato per essere stata investita in bicicletta da un pirata della strada al km 64 della Paullese, non si peritò di accusare esplicitamente uno dei suoi compagni, non poteva dire chi ma sicuramente doveva trattarsi di qualcuno che aveva scommesso sulla sua morte: cosí tutti incominciarono a guardarsi in modo diverso, e ad affiliarsi a gruppuscoli che non necessariamente ripetevano le amicizie e gli schieramenti degli anni liceali, e la cui unica funzione era quella di dare un’illusione protettiva.”

Il tutto in violento crescendo man mano che il patrimonio – accuratamente rendicontato durante la cena annuale – cresca in progressione geometrica e i presenti a quella cena diminuiscano in funzione della statistica mortalità, più o meno naturale.

Angosciante e spietato il quadro di queste trenta anime che si sono imposte questa maledizione. Grottesche e surreali le invenzioni narrative che Mari assegna a qualcuna di loro.

Questa lente deformante restituisce attraverso le pagine di Michele Mari una visione molto inconsueta dei rapporti di amicizia e della loro evoluzione nel tempo. Delle relazioni, anche sentimentali, o proprio soltanto sessuali, che possono esplodere e poi bruciarsi in un attimo, oppure sublimarsi in una dedizione, più o meno assoluta, alla ricerca della vendetta, all’interno di un gruppo di compagni. Costretti dal patto sciagurato di fondazione a non dimenticarsi mai, a non ignorarsi mai, convitati di pietra di ogni momento o fase della vita di ciascuno di loro, diventano ciascuno schiavo degli altri, e questa schiavitù si manifesta nelle più diverse forme, e restituisce in qualche caso raffinatissima e macabra violenza fisica e psicologica.

L’amicizia che si cementa in quei cinque anni di lotta contro se stessi e il mondo, una delle fasi di trasformazione più profonda che un essere umano possa vivere, l’amicizia che ci ha fatti donne e uomini quali siamo e saremo per il resto della nostra vita, con l’introduzione del patto sciagurato che dicevamo, diventa un nodo scorsoio a cui appenderci reciprocamente fino a morire a stento. E nel frattempo, sottoposta a questa torsione innaturale, mostra tutte le componenti che ci danno ristoro e quelle che ci danno sofferenza, anche quelle più nascoste.

Ovviamente, solo la penna di Michele Mari può dare a questa materia la forma magmatica e caotica, ma trascinante, e vorticosamente, che ci cattura dentro quelle pagine infide.

Così motiva Vittorio Lingiardi la sua proposta di questo libro per il Premio Strega 2026:

«La scuola è un tempo fuori dal tempo, possiede il futuro delle nostre vite. Un’epoca che tutti vorremmo osservare, alcuni conservare, nella sua forma sospesa, apparentemente compiuta. La figura che sostiene il romanzo di Michele Mari è quella dei compagni di scuola, convitati di pietra al tavolo infinito degli amori e delle malattie, del denaro e dell’azzardo. Mari inventa una scrittura spietata capace di pietas, tempera ogni parola senza manierismo, gioca con i vocaboli e ci fa giocare con loro, fin dai cognomi dell’appello che, come quelli delle squadre di calcio, popolano in ritmo di lista o di cantilena le anamnesi delle nostre esistenze. Ossessivo e toponomastico, intrapsichico e filmografico, “I convitati di pietra” è un romanzo nero che si fa gioco del tempo che passa. Un libro comico e corale che sarebbe piaciuto a Carlo Emilio Gadda.»

Chissà come doveva essere urticante la chat del liceo di Michele Mari per suggerirgli queste pagine così irritanti?

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