Un libro che lascia sdùnati – Chianafera di Orazio Labbate – NN editore

Papà, ragazzino, prima che la guerra gli bombardasse la casa, abitava supra ‘u chianu

In un altro paese meno collinoso, i nonni materni avevano un negozio ‘o chianu.

Ogni angolo di Sicilia ha una piazza, un chianu, intorno alla quale si svolgono storie e racconti che diventano mitologia.

A Butera la strada più brutta e più trascurata di altre – più maledetta e più disgraziata – è la piazza della Fiera, Chianafera, e chianafiddari sono gli abitanti di quel quartiere.

Almeno così ci dice Orazio Labbate, scandalosamente più giovane di me, nel suo ultimo libro, Chianafera per NN editore.

Per converso, le sue colpe anagrafiche sono compensate dalla straordinaria stratificazione culturale, linguistica e drammaturgica, e, perché no, poetica che sa mettere nel suo lavoro. È talmente vasta la dimensione culturale che affiora dalle pagine che saremmo legittimati a pensare che abbia falsificato la sua data di nascita, e che, invece, vampirescamente, la sua età sia computabile in secoli, alcuni, tanti.

Oppure, e non è un vero e proprio contrario, a pensare che Labbate sia abitato da un demone, una batteria di demoni, proprio, che gli porgano ciascuno la propria fetta di storia della musica, della letteratura, della cultura, della tradizione. Dice che ha studiato al liceo vastaso Omero, e forse i posteri, – una Annamaria Piccione dei prossimi millenni – scopriranno che Orazio Labbate non era uno scrittore, ma una generazione intera, una scuola artistica, un gruppo, un movimento artistico che si nasconde dietro il suo nome, come fu per il “cieco” Omero (scusa la semplificazione, Annamaria).

Un indizio lo fornisce lui stesso in questo mirabolante poema in forma di romanzo, quando offre le sue generalità al protagonista di questa discesa agli inferi, e quando, addirittura, gli oppone il suo doppio, un altro Orazio Labbate, con cui interagire – parola decisamente insufficiente a raccontare l’esperienza del Doppelganger di Labbate.

Vista così, la scelta di dare il suo nome, il suo paese, la toponomastica della sua vita, il suo amore, la sua disastrosa collisione di anima inquieta, al protagonista di questa favola nera, potrebbe far credere agli sciocchi che vi si innervi un profilo autobiografico, (Dio ci scanzi pure dall’abominevole auto fiction), ma noi sciocchi non siamo, e ci rendiamo conto che, come nelle migliori letterature di ogni tempo o paese, fare centro sulla propria dimensione, giova a estrarne la condivisibile universalità

È mio il chianu, come già detto. È mio il disagio dei riti, della tradizione, della gabbia familiare e religiosa, e sociale. È mio il pane fritto con l’uovo della nonna. È mio lo sgomento della semi cecità (lo vedi che torna Omero). È mio il silenzio a tavola, è mia la bara che mi porto dentro (Bufalino ci aveva detto che ogni siciliano porta dentro di sé un cadavere, il proprio, Labbate precisa che c’è pure la bara, se pur piccidda). È mio quel bacio di Halloween

E tutto questo è anche vostro, di chiunque legga. 

La magia della letteratura si sublima nella stregoneria di queste aspre pagine, che richiedono più letture, e dopo ognuna, se ne assume un po’ di più, come un antibiotico che, somministrazione dopo somministrazione, raggiunga il livello di concentrazione ematica sufficiente a scoppolare l’intruso via dalle carni, dalle vene, dalla vuccalarma.

Abbiamo citato Bufalino e come si poteva evitare?

La lingua di questa orazione funebre è l’italiano di chi non riesce a dimenticare il siciliano, come il miele tanto dolce da nascondere il rancido che versava nelle parole Gesualdo Bufalino, il professore comisano che scrisse la sua morte nell’ultimo libro pubblicato. 

Orazio fugge il mondo e si rifugia in un nosocomio, il Manicomio della Madonna della Catena, con un passero pasoliniano sul cancello che rischia la vita, come l’untore si rifugiò nel sanatorio.

È mio anche Bufalino, fino dal nome che ho scelto, alla mia vuccalarma parlano sia Orazio uno che Orazio due, in questa eco persistente di Bufalino.

La majaria di Labbate non si ferma all’evocazione fantasmatica del verbo di Bufalino. In un modo che conosce solo lui e i vari demoni che lo abitano, questo siciliano arcaicamente puro, riesce a mischiare nella pagina anche un altra lingua che mi solletica ricordi e languori, la lingua costruita, sillaba a sillaba, parola a parola, con la maestria e l’equilibrio dei muratori che sanno fare muri con le pietre senza calce o cemento, a secco, prodigio babilonico patrimonio dell’umanità, che regge ai venti e alle maree, la lingua di Vincenzo Consolo.

Cos’è, infatti, questo racconto misterioso se non un retablo, dove una storia si svolge raschiando altre storie e fondendo insieme strati di vite e di culture che esistono una dentro l’altra.

La lingua di Labbate racconta una sofferenza della psiche, ma non nel senso tecnico degli psicanalisti, proprio nel senso dell’anima, dell’arma, delle parole impiccate o appese di sogni che sgorgano dal cuore fitusu dei muri.

“Finirò innanzi a un’antropomorfa bestia siciliana, ripiena di enigmi e di lingue accartocciate, pronta a interrompere il camminamento?”.

Una lingua che sente attraverso le vene e i tendini, che vede attraverso gli intestini, che urla attraverso gli occhi.

“C’era un odore di gas e funghi, mentre un canto si spandeva. Non giungeva da eventuali casse sul tetto, ma apparteneva a un uomo dal vocione scandalizzato, in prossimità. Un compagno di malanni, appiccicato lì per chissà quale camuffamento della mente.”

Labbate insiste a confermare che è giovane, le sue foto lo mostrano ragazzo, anguicrinito, come si permette di riportare ben due volte tra un verso e l’altro di questa sciarada. E per confermarci nel suo inganno, ci sciorina una serie di riferimenti che riguardano questo secolo – il ventunesimo, non il ventesimo – rimbalzano verso di noi da queste pagine brandelli sanguinolenti di True Detective, conigli mannari da Middlesex, (ebbene sì, maledetto Labbate, l’aroma di Donnie Darko l’ho percepito tutto e subito, prima di arrivare alla conferma del post scriptum!).

La trovata del diario, poi, che genialità. 

“Un torrente di memorie impertinenti il libro, insomma, presso cui penetrare con sacrificio, ma che, nelle sue pagine, adesso, offriva il silenzio assoluto degli accenni, non delle verità.”

Un diario deformato, stravolto dal mal senso. Straquadanio e i suoi rumori e la sua isterica glossolalia vastasa.

“Un diario, a dire dell’impazzito falegname di Riesi, in potere di trasmettere i contrasti e gli annientamenti della mia vita con la loro, anno dopo anno, scritta dopo scritta, di contagiare con pernicioso degrado la mente fino a restituire l’annichilazione e l’annientamento, a cominciare dalle cose farfànti, cioè di quando si accoglie bugiardi il nascituro e si scrive di esso frenetici preda di contentezze incostanti.”

Devo chiedere a Labbate un’altra conferma di un altro profumo che mi ha investito leggendo. Chissà se Orazio ha giocato a Myst. Questo diario di Stracquadanio, organismo vivo, dentro cui entrare e attraversare tutti gli incubi, vivendoli concretamente e superandoli per tappe e prove, è troppo simile ai libri che il professor Atrus di Myst lascia ai figli Sirrus e Achenar. Con quei libri Atrus ha costruito i mondi che i figli dovranno attraversare per ritrovare la civiltà.

Non vi stranisca il riferimento a un videogioco. Labbate sconfina parecchio in questo mondo. Con Lo Scuru ha ispirato il film omonimo, che ha vinto un prestigioso premio, il Premio Tertio Millennio Opera Prima, e che poi è diventato un videogioco. Inoltre, è spesso coinvolto con la dimensione di Cumurìu, altra pietanza stregonesca che somministra ai più forti di stomaco.

Gotico siciliano, sì, certo.

Le atmosfere di questa Sicilia, non turistica, aspra e montana, senza spiagge, senza dolcezze, turbolenta e junghiana, magmatica e oscura, sono gotiche. Tra Riesi e Butera, esiste una strada alla Cormac McCarthy, e Labbate ne ha lastricato un pezzo fondamentale, e riverbera intorno a sé. Vi abbiamo già detto del film La Bocca dell’anima di Giuseppe Carleo. Si popola il comparto gotico della Sicilia e Labbate ne è provetto cerimoniere.

“Il mio spirito non è più la rappresentazione geometrica di un enigma. È imbevuto dell’ordine fatidico di una mappa sconosciuta che mostra, però, il paese presso cui recarmi e quello da cui sto scappando irrisolto.”

Il paese di Riesi, temporanea caverna dove rifugiarsi in attesa della stagione, e Butera, l’imprinting indelebile, la forma stessa dell’anima.

Riesi è vuota, corona di una chiesa, senza fedeli. Forse ha inghiottito tutti, viventi e ruderi, e il suo nosocomio è la conseguenza dell’indigesta elaborazione scheletrica delle sue tracce umane.

“Siamo mostri psichici che bramano con avidità la fuga, altresì, nella pericolosità eccentrica degli incubi. Le nostre conversazioni segrete, ogni profonda irritazione dolorosa, le malinconie incoscienti vengono fuori nelle ore notturne con un’agitazione confusa di parole. Ci sfondiamo l’anima e io conosco, da molto tempo, l’inframondo di questo divoramento.”

Sempre all’anima torniamo, sempre all’anima arriviamo.

“Una bara, la mia Butera, l’unica, ritratta in una geometria imprevista che non vedo ancora bene, nel mio cuore doppio, che sto lasciando? Scacciato, da chi?”

Una Sicilia attraversata da superstizione religiosa, da demoni e streghe, da incantatori di serpenti, dove i legami familiari hanno la stessa velenosità di certe erbe mediche e di certi insetti.

“Ci raccontano costoro, anche l’altro me, di anditi bui nella psiche, ingolfati di tetri cortili dove abbiamo giocato per poco da piccoli e in quel pìcca siamo stati accusati da voci lontane perché ritornassimo, lesti, nelle case siciliane a sucare le leggi inconcepibili e sconfortanti dei parenti per la nostra protezione. E una volta in casa eravamo tutti ostacolati da cancelli che, in verità, erano porte in legno tarmato e vite sorde promuovevano facilmente la nostra devozione all’invisibilità. Avremmo dovuto, avrei dovuto, ammazzare i parenti siciliani, fucuniare le voci ordinative piuttosto, ma era come se ci ingiungessero con le ombre ingobbite a genuflessioni comportamentali.”

Una Sicilia da cui fuggire, a cui tornare, senza cui non poter vivere, prigionieri di un incubo. 

Una Sicilia deformata, febbricitante e allucinata. 

Una Sicilia dove i carciofi hanno soprattutto spine. 

Una Sicilia che si specchia negli specchietti delle nonne, artifici diabolici, e una giovane usignola ti ammonisce sussurrando di non talìare gli specchietti.

“Questi oggetti, detenuti con civettuola infermità dalle vecchie buteresi, compiono, in verità, atti di magia distruttiva in chi vi si riflette. Perché chi talìa in essi può morire pazzo dallo spasimo delle rimembranze, quindi farsi pietra. Sono oggetti che conciliano teologia e orrore, riflettono gli orribili problemi in seno alla natura di noi stessi. La teologia negativa, i ricordi infernali dell’infanzia schiacciata, il cui oggetto rilascia, attira la scomoda e inquietante paura di non riconoscerci. Si innalzano negli stomaci, poi negli occhi, sentimenti di cani che ci agitano, ci crediamo somiglianti agli antichi martiri sempre più bruciati. Non c’è possibilità di salvarci parzialmente mentre ci si specchia, non c’è torcia santa dal brivido agghiacciante a tutelare la nostra faccia spaventata dalle sevizie passate. Quegli specchietti ti fucuniano, ti fanno tremare di misteri polverosi, prepotenti, ti fanno arretrare e hai da temere di rivederti giovane e vecchio circondato dal clangore delle posate stridule delle feste comandate”

La Sicilia della Teda, della Gorgone – questa sì anguicrinita – della Medusa.

“Con forza e gioia vastasa schiacciai con intensità la faccia di Medusa, picca illuminata, con lo stesso gaudio nel pugnalare, lo feci da picciddu ai margini di Butera, il petto morbido dei piccioni morti senza motivo, eppure con gagliarda felicità. E a quei tempi scoprii come fosse più profondo il mio dolore dopo aver trafitto il regno della carne dell’animale defunto per accedere all’oscurità delle sue interiora. Perché seppur fosse, sicuru, morto, l’animale, tra le arenarie dei valloni, dentro non c’erano solo altri organi bensì l’infimo regno del senso di colpa, dell’accecante sangue, strammàto nelle vene tra gli organi. Una grande passione terrificante stavo sfogando, la solitudine, tempi addietro. Non è diverso tagliare la bestia in due, scavarla, immalinconirsi dunque, da soli, dall’ammirare la faccia rosea, albuminosa, di una Medusa snellita della sua testa tutta pressata, mentre si piange con tutto il nostro cimitero liquido fuori dagli occhi la sua assenza terrorizzante.”

Una Sicilia dove ci si finge morti per uccidere, per vivere, per (ri)nascere, o per morire infine davvero.

Una Sicilia che leggendola ti fa sdùnari, sì. 

Una Sicilia che ti lascia sdùnatu.

Giovedì 11 giugno abbiamo avuto la grande opportunità di incontrare Orazio Labbate a Siracusa nel Cortile dell’ex Gargallo, con il sostegno insostituibile della Libreria Ubik – Ortigia Bafigghia.

Ebbri della visita guidata alla bella e sentita mostra TIAMAT – Cosmogonia di una crepa, percorso doloroso di rinascita che ci ha con grande sensibilità raccontato lo stesso artista, Fausto Renda, abbiamo preso posto e abbiamo cominciato una conversazione ricca di spunti e molto interessante che, con le letture di Maria Gullì e Simone Giallongo, e una piccola incursione al flauto traverso di Alessia, ha stregato per quasi due ore lo scelto pubblico accorso.

Labbate ha dato dimostrazione concreta della vasta cultura letteraria, musicale, artistica in generale, che alimenta la sua scrittura. Ci ha raccontato quanta ricerca gli è costata la trasfigurazione mitologica della Sicilia di Butera, la sua cosmogonia. Quanta attenzione e quanta feconda libertà di flusso si nasconde dietro la lingua letteraria creata per compiere il prodigio di dare alla Sicilia una dimensione kafkiana, una colorazione gotica nordamericana.

Labbate ci ha dato una sua visione della Sicilia, arcaica e moderna, nel suo desolato splendore e nella sua immanenza letteraria.

Vi lasciamo una galleria delle immagini di questa straordinaria serata che ricorderemo per tanto tempo.

P.S. Ah dimenticavo. Orazio è stato un vero e proprio cultore, oltre che giocatore, del fenomenale Myst negli anni Novanta.

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