George Orwell, tra divise ed esami di maturità, facile profeta

Nel 1984 ho fatto l’esame di maturità.

A quel tempo antico, tante riforme fa, l’esame aveva delle caratteristiche peculiari per quanto riguarda la scelta delle materie da portare all’orale. Il candidato poteva scegliere due tra quattro materie che il Ministero pubblicava qualche mese prima dell’esame.

Al liceo scientifico, abitualmente, Italiano e Inglese, uscivano sempre. Le altre che si alternavano erano Fisica, Latino, Matematica e Geografia Astronomica. Quindi i candidati sceglievano Italiano, oppure Inglese, e una tra le selezionate.

Tra le angosce che quell’esame sollecitava, questa della scelta delle materie ci sembrava la più pesante, più ancora della famosa traccia del tema, di cui ci saremmo occupati più a ridosso dello scritto, che quell’anno cadeva il tre di luglio.

Per sfuggire all’incertezza, e consolare la mia proverbiale pigrizia, convinsi i miei docenti, che sarebbe stato certamente meglio che io scegliessi Italiano e Inglese (con quali motivazioni non lo ricordo, ma li convinsi). Così mi disinteressai delle materie che sarebbero uscite, tanto che oggi non le ricordo proprio.

Anche se nel giugno 1983 non avevo ancora compiuto diciotto anni, il mio mese di nascita mi aveva fatto vincere la visita militare anticipata in Marina a Taranto. Un’esperienza indicibile, da cui trassi la necessità inderogabile di trovare il modo di evitare quell’inutile supplizio. Qualche anno più tardi la vita me ne offrì uno che pagai pesantemente.

Tra i tanti ricordi penosi di quel giugno però ne conservo uno molto particolare. L’ultimo giorno mentre andavamo alla stazione a prendere il treno per il ritorno a casa, davanti ad un edicola c’era un espositore di libri girevole che aveva attratto la mia attenzione. Vicino a me un amico che aveva condiviso con me quell’infernale settimana. Per l’aspetto fisico, per il modo di parlare, e di stare nel mondo, per l’intelligenza e l’ironia con cui riempiva i nostri momenti, l’ho sempre associato a Bill Murray (Ghostbusters, Groundhog day, ecc.).

Con gesto deciso fermò l’espositore girevole e tirò fuori un Oscar Mondadori, anche un po’ sgualcito. “Lo hai letto?” mi disse. “Devi assolutamente!”.

1984 di George Orwell.

Mi fidai. Lo presi. Lo lessi tutto voracemente nel tragitto da Taranto a Siracusa.

Nel 1984 ovviamente si moltiplicarono le occasioni di riflessione su quel romanzo. In particolare ricordo con piacere un corposo speciale con pagine colorate in verde dell’Unitá (vi ricordate dell’Unitá, con i suoi libri allegati, i suoi film classici? Ma quanto siamo stati fortunati noi ‘80 boys!). In quella stagione direttore dell’Unità era Emanuele Macaluso, scomparso due giorni fa, un intellettuale, un giornalista, uno scrittore, un politico con più di qualche punto di contatto con George Orwell, a partire dall’interesse e la cura dedicata ai minatori (solfatari). 

Il mio professore di inglese al liceo era un professore molto illuminato. Ho già detto che l’ultimo anno ci consentiva di confrontarci con i testi del musical di Andrew Lloyd Weber e Tim Rice, Jesus Christ Superstar, ascoltandolo in classe e discutendone sempre in classe, in inglese, tra noi. Anche se poi quando ci accaloravamo nelle discussioni finivamo a litigare in italiano.

Non fu difficile accantonare i giganteschi Dickens, Lawrence ed altri autori più marmorizzati, e convincerlo che sarebbe stato intrigante affrontare all’orale uno studio su 1984 e su Orwell più in generale.

Ancora un’altra carezza alla mia pigrizia.

Fu così che passai l’inverno prima della maturità a leggere in inglese le opere di Eric Arthur Blair, in arte George Orwell.

Eric Blair era nato in India, quando era ancora provincia di Londra, dopo alcuni romanzi in cui risolse alcuni conflitti con se stesso, liberandosi, raccontandoli, dei periodi della miseria (Down and Out in Paris and London), dei periodi in India (Burmese Days), della sua esperienza di libraio (A Clergyman’s Daughter), della sua esperienza di insegnante (Keep The Aspidisthra flying), dai sensi di colpa nei confronti dei minatori (The Road to Wigan Pier), arrivò l’esperienza che diede forma alla sua vita ed alla sua poetica letteraria e politica: la Guerra di Spagna.

Orwell partecipò personalmente alla Guerra di Spagna, si unì alle brigate del POUM. La sua testimonianza diretta racconta l’evoluzione della Guerra e, soprattutto, le contorsioni della propaganda di tutte le parti in battaglia. Comunisti, anarchici, rivoluzionari, fascisti, tutti piegano i fatti alle loro esigenze.

Orwell assiste incredulo a questi capovolgimenti e si rende definitivamente conto dell’impossibilità di una cronaca fedele, vera, oggettiva. Per la sua fede nella storia, nel racconto dei cronisti, è una sconfitta cocente. Più cocente delle sconfitte militari. Racconterà tutto questo sperando di poter fare chiarezza, ma durante il suo stesso racconto si rende conto che lo sforzo resta vano.

Homage To Catalonia.

L’esperienza fatta in Spagna gli aveva insegnato a diffidare delle apparenze e della comunicazione istituzionale ed ufficiale, ancorché documentata. Le cose posso essere diverse, anche molto diverse, da come le vediamo, da come abilmente ci vengono prospettate. 

Ne nacque la favola apologo Animal Farm, con cui disvelava le incongruenze tra la narrazione e la realtà nell’URSS, dopo la Rivoluzione d’ottobre. La parabola del maiale Napoleon, da rivoluzionario e difensore del popolo, a borghese rifatto, in piedi con il cocktail in mano, insieme ai fattori delle altre fattorie vicine è la rappresentazione paradigmatica di quasi tutti i rivoluzionari di ogni tempo e di ogni latitudine.

La sua arguzia e la sua felicità descrittiva, arricchiscono questo breve libretto di alcune tipizzazioni entrate ormai nel nostro immaginario collettivo. Ad esempio l’infaticabile Gondrano, fiducioso e refrattario all’evidenza, che porta sulla sua soma il peso della fatica rivoluzionaria. O Palla di neve, il maiale compagno di Napoleon durante l’assalto, ma cacciato coll’accusa di tradimento, per non oscurare il grande capo, ormai assoluto. Clarinetto, la propaganda, appunto, la verità sempre riscritta e sempre riadattata: “Tutti gli animali sono uguali. Ma i maiali sono più uguali degli altri.”.

Infine tutto il suo percorso di vita e di esperienze si accumulò in quello che divenne il suo ultimo romanzo, dato che morì giovanissimo.

1984, appunto. 

Scritto nel 1948, voleva offrire una visione distopica del futuro, partendo da una serrata analisi degli elementi e degli spunti che la sua acuta osservazione gli aveva offerto.

Il racconto è ancora molto attuale. Molti degli elementi “futuribili” individuati profeticamente, ancora oggi quasi trent’anni dopo la data fittizia, rimangono validamente osservabili.

L’onnipresenza di uno schermo che trasmette informazioni ed intrattenimento, che di fatto gli uomini subiscono, pur credendo di amarlo.

L’attenzione spasmodica all’uso delle parole, con la consapevolezza, che il loro uso definisce il mondo più della verità (la riscrittura continua dei fatti e delle vicende della storia, la revisione, ad uso e consumo del potere e delle alleanze del momento).

La creazione di una Newspeek, la Neolingua, sempre più semplificata, sempre più scarnificata, per non consentire al pensiero di librarsi oltre il consentito.

Lo psico reato, la fattispecie più pericolosa, pensare e pensarsi, emozionarsi, tradire l’appartenenza.

L’esistenza di una entità che sa tutto di noi, che ci studia, ci osserva, mentre noi seguiamo le sue evoluzioni, ci condiziona, ci fa compiere libere scelte, che ormai di libero hanno ben poco. Nel romanzo viene impersonificata nell’immagine del Grande Fratello che appare dagli schermi frequentemente. Le letture tradizionali pensavano che The Big Brother, prefigurasse un futuro dittatore che avrebbe assommato in se le caratteristiche dei tre dittatori che aveva conosciuto e combattuto Orwell stesso. Oggi possiamo più realisticamente individuare nello strapotere dei Big Tech, GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple), che si insinuano nelle nostre coscienze, impadronendosi della nostra vita e della nostra libertà.

Nel romanzo ci sono due mezzi di controllo del popolo ancora attualissimi:
1) la musica popolare, intesa come l’offerta di musichette scadenti, ipnotiche e degradanti, con ritmi volgari e testi ottundenti, che riempiono spazi, ore, giorni, orecchie di tutti i prolet continuamente e ossessivamente (oggi il trash televisivo, radiofonico e musicale che ha proprio mutato antropologicamente gli uomini di questi tempi);
2) i due minuti di odio, la tecnica di aizzare ed indirizzare la rabbia e l’aggressività del popolo verso nemici interni (traditori) o esterni (extra nostra comunità), con specifiche invettive e forme di linciaggio (mediatico) collettivo, come oggi ormai avviene scientemente sui social.

A questo romanzo si deve anche una intuizione esistenziale. Il partito ed il Grande Fratello sanno che ognuno degli uomini ha una sua paura irrazionale, una sua paura irredimibile, primordiale, a cui non sa resistere. Per sfuggire a quella paura siamo tutti pronti a sacrificare qualsiasi legame, etica, credo, bandiera, qualsiasi affetto, qualsiasi amore. Simbolicamente viene identificata nella stanza di tortura n. 101. Ognuno di noi ha la sua stanza 101. Il Grande Fratello conosce di ognuno di noi cosa temiamo di trovare nella stanza 101, e così ci tiene in pugno.

Proprio a causa della stanza 101, il romanzo non consente spiragli. Neanche l’amore di Julia per Winston riesce a salvarli. Le nuvole si chiudono cupe, la televisione manda in onda la sua abiura, la musichetta riprende ad invadere ogni dove…

Nel 1984 dal libro fu tratto un film omonimo, con la regia di Michael Radford (Il Postino) che però uscì nelle sale dopo la mia maturità e non ho potuto utilizzarlo nei miei studi.

Ma non fu un gran danno. Pur avvalendosi dell’interpretazione di John Hurt, Suzanna Hamilton e Richard  Burton, pur avendo un approccio fortemente fedele al libro ed alla sua distopia, il film non ebbe grande successo ed invero risulta abbastanza noioso. 

Il regista fu particolarmente severo e rigoroso. Addirittura scoppiò un mezzo scandalo per le musiche del film. La produzione aveva invitato uno dei gruppi pop protagonisti della British Invasion musicale in tutto il mondo (come la chiamava DJ Television): The Eurythmics. Ma le musiche scritte da Annie Lennox e Dave Stewart non appaiono nel film fino ai titoli di coda (Julia, l’unica canzone che Radford accettò). Eppure avevano scritto davvero una bella canzone molto evocativa Sex Crime.

L’anno dopo nel 1985, anche Terri Gilliam diresse un film distopico: Brazil.

Il film di Gilliam, regista ben più visionario di Radford, è una vera e propria sarabanda felliniana di luoghi e scene surreali. Irresistibile traversata tra burocrazia e bombe, in un futuro tragico, funereo, cupo e senza speranza, ma con un sottofondo musicale leggero, arioso, ballabile, allegro: Brazil, appunto, di Ary Barroso

Questa musichetta ossessiva che si insinua in ogni momento del film, suonata, trasmessa dalla radio, fischiettata o cantata dai protagonisti, ci svela la fonte di ispirazione del regista. Gilliam, infatti, aveva deciso di chiamare il film 1984 e 1/2, tra Orwell e Fellini.

Il film si avvale persino della partecipazione di un irriconoscibile Robert De Niro, scafandrato nella sua tuta di operaio dei tubi, vittima dell’effetto di una mosca incagliata nell’ingranaggio che mischia Mr. Buttle e Mr. Tuttle, senza speranza di remissione.

Per me (e molti miei amici) questo film è la libera riduzione cinematografica del romanzo di Orwell più fedele, pur nella sua libertà. 

Riguardando la produzione di Orwell negli ultimi 15 anni della sua vita possiamo rilevare un ponte sotterraneo, come quello che attraversa La Manica, che collega Homage To Catalonia a 1984. Senza quella esperienza, senza quella disillusione, senza quella ferita patita in terra di Spagna, Orwell non avrebbe prefigurato il mondo distopico di 1984, il nostro mondo per alcuni versi.

Perché ci stiamo occupando di George Orwell oggi?

Perché oggi ricorre il 71° anniversario della sua morte. Anniversario non rotondo, ma importante. infatti rappresenta la conclusione del settantesimo anno e la data in cui si liberano i diritti d’autore sulle sue opere. Fioccano, appunto, nuove traduzioni e nuove edizioni della produzione orwelliana.

Emotivamente siamo rimasti colpiti dall’immagine della nuova edizione che la prestigiosa casa editrice Sellerio ci ha proposto

Orwell si veste della nota copertina blu, della carta giallina caratteristica delle edizioni Sellerio, e, soprattutto, reca sulla copertina il titolo Millenovecentottantaquattro, un guizzo, una intuizione tipicamente orwelliana, un uso geniale della lingua, della letteralizzazione del numero, una travisazione, una nuova regola da aggiungere alla grammatica della Neolingua.

È giunto il momento di (ri)leggere Eric Arthur Blair aka George Orwell.

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