… e poi accadono anche le cose che non ti aspettavi…

A volte le cose accadono e non ce lo aspettavamo e neanche ci accorgiamo del processo che porta a farle accadere.

Solo meno di un anno fa la mia passione per la lettura (e la scrittura) era un custoditissimo piacere solitario.

Poi, uno spiritello che non sa accettare risposte evasive mi ha convinto ad aprire questo blog dove raccolgo in forma pubblica i miei pensieri e che riceve l’apprezzamento dei suoi tre lettori, esclusi i familiari ovviamente.

Non pago, lo spiritello si insinua, sinuoso ed insinuante, come un serpente tentatore e mi suggerisce di mandare un racconto ad un concorso indetto da Historica Edizioni.

Nessuno di noi saprà mai se questo racconto è piaciuto davvero, oppure avevano spazio libero nel volume da riempire, ma inaspettatamente lo hanno pubblicato…

Le cose accadono, anche quando non te le aspetti.

a pag. 165 il mio racconto…

Poiché ho promesso ai miei tre lettori del blog che non traccio i dati di chi visita, e non vendo niente a chi segue il blog, per chi fosse interessato solo alla lettura del mio racconto, lo riporto qui di seguito.

Se qualcuno fosse, invece, interessato alla lettura degli altri racconti che hanno meritato la dignità della pubblicazione (forse anche più del mio) questo è il link per comprarlo.

Sono ovviamente ansioso di conoscere i vostri commenti liberi e sinceri sul racconto.

A quello spiritello sinuoso ed insinuante il mio imperituro ringraziamento.

Eccovi il racconto:

L’ALLINEAMENTO DEI PIANETI

di Giuseppe Costa

“Buongiorno, mi dà la Repubblica?” – “Eccola professore!” –“Grazie Nino”

Questa scena che si ripeteva tutte le mattine e in tutte le stagioni, non cambiava mai i dialoghi. Il professor Ramorino usciva dal portone di casa sua, attraversava verso il chiosco dell’edicola di Nino, prendeva la Repubblica e proseguiva verso il liceo scientifico nei giorni di scuola, sulla passeggiata a mare nei giorni senza scuola.

Aldo Ramorino era nato cinquanta anni prima da Pina e Vincenzo Ramorino, impiegato del catasto.

Il piccolo Aldo era cresciuto sempre attaccato a sua mamma Pina e sua nonna. Non aveva avuto fratelli o sorelle. I suoi giochi preferiti erano i giornaletti dell’edicola della nonna. Aveva imparato a leggere già prima della scuola perché non poteva sopportare di non capire le storie di tutti quei giornaletti che gli passavano per le mani.

La nonna Mariuzza era sempre vestita di nero, ma era molto allegra con tutti. In quell’edicola passavano tutti quelli del quartiere.

“Signora Mariuzza, ha sentito chi si porta quest’anno con la Democrazia Cristiana?”

Bastava una domanda di questa e lei cominciava con le sue infinite discussioni di politica. Aldo restava seduto ad ascoltare quelle discussioni di grandi, appassionandosi ora ad un partito, ora ad un altro candidato.

Il momento più divertente era quando arrivava il figlio del sig. Casella. Lavorava come agente di commercio a Catania e ogni tanto passava a trovare i genitori e quelli del quartiere.

Si metteva al centro del piccolo locale dell’edicola e inventava una serie di frizzi e lazzi, con quell’accento catanese che gli ricordava tanto Turi Ferro e Tuccio Musumeci, quando andava a vederli a teatro con suo papà e sua mamma.

Aldo certe volte rideva che gli mancava il respiro.

Aldo si appassionava anche quando l’edicola si riempiva di signore del quartiere che parlavano di modelli, di abiti, di settimanali femminili e si scambiavano commenti maliziosi sui divi dei fotoromanzi.

Comunque con la scusa che l’edicola era di sua nonna Aldo leggeva tutti i giornaletti che uscivano. Dopo la scuola, nel pomeriggio, la sera, a letto prima di dormire.

Crescendo aveva aggiunto tutte le altre pubblicazioni, soprattutto i settimanali, che raccontavano quello che succedeva nel Paese, (anche se non smetteva di leggere i giornaletti).

Poi, quando sembrava che tutto sarebbe andato sempre per il verso giusto, senza preavviso né giustificazione, tutto il mondo suo cambiò.

In poche settimane suo padre morì, la nonna chiuse l’edicola e Aldo si trovò spiazzato. Forse aveva dato sempre per scontato suo padre, si accorse che sapeva pochissimo di lui, di cosa nascondesse dietro quell’immagine impiegatizia grigia. Privato all’improvviso di tutte quelle pubblicazioni a stampa andò in crisi di astinenza.

Gironzolando per casa in cerca delle tracce di suo padre per riempirne la figura, si accorse che in casa avevano una libreria molto ricca. C’erano romanzi di varia estrazione, libri ponderosi di storia, in particolare di storia militare della II Guerra Mondiale. Libri di poesia, libri di musica, libri d’arte, biografie. Cominciò a prenderne in mano qualcuno. Sfogliandoli scoprì che suo padre vi aveva lasciato sottolineature, commenti, note a matita.

Decise che li avrebbe letti tutti cercando di ricostruire la figura di suo padre da quei libri e da quei commenti, come dalle pagine di quei libri per bambini escono figure di castelli e mostri, che vi stanno ripiegati all’interno.

In realtà leggere tutti quei libri gli fece solo capire cosa voleva fare: l’insegnante di lettere in un liceo. Parlare a tutti quei ragazzi e quelle ragazze di quale cosa magica fosse la letteratura, raccontare loro le dinamiche della storia, da dove nascevano quei fatti e quelle date che tutti ricordavano spesso solo perché ci abitavano, regalare loro lo splendore della consapevolezza che lui aveva trovato più per necessità che per scelta e che rischiava di non trovare mai, così occupato com’era a setacciare la stampa periodica.

Questo aveva fatto.

Finito il liceo, l’università, gli studi serrati, senza sosta, per arrivare ai primi incarichi, e poi al concorso, la cattedra al liceo scientifico. Il traguardo.

In tutti questi anni una sola cosa non aveva trovato, o forse non aveva cercato, l’amore. Tante ragazze lo avevano attirato, ma nessuna lo aveva davvero scombussolato al punto di correre il rischio di perdere la sua strada.

Gli piacevano tante ragazze, soprattutto quelle prosperose, che incontrava per caso, che vedeva in un bar, a lezione all’università, al supermercato. Da sole, in coppia, in gruppo. Gli bastava un profumo, un profilo, un movimento, uno spezzone di dialogo rubato, una imprecazione imbronciata, e lui ricostruiva tutta la storia, dall’innamoramento all’inevitabile separazione.

Da quando poi era diventato insegnante si era innamorato mille volte al giorno. Quante acconciature, labbra increspate, nasini raffreddati lo avevano colto d’inciampo. Quanti sguardi inenarrabili aveva intercettato tra i suoi studenti. Quanto avrebbe desiderato di esserne il destinatario.

Qualcuna aveva lasciato un segno più profondo, una ruga di espressione in più. Erano quelle studentesse che non erano bellissime, non avevano tagli di occhi perfetti, misure da concorso, né labbra dipinte da artisti, ma avevano una naturale capacità di imporre allo spazio circostante la loro presenza, il loro movimento. Quando entravano in una stanza era impossibile non accorgersi di loro. Avevano sguardi che promettevano qualcosa che sapevi che non si sarebbe mai realizzato, perché quel tipo di intensità di emozione non sarebbe umana, ma che ugualmente inseguivi, sapendo che ti sarebbe rimasto solo il rimpianto e l’amarezza. Le sirene.

(Come si può resistere, Vostro Onore, a tutte le  Dolores che ti attraversano la vita, e te la mandano a gambe all’aria, avrebbe detto H.H.)

Chiariamo subito. Il professore Ramorino era una persona seria, un’insegnante attento, esigente, ma amato dai suoi studenti, che mai e poi mai avrebbe messo in discussione la sua integrità e mai e poi mai si sarebbe permesso di scandalizzare una sola delle sue preziose studentesse. Si innamorava, fantasticava e tutta quell’emotività restava tra la sua testa e il suo cuore, senza che alcuno se ne accorgesse. D’altronde da uno dei primi libri che aveva preso dalla libreria di suo padre aveva imparato: “sono io che l’amo, è affar mio, che c’entra lei?”

Fino all’anno scorso a casa con lui viveva la sua mamma Pina.

Da quando era morto suo padre erano diventati inseparabili. Portavano avanti la loro vita serenamente, con i loro piccoli piaceri e i loro piccoli rituali. Quello che amavano di più era il caffè di mezzanotte. Comunque avessero passato la serata, davanti alla tv, fuori con colleghi o amici, a leggere, studiare, correggere i compiti, verso la mezzanotte, quasi tutte le notti, si ritrovavano davanti ai fornelli per assittare una moka. Due tazze di caffè nero fumante e si sedevano nelle poltrone a raccontarsi le cose e le giornate. Programmi, ricordi, commenti, pettegolezzi, una mezz’ora di ristoro.

Piano piano però l’Alzheimer le aveva cancellato tutti gli argomenti di conversazione. Aldo si accorse troppo tardi che sua mamma era andata in un’altra dimensione, dove lui era ancora un bambino, dove la nonna Mariuzza aveva ancora l’edicola, e lei era giovane e bella, e ballava instancabilmente con il suo Vincenzo.

L’anno scorso fu costretto a ricoverarla in una struttura attrezzata e ora era solo in quella casa con la lunga balconata sul lungomare. Bastava attraversare la strada che costeggiava la piccola isola che chiudeva la città, arrivare allo spazio aperto tra la ringhiera, scendere sugli scogli che ormai conosceva a occhi chiusi ed arrivare a bagnarsi i piedi, le ginocchia e, tempo permettendo, anche il bagno poteva fare.

Quest’anno la vita si era ripetuta esattamente come tutti gli anni prima. Sveglia in tempo per la rassegna stampa di Radiotre, uscire dal portone, attraversare fino all’edicola di Nino per il giornale, proseguire fino a dove il marciapiede si allarga dopo l’edicola, sosta al caffè da Corrado, per sbirciare i titoli del giornale locale, che si rifiutava di comprare per principio, altri trentasette passi per arrivare al portone del liceo ed entrare in classe per le sue lezioni.

La novità era rappresentata da Lisa, la ragazza piena di ricci, della terza C. Veniva da un altro liceo della provincia. Durante l’estate il padre se ne era andato con una cassiera dell’Iper, e sua madre era stata costretta a portare lei e le sue sorelle in città dove provava a ricostruire i cocci della sua vita.

Questa volta faticava a tenere testa alla sua fantasia. Quegli occhi scuri, troppo profondi, che guardavano come non lo aveva mai guardato nessuno. Quel modo di muoversi, quella indolenza pigra, quel tatuaggio. Lisa era una delle sirene.

Nella sua fantasia l’aveva soprannominata Lighea, la sirena ammaliante del racconto di Tomasi di Lampedusa.

Certo, poteva essere sua figlia, ma lui aveva avuto sempre difficoltà a percepirsi più che adolescente. Quando si pensava, si pensava sempre tra sedici e diciotto anni, in attesa della vita vera che di lì a poco sarebbe arrivata.

Fino alle vacanze di Natale il professore era riuscito a gestire con qualche difficoltà la situazione. Ma durante le vacanze l’assenza di Lisa gli si rivelò insostenibile. Usciva, cambiava i suoi giri, andava cercando dove stavano i suoi studenti con i motorini, nella speranza di vedere la sua sirena.

Alla ripresa delle lezioni arrivò in classe in uno stato pietoso, era sempre malrasato, le occhiaie profonde, vestito strapazzato. I colleghi provarono a preoccuparsi, a chiedergli, ma lui respingeva ogni aiuto, e presto tornarono tutti alle proprie incombenti preoccupazioni.

Si ammalò. Tra la febbre, il respiro affaticato e la dolorosa sensazione che gli aggrovigliava le budella, perché non poteva riposare lo sguardo sulla malìa di Lisa, quei venti giorni lo scarnificarono ancora di più.

Anche se non era ancora del tutto ripreso, accorciò la convalescenza e tornò in classe, ma non era più lo stesso.

Ogni mattina il rituale era lo stesso, passava sempre dall’edicola di Nino per prendere la Repubblica, ma lo sfogliava senza leggerlo, passava dal bar di Corrado, ma prendeva solo un caffè e non sfogliava il giornale. Di giorno e di notte cercava solo l’occasione di ristorarsi l’animo ferito, guardando da lontano la sua Lisa, ascoltandola parlare con i compagni, osservandola muoversi, sentire l’aria fare posto ai suoi movimenti, intravedere il Paradiso e l’Inferno nello stesso momento, la sua quiete e la sua rovina, per una risata, per un gesto o una parola, per uno sbuffo della sua sirena.

Forse fu per questo che non si rese conto che tutti parlavano di una sola cosa in quel periodo: l’allineamento dei pianeti. Il 10 marzo 1982, dopo circa 800 anni dall’ultima volta che era successo, tutti i pianeti del sistema solare si sarebbero ritrovati in un settore di circa 90º, tutti dallo stesso lato del sole. Questa insolita combinazione astronomica faceva temere ad alcuni addirittura la fine del mondo.

“Professore, ma lei che dice, ci sarà la fine del mondo?”

Quel lunedì 8 marzo, Nino, senza saperlo mandò in frantumi un equilibrio già molto precario.

Il professore Ramorino trovò nella inattesa combinazione astronomica e nella susseguente inevitabile fine del mondo, il centro su cui far ruotare i suoi pensieri. Per due giorni e due notti si immaginò come poteva essere questa fine del mondo, si chiedeva come avrebbe potuto incontrare Lisa, se fosse stato meglio raggiungerla ed affrontare insieme il passaggio, o superare questi limiti così terreni e precari e cercarla e raggiungerla di là dal tempo.

La notte tra il 9 e il 10 marzo 1982 fu travagliatissima. Alle quattro decise che era il caso di scendere sugli scogli per rendersi conto di ogni movimento del cielo dal buio e dal mare. Scrutava con gli occhi ormai da pazzo il cielo buio per coglierne ogni segno.

D’un tratto tutto gli fu chiaro. Sulla linea dell’orizzonte vide in lontananza, maestosa, Lisa che nuotava verso la luce della luna. La chiamò, si sbracciò, ma lei non lo sentiva, era troppo lontana. Si addentrò di più per farsi più vicino. Ancora la chiamò con tutta la voce in gola. Lei lo sentì, si girò, gli sorrise. Anche da quella distanza lui vide quegli occhi, sentì la sua voce che con una risata gli diceva “Venga, professore, venga. Ora è il tempo.”

Si. Ora è il tempo. Decise che era il tempo di perdersi. Cominciò a nuotare verso di lei, verso la sua Lighea.

Che ve ne è sembrato?

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4 pensieri su “… e poi accadono anche le cose che non ti aspettavi…

  1. Leggerti è entrare in un’altra dimensione si materializzano voci colori paesaggi persone profumi, emozionarsi per un nome che rievoca ricordi, grazie Giuseppe ❤️

  2. Grazie Gingolph per tutte le emozioni regalate con questo denso e delicato racconto di vita di un uomo alla continua ricerca di una relazione, lontana o perduta o mai avuta, che ritrova dentro di sè. ❤️

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