I GIORNI DEL GIUDIZIO di Giampaolo Simi – Sellerio

Quando ero piccolo le serie tv si chiamavano ancora telefilm. In particolare mi appassionavano quelli polizieschi, investigativi.

Ricordo le contorsioni elucubrative di un allampanato Ellery Queen

Ricordo Renato Rascel con la tonaca del Padre Brown di Chesterton.

Ricordo le svagatezze irresistibili del tenente Colombo di Peter Falk.

Ricordo le moto scorrazzanti dei Chips, con l’agente Ponciarello.

Ricordo un investigatore calvo, prima di Montalbano/Zingaretti, il tenente Kojak, interpretato dal greco Telly Savalas (del tenente Kojak avevo anche un divertentissimo gioco in scatola).

Un sottogruppo ben definito era quello dei telefilm che ancora non avevamo imparato a chiamare legal-thriller, dal patriarca Perry Mason ad Ironside (sempre con Raymond Burr) e a tutti gli altri.  Ci appassionavamo alla rappresentazione processuale del sistema accusatorio, così profondamente diverso dal nostro sistema inquisitorio. Avevamo seguito tante puntate dei nostri telefilm preferiti che sapevamo tutto di accusa, difesa, giudici e giurie popolari. Quando nel 1989, il nostro codice processuale penale recepì la riforma Pisapia, leggevamo articoli, manuali e interviste con la stessa foga con cui leggevamo i nostri amati romanzi legal-thriller.

Sappiamo per certo che la comparsa dei romanzi di Camilleri con protagonista Montalbano ebbe un ruolo importante nella ritrovata considerazione per la letteratura noir, che non fu più considerata ancella povera della letteratura principale. (Anche se l’albagia della letteratura strictu sensu nei confronti della sorellastra gialla non era nella maniera più assoluta fondata neanche prima). Ci vorrebbe però un analista più bravo di me per indagare quanto la comparsa del nuovo processo penale abbia contribuito a sdoganare la letteratura noir in Italia. 

Poi con Un Giorno in Pretura di Roberta Petrelluzzi l’aura mitologica del processo penale raccontato si è persa e le tecnicalità processuali sono diventate conoscenza diffusa senza sforzo e le rappresentazioni processuali riacquistarono la forza di affresco di costume.

Personalmente il primo ricordo di processi, imputati, avvocati e giudici popolari,  risale al bianco e nero de “Il Buio Oltre La Siepe“, con l’avvocato Atticus Finch che tenta invano di guidare la giuria verso l’innocenza del povero negro di turno. Ci riuscirà con lo psicolabile Boo, restituendo dignità a se stesso e alla sua famiglia.

Negli ultimi venti anni molte volte letteratura, serie tv e cinema hanno raccontato processi con giuria popolare. A volte il focus è stato sull’imputato (innocente?) e sul lavoro della difesa per impedire alla giuria di condannare un uomo solo perché povero, nero, o altra condizione di presunto colpevole oggettivo. Altre volte il focus è stato sull’imputato (colpevole?) e sul lavoro della accusa per impedire alla giuria di assolvere un uomo potente e danaroso. Altre volte ancora sono state approfondite le figure dell’accusa, della difesa, del giudice. Più raramente ho avuto modo di vedere un focus centrato sulla giuria e sui giurati, sulla loro vita, sulle loro relazioni, sul loro modo di vivere il processo. 

L’esempio archetipico di questa costruzione narrativa è certamente “La Parola Ai Giurati” di Sidney Lumet. Ma mentre quel set (che così tradisce la sua matrice teatrale) si svolge interamente in udienza ed in camera di consiglio, il libro di cui vi parlo oggi racconta il processo attraverso i singoli giurati, colti nelle loro vite, interrotte temporaneamente dalla convocazione quali giudici popolari, mentre le loro vite fuori dal tribunale continuano e si intersecano con la vicenda processuale. 

I Giorni del Giudizio di Giampaolo Simi. Una giuria composita, eterogenea, con dei tipi davvero singolari (almeno all’inizio) che si trovano a condividere questa avventura. Lo svolgersi del processo accompagna la loro evoluzione privata e personale fuori dall’aula. Simi, con grande capacità narrativa, ci racconta le loro vite prima, durante e dopo il processo. L’originalità dello spunto si unisce al suo tocco romanziere ed il mix ci appassiona con gusto. La dimensione pubblica e privata di questi assortiti giurati è assolutamente calata nella vita dei nostri giorni (pre COVID 19, ovviamente). Ci sono spunti vegani ed animalisti, quasi Hikikomori, pseudo haters, nerd e immigrati, scontri generazionali e riverberi social, ed un certo citazionismo musicale e streaming tv. 

“Quand’è che voialtri millennials smettete di accontentarvi e piangervi addosso, e ci dite cosa cazzo volete davvero? L’unico traguardo a cui potete aspirare è il titolo di generazione più inutile degli ultimi cinquant’anni. Continuate così e vincerete per distacco, cazzo! Io sono cresciuta ascoltando musica triste, ma voi ascoltate musica deprimente, la capisci la differenza? Ian Curtis e Kurt Cobain si sono ammazzati, ma anche per ammazzarsi bisogna alzare il culo dal divano, anche la morte bisogna desiderarla… Voi invece non desiderate, non desiderate niente, il mondo vi usa e vi butta come calzini ma cambiarlo, dài-no-ma-che-stress… tutto quello che potete cambiare è il gestore telefonico. Ma guarda Greta Thunberg… e Billie Eilish, mai sentita? I sedicenni vi stanno facendo il culo, voi siete già vecchi… finiti. Siete nati vecchi e morirete followers.”

Giampaolo Simi è una vecchia conoscenza degli amanti della letteratura thriller, autore di una dozzina di romanzi di successo (prevalentemente pubblicati con Sellerio), vincitore del Premio Scerbanenco, uno dei pochi ad ottenere la pubblicazione nella collana Noir della Gallimard. Autore e coautore di serie Tv a sfondo noir (come “Nero a metà” che questa settimana ritorna a presentarci le avventure del commissario Guerrieri-Claudio Amendola).

Anche in questo ultimo romanzo la sua penna si diverte e ci appassiona nel dipanare l’intrigo, anche se attraverso questo punto di vista così eccentrico, quale quello dei giurati del processo per duplice omicidio in una famiglia bene di provincia (un caso perfetto da far raccontare alla Petrelluzzi in Un Giorno In Pretura).

Mi piace raccontarvi questi personaggi con questa pagina:

“La pizza che ordini racconta molto di te. Cosa ha capito di loro, in questi tre mesi?
Per Terenzio direbbe una margherita. Lo standard per non rischiare, il conformismo subdolo di chi non vuole dare nell’occhio perché si sente unico e speciale. E invece sbaglia: napoletana. Essenziale, ma saporita, con le acciughe che sopperiscono all’effetto mainstream della mozzarella.
Per Malcolm pronostica facilmente una quattro stagioni e ci prende in pieno. È la pizza più adatta al pastiche post-moderno, citazionista e consumistica, un volere tutto per non scegliere niente. Indovina anche la margherita per Emma, ma dà a quella scelta un sapore venato di noia e disinteresse.
Serena le risulta sfuggente, così la immagina optare per una «rucola, grana e pomodorini», tanto per salvare la linea che non ha, quindi almeno la faccia. Invece toppa: una speck e mascarpone. La pizza meno mediterranea che ci sia, satura di sapore, per chi vuole accreditarsi come trasgressivo senza rischiare di essere stigmatizzato. Ahmed potrebbe andare su una vegetariana, ipotizza, e invece proprio lui fa la scelta più italiana possibile che Iris aveva previsto per Serena.
Fassi la spiazza, ordinando una capricciosa, sorella démodé della quattro stagioni, ma più rigida, perché carciofini, funghi, prosciutto cotto e olive sono mischiati e variazioni tipo l’uovo sodo o sottaceti risulterebbero pressoché suicide. Iris ci legge una vaga confusione abbinata a una ricerca di certezze.
La presidente è il pronostico più difficile. Iris punta mentalmente su una margherita con bufala, puntualizzazione di chi non ama distinguersi, ma adora nemmeno tanto segretamente gli optional. Si veste sobria, ma nel corso del processo è come se fra lei e la Magni si fosse instaurato un tacito derby a base di gioielleria.
– Marinara – dice la presidente.
Una pizza non solo sobria, quasi scarna. Una pizza che evoca il mare, lo richiama senza averlo fra i suoi ingredienti. Ancora una volta ha capito meno di quello che credeva.”

Insomma penso proprio che questo romanzo si unirà ad Atticus Finch, al film di Lumet, alla Petrelluzzi ed il suo Giorno in Pretura, alle serie Tv e ai telefilm, ai romanzi e ai film che costituiscono il mio immaginario legal-thriller, e non solo perché si parla di pizza…

Per gli intenditori lascio un brano da sottofondo: Tutu, Miles Davis, 1986

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