Il quaderno dell’amore perduto di Valerie Perrin – EditriceNord

Per molti di noi la figura dei nonni è centrale nello sviluppo della personalità. La nostra fantasia si alimenta delle storie che ci raccontano, dei personaggi che popolano i loro ricordi (quasi sempre inventati per noi, con fini più o meno pedagogici).

Se poi abbiamo la fortuna di intrecciare la nostra esistenza a lungo con essi, abbiamo il tempo di scoprire il carico di valore di quelle storie. Man mano che si dissipano i doveri educatori, quelle storie si fanno più vere, più interessanti (e più utili).

Con i nonni sono già partito con handicap: ne ho conosciuti tre.

L’unico nonno raccontava sapidamente. Condiva di sberleffo e ironia(a volte anche di sarcasmo) le storie sui suoi compaesani (vivi o morti che fossero).
Mi ha insegnato a ridere di tutto.

Una nonna era maestra e i suoi racconti e le sue storie tradivano sempre l’intento pedagogico ed anche un distacco forse eccessivo.
Mi ha insegnato l’etica del rispetto degli altri, attraverso il rispetto dei propri doveri.

L’altra nonna animava i suoi racconti con una mimica ed una passionalità davvero teatrale, come se si trasfigurasse, riusciva a farmi vedere sia i volti e le espressioni dei personaggi, che i luoghi in cui si svolgevano quelle storie. Storie spesso di paese, o familiari, che raccontavano di momenti cruciali, di passioni, di litigi a volta inverosimili.
Mi ha insegnato la passione di raccontare.

Chissà chi ha insegnato a Valérie Perrin la passione di raccontare.

Devo sforzarmi di ricordare che questo è il primo romanzo, precedente a Cambiare l’acqua ai fiori, anche se l’ho letto dopo, essendo stato pubblicato in Italia sull’onda del successo di quello.

Mi sembra di notare delle forme di evoluzione tra le figure di Violette e Justine, che però dovrebbero andare all’incontrario dei miei pensieri.

Davvero un bellissimo personaggio Justine, la amiamo fin dalla sua comparsa sulle nostre pagine. Non riusciamo a rimproverarle nulla. La assecondiamo increduli che gli altri non ne comprendano subito il valore.

Non me ne sono immaginata la figura. Non l’ho neanche assoggettata ad alcun effetto alone: non somiglia ad alcuna persona o personaggio che abbia mai conosciuto.

Justine vive tra i nonni e per i nonni, i suoi e quelli di cui si prende cura. Ne raccoglie le storie, le riveste del suo amore che le viene da dentro e che non trova riscontri all’esterno, le restituisce sublimate alla straordinaria storia del mondo.

Anche quando queste storie, inaspettatamente, si intrecciano alla sua, la srotolano e la riscrivono nella maniera meno prevedibile.

Quanto risuona benefica quell’attenzione che Justine (come poi farà Violette) pone sui meno amati, i dimenticati della domenica.

Quando avrà finalmente riannodato i fili così imbrogliati del tappeto della sua storia familiare, solo allora, potrà dare un nome al suo amore e cominciare ad intrecciare i nodi del suo tappeto.

In questo primo romanzo Valérie Perrin utilizza con pudore la sua straordinaria tecnica narrativa ad incastri. Sembra che voglia ancora misurarne l’effetto, scoprire se siamo pronti.

Già riempie però il romanzo di tante immagini, che “fotografa” con la sua duplice arte.

Netflix sta sostenendo con successo tante produzioni locali europee di serie e film, in contrapposizione con l’imperialismo americano della fiction. Entrambi i romanzi della Perrin si offrono idealmente alla realizzazione di una fiction, magari con la supervisione del suo fortunato compagno, Claude Lelouch (ci incuriosisce la dedica alla fine con i suoi mille e tredici motivi).

Questa storia di storie che vanno e che ritornano, ma quando ritornano non sono mai uguali a prima, mi ricorda le movenze di un tango. E quale miglior tango può raccogliere e rimandarci tutte le suggestioni di questo romanzo se non il Tango del mare, di Oscar Carboni

Ripensando ai nodi delle due storie che ci ha fin qui raccontato Valérie Perrin, aspettando con voluttà il prossimo arazzo che vorrà ordire, non possiamo però non chiederci: ma che le avranno fatto mai i suoi di nonni per meritare sempre questa imperdonabile colpevolezza?

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