Orfani, una speciale condizione, una shining – Quello che non ti dicono di Mario Calabresi – Mondadori

Passato il primo sgomento, quando morì mio padre, le prime sensibili variazioni sulla mia vita esterna riguardarono alcune complicazioni burocratico amministrative. In tutte quelle incombenze, ancorché fossi ancora un ragazzo, mi trovai a dover firmare alcune carte. La mia firma doveva essere accompagnata dalla particella fu e il nome di mio padre Vincenzo. Così come quella di mia madre che spesso mi anticipava sui fogli era caratterizzata dalla presenza della particella ved ed il cognome di mio padre.

Queste due particelle, fu e ved, furono i primi segni esteriori della nostra nuova condizione, che non potevamo occultare (come il bottone nero sulla camicia, che invece feci sparire quasi subito).

Mi sono arrovellato parecchio su quella fu aggiunta. Sperimentavo la firma (completa di fu) su fogli e fogli e cercavo di capire come appariva agli altri. Guardandomi allo specchio cercavo di carpire se questa fu la portassi stampata in faccia.

Non so se la portassi stampata in faccia, ma da allora la riconosco negli altri.

La condizione di orfanitá ho imparato che si può leggere negli occhi, nello sguardo, nella volontà, nella determinazione, nella sensibilità, nel comune e reciproco riconoscimento. 

Due orfani stabiliscono subito tra loro una fratellanza speciale, come una orfananza (una diversa shining).

Cinema, arte e letteratura ci restituiscono spesso campioni di questa orfananza. Dagli ostinati scugnizzi dickensiani, alla Violette del bestseller francese di quest’anno, ai Bei Sogni di Gramellini, alla Beth Harmon (Anya Taylor-Joy) che spopola su Netflix con il suo Gambetto di Regina

Aggiungo un posto particolare per un gruppo musicale di qualche anno fa, i Green Day. Il leader, Billy Joe Armstrong, scrisse una bellissima canzone per ricordare il suo disagio nel mese di settembre, mese in cui aveva perso il padre, Wake Me Up When September Ends, (anche mio padre se ne andò in settembre, di questa canzone comprendo intimamente il senso, una orfananza, una shining). La potete ascoltare qui.

Il bellissimo libro scritto da Mario Calabresi l’anno scorso, La mattina dopo, mi aveva già suscitato riflessioni esistenziali e forme di identificazione non banali.

In questi giorni è in libreria il nuovo racconto, Quello che non ti dicono.

Quella condizione di orfananza, mi ha tenuto attaccato alle pagine con doppio laccio.

Traspare fin dalle prime righe che la molla che ha spinto Calabresi a raccontarci questa storia tenuta nascosta da troppi guardiani, è proprio quella shining scattata con Marta, orfana, elevata a potenza, del protagonista di questa incredibile vicenda.

Entrambi orfani di (e per) quegli anni settanta, con cui questo Paese non riesce mai a fare davvero i conti, Mario e Marta, risalgono la corrente che li ha portati fin qui. Mario conosce quelle acque, ci ha già fatto la sua dolorosa risalita, prende per mano Marta, con la delicata sensibilità di un fratello maggiore, e la accompagna in questo viaggio in cui potrà riappropriarsi di una memoria, potrà serenamente riappacificarsi con quel senso di vuoto, con cui dovrà convivere per sempre.

Mario Calabresi è paziente, ma inesorabile, e riesce a ricostruire molti tasselli di quel disegno. 

Addirittura scopre di esserne comunque parte: l’acqua è la stessa. Ritrova ufficio e colleghi del padre, ritrova un altro pezzo di suo padre, a conferma che la orfananza esiste ed é condizione da cui non si sfugge, un filo resistentissimo che lega tutti noi che cerchiamo di colmare i vuoti con le memorie.

Ma orfani si può essere anche con i genitori ancora in vita. Ci si può trovare nella condizione di sentire il vuoto, di sentire l’inadeguatezza, di sentire la mancanza, anche di un padre che ti respira accanto e anche se ti condiziona pesantemente.

Così Carlo Saronio, il soggetto del puzzle ricostruito da Calabresi, vive una condizione di disagio profondissimo con le sue radici, con il suo status, una orfanitá esistenziale, che lo porta a commettere tanti errori, fino a quello fatale.

Questo può capitare agli orfani che non riescono a colmare i vuoti.

In quegli stessi giorni in cui scarabocchiavo sui fogli la particella fu, e me la cercavo in faccia, un vicino di casa mi avvicinò e mi chiese come stavo. Mi chiese come stavo elaborando questa mia nuova situazione e come stavo interpretando situazioni e ruoli.

Mi disse che mi trovavo davanti ad un bivio: 
– avrei potuto interpretare quel vuoto come l’assenza di un controllore della mia vita, sentirmi libero di osare, di puntare verso l’alto, verso l’oltre, rischiando di cadere fragorosamente;
– oppure avrei potuto interpretare quel vuoto come l’assenza di un protettore, un paracadute, un’ancora e, quindi, per osare, puntare in alto, verso l’oltre, avrei dovuto saggiare bene il terreno da cui spiccare il salto, capirne la consistenza e non perderlo mai di vista per non rischiare di cadere fragorosamente.

Ero ancora molto giovane, ma capii subito cosa mi volesse dire ed ho cercato di tenerlo sempre presente. 

In tanti hanno provato a dirlo a Carlo Saronio. Calabresi ricostruisce tutti questi bivii dove avrebbe potuto fermarsi, ma la sua urgenza di liberarsi è stata più forte.
La sua esigenza di dimostrare che la mela poteva cadere anche più lontano dall’albero ha prevalso.
Cercando di sfuggire a quella famiglia serrata, tetragona, intessuta di affetti blindati, che lo avrebbe poi espunto dalla memoria, che lo avrebbe nascosto come una vergogna, che sarebbe implosa trascinando nella sua caduta l’incolpevole Marta, regalandole doni biforcuti per tanti, troppi, anni, Carlo ha spezzato le reti che lo tutelavano.
La sua “orfanità sentimentale” l’ha vista come liberazione dal controllo, ed è caduto fragorosamente.

Quarantacinque anni sono passati da quella caduta. Quarantacinque come gli anni trascorsi senza la voce di Pasolini.
Questo Paese dimentica facilmente. Mario Calabresi non dimentica. Non può dimenticare.
L’orfananza non consente di dimenticare.

Con la sua mano paziente da fratello maggiore, da navigatore esperto, ci porta tutti di nuovo a risalire quel torrente, quello del fare i conti con se stessi, con il proprio vuoto, con la propria capacità di trasformare in resilienza il dolore.

Grazie

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2 pensieri su “Orfani, una speciale condizione, una shining – Quello che non ti dicono di Mario Calabresi – Mondadori

  1. Tutto torna.
    “Un orfano è semplicemente più bambino degli altri bambini per quanto riguarda quell’essenziale apprezzamento delle cose che si ripetono regolarmente ogni giorno. Di tutto ciò che promette di durare, di rimanere, l’orfano è avido. “Avido”.”

    Passi di
    Cambiare L’Acqua Ai Fiori
    Valérie Perrin

  2. Appena due giorni fa ho pubblicato questa riflessione sull’orfananza, scaturita dalla appassionata lettura del nuovo libro di Mario Calabresi, Quello che non ti dicono.

    Ho ricevuto un paio di risposte e commenti molto emozionanti di cui ringrazio.

    Giovedì sera tra gli atti preparatori alla festa nazionale di Sanremo abbiamo ascoltato un giovane presentarsi con una canzone piena zeppa, una canzone manifesto di ciò che ho cercato di definire con il neologismo orfananza.
    Gaudiano- Polvere da sparo
    Se l’avessi ascoltata prima sarebbe certamente entrata nel post, rimedio agganciandola qui

    https://youtu.be/4VTIQvKzsEQ

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