Un adolescente vero lo è per sempre – Diceria Dell’Untore – l’esordio di un giovane centenario

Nella libreria che lasciò mio padre c’erano molti libri di autori siciliani, Sciascia su tutti (come ho già ricordato).

Stavo entrando nella insostituibile fascia teen in cui la personalità prende forma e disegno, in cui decidiamo che uomini o donne vogliamo essere e saremo.

La recente scoperta dei libri mi rendeva famelicamente avido di nuove proposte e nuovi stimoli. Mi sono iscritto al Club Degli Editori (e poi alla forma più ristretta, che più sollecitava la mia superba vanità, Il Circolo).

Il Club degli Editori funzionava in un modo singolare. Ogni mese arrivava una piccola rivista con tanti libri in proposta, ed in offerta, che potevano essere ordinati con le cartoline d’ordine allegate. Tra queste proposte la redazione ne segnalava quattro (i libri del mese) che se non venivano rifiutati con le stesse cartoline d’ordine, arrivavano comunque. Non sempre riuscivo a rifiutare in tempo (almeno questa scusa usavo con mia mamma per giustificare il ricorrente salasso via contrassegno).

La libreria di mio papà si riempiva ogni mese di più.

Nel gennaio del 1982 ero particolarmente in preda ad astratti furori e avrei voluto (stavolta davvero) rifiutarne una che parlava di untori e mi rimandava a medioevi assolati e irrazionali. Ma poi vidi che si trattava del romanzo di un nuovo autore siciliano, che aveva vinto l’anno prima il Supercampiello. Il vezzo di rinforzare lo scaffale siciliano della libreria di papà prevalse sul disprezzo illuminista dell’epoca buia.

Il mese dopo arrivò Diceria Dell’Untore di Gesualdo Bufalino.
Cominciai a leggerlo e la sua peste mi contagiò. 

Per sempre. 

Anche il nom de plume stesso, Gingolph, che individua anche questo modesto blog e che da allora assunsi, lo devo al mondo letterario di Bufalino.

Ero adolescente ed amavo e vivevo la vita in quel modo tipico degli adolescenti, estremo, senza mediazioni, senza accomodamenti. Passavo dall’estasi al lutto senza soluzione di continuità. Catullo era il poeta in cui mi identificavo nelle mattinate scolastiche e nei pomeriggi deliranti di passioni ed amori, mai realizzati.

La lingua di Bufalino, piena di voluttà, una biscia attorno alla mela della tentazione, che sibila, ti ipnotizza, ti avvolge nelle spire delle sue parole scandalose, sinuose ed insinuanti, mi faceva sentire nudo, colpevole, lussurioso, irredimibile.

Una scrittura grondante di metafore, di similitudini, di rappresentazioni a scangio. In Bufalino le metafore non sono solo una figura retorica, sono anche una struttura concettuale che alimenta processi di identificazione, ed io cercavo identificazioni, cercavo definizioni.

“O quando tutte le notti – per pigrizia, per avarizia – ritornavo a sognare lo stesso sogno”

 Così comincia questo racconto. Come se stesse continuando un racconto iniziato prima. Ed in questa incongrua sottolineatura della categoria della pigrizia e dell’avarizia con riferimento al sogno si manifesta una strada nuova, mai battuta.

La vicenda che viene raccontata in questo romanzo d’esordio di un sessantenne (la diceria, la farfantaria) è una vicenda di trapasso, di scavalco, di un giovane che si sottrae alla morte e torna alla vita, insperata, con la sensazione sempre di non meritarsela.

Un romanzo di battaglia, di guerra, tra la vita e la morte. Pieno di schermaglie tra la vita e la morte. Con Eros e Thanatos uguali mentitori. Combattendo infine, e perdendo miseramente, contro la vigliaccheria getsemanica di cedere alla lusinga, obbedire alla natura, allontanare il calice.

“Ma era bello, nel frattempo, consentire all’evidenza del giorno, all’ingiunzione d’esistere che intonavano a gara ogni mattina i centomila galli della Conca d’Oro con quelle loro fanfare.”

Un romanzo siciliano, che di Sicilia parla, che la Sicilia racconta, anche in questa estrema spiaggia della vita. Che conosce il tormento della camola, come la chiamava mia nonna, camuliannusi continuamente.

Che della Sicilia conosce il caldo, spezia africana, quel sole infuocato che infuoca, una vera e propria rabbia di Dio oscena, offensiva, insensibile alla umana sofferenza.

“Comincia coi primi chiari dell’alba e si sentono attraverso il sonno i cani lamentarsi negli uliveti. Poi il sole sbocca dai tetti, grondante tuorlo, orrido mestruo del cielo. Il soffio che ne nasce non fa nemmeno sudare, ma stringe dentro un pugno il cuore, scaglia le rondini a rompersi contro la sciara, dovunque fa luminello, e le illude, un inesistente palpito d’acqua.”

Un romanzo di arroganza, di superbia, verso Dio. Le invettive religiose, la protervia di chiedere conto e ragione erano il mio mood del tempo. L’uso ironico, cinico e sferzante della liturgia, dei gesti e delle parole della fede (come avrei dopo scoperto anche nell’Ulisse di Joyce) mi consentiva identificazione con il mio risentimento verso l’impostore, l’anonimo lanciatore di dadi che si divertiva a scompaginarmi la vita.

Una vita che è solo un prestito, il cui tasso, l’onere di viverla, schiaccia ogni velleità di ripresa, da cui fuggire, a cui sfuggire.

“Abituarsi a guardare la vita come una cosa d’altri, rubata per scherzo, da restituire domani. Convincersi ché uno sbaraglio per temerari, che la precauzione suprema è morire…

La morte: un esilio? Un rimpatrio?”

Un pessimismo peggio che quello del recanatese. Egocentrismo della morte. Il perno doloroso, conficcato al cuore della vita, a cui riporta ogni pensiero, ogni desiderio. Della vita la Luce protagonista gloriosa, viscida ed insivosa dei nostri giorni e della nostra fine, fino al lutto. 

Eppure, con la colpevole sensazione che in fondo, guarire sia più difficile del morire.

Un romanzo di malattia. La malattia come croce per la redenzione, stimmate che elevano, distinguono dal gregge. La malattia come divisa da indossare, come paramento sacro rituale di un sacrificio sacerdotale.

Un romanzo dove la malattia confina in una condizione di isolamento, di invidia, di rancore per la vita che continua, tra atletici, puliti e immortali, che combattono una guerra immorale e senza regole per effimeri traguardi, mentre noi ci si consuma.

“È un tempo di ulcere e sfregi, collerico, tracotante; il tempo che nuoce di più a chi sente avvicinarsi la fine e vorrebbe muoversi nella penombra di decenti omertà, con un ordine nei suoi pensieri, e il sangue in pace, finalmente.”

Un romanzo di corpi, biologico, di umori, di fiotti, di viscere. Vischioso, umido, sanguinolento.

Una vicenda di amore tossico, nel senso di tossicologico, infetto, quindi impuro, delegittimato, ma ugualmente vivo, con i suoi pudori e i suoi disagi, con le sue maledizioni, con le sue premonizioni. Un amore che miseramente non riesce a non gioire della vita sua, di fronte e durante la mors di lei.

Questo profilo risalta rileggendolo in questa fase di pandemia, di peste, di epidemia, di infezione, di relazioni umane, fisiche difficili. Bufalino ci dice qualcosa di nuovo di premonitorio (ancora una volta) anche per questo mondo che non ha conosciuto.

Qualunque trapasso, qualunque scavalco (qualunque passaggio di malattia) non lascia tutto come prima. È un’illusione foriera di grave disillusione. Noi faremo bene a far nostra questa saggezza che Bufalino ci regala dal suo (nostro) passato.

Quando il protagonista ritorna per breve vacanza al suo paese, alla sua famiglia, ai suoi amici un sonoro schiaffo lo risveglia. Comincia con l’allarme di preda sorpresa, con il tremore insicuro del genitore non più ciclope, segue con le incomprensioni con gli amici. Apprende dolorosamente com’è difficile stare morti tra i vivi.

Un romanzo adolescente, fissato in una eterna adolescenza. L’adolescenza come malattia da cui guarisci o a cui soccombi. Dove ad un tratto compare anche il mio Catullo, geolocalizzato nella mia terra:

“O disgraziato Giufá rinsavisci ormai…”

Un romanzo di rinascita, dunque, di scampo, di salvazione, fortuita, immeritata, ma che ora occorrerà meritarsi.

Veni foras» mi ordinai nel pensiero. «Lazzaro, vieni fuori». E mi rituffai nell’aria di fuori, la sentii con riconoscenza aprirsi amica ad accogliermi, farmi posto dentro di sé, come la sabbia ad un corpo nudo.”

Meritarsela, raccontando quella farfantaria, quella diceria, di Marta, di Padre Vittorio, del Gran Magro, e di tutti i sommersi ed i salvati, a chi non ha avuto la ventura di viverne la musica, il rumore, il colore, l’odore di medicamento e di veleno.

Tutti i romanzi successivi hanno avuto lo stesso effetto, lo stesso impatto. L’ho vissuto come un maestro, come un padre. Quando per lavoro mi trasferì a Ragusa, nei primi giorni dei miei giri per la provincia, mi recai a Comiso e andai subito al cimitero monumentale. 

Chiesi al guardiano le indicazioni per la sua tomba. Mi rispose che non avrei avuto difficoltà, mi bastava seguire le file dei ragazzi che andavano a deporre un fiore, a raccogliere un pensiero. Mi raccontò che ogni giorno c’era sempre qualche ragazza o ragazzo che andava a raccogliersi davanti alla sua lapide e alla sua foto. 

E mancavano ancora tanti anni a questo centenario ancora in corso.

Un eterno adolescente, un adolescente centenario, tragico, greco, che ha dato parola, che ha consentito identificazione a tanti adolescenti, guariti o meno che siamo.

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4 pensieri su “Un adolescente vero lo è per sempre – Diceria Dell’Untore – l’esordio di un giovane centenario

  1. Bello. Bello il romanzo e bella la tua recensione. Io l’ho letto più tardi, non più adolescente, ma quello che mi ha incantato è stato proprio l’uso del linguaggio, una prosa così ricca di immagini da diventare poesia .
    Grazie .

  2. Complimenti per l’ acuta analisi di un romanzo, la cui vicenda si presenta quanto mai attuale e inquietante in questo momento pandemico. Certo, non può dirsi lettura semplice e spassionata, anzi, direi quasi funesto preludio di un dramma epocale, che nell’immaginario collettivo appare serpeggiare sempre più. I temi del resto della guerra, della malattia e della morte ci riportano al dramma esistenziale e mi ha colpito la tua definizione della vita come di un bene “in prestito”. Hai saputo cogliere i tratti salienti dello scritto, puntando su aspetti attuali, freudiani, sapientemente colti con il gusto di chi ha passione per la lettura e per la scrittura, scegliendo un autore con grandi doti espressive ,che sa fare un uso elegante e sapiente della parola senza cadere nell’artifizio, un autore unico nel suo genere per la complessità dei temi.
    Interessanti come sempre le tue riflessioni

    1. Ma ci si può salvare, e per meritarselo, occorre imparare a raccontare la propria (im)meritata salvazione. Così parlò Bufalino

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