Un ponte attraverso il tempo e l’età – La Divina Commedia raccontata ai bambini da Annamaria Piccione – Mondadori

Con il volgere degli anni, prima delle limitazioni da DPCM, mi prese una smania di rimpatriate. delle medie, del liceo, del condominio, del villaggio estivo. Dell’asilo no. Non foss’altro perché all’asilo non sono mai andato. Mia mamma diceva che avrei sofferto troppo (io?) la lontananza, e si sacrificava a tenermi con sé.

La mia smania di crescere mi portò comunque ad imparare a leggere da autodidatta negli anni che avrei dovuto occupare all’asilo. Avere una nonna che gestiva un’edicola era una ricchezza da sfruttare sin da subito.

Già prima dei quattro anni, fumetti, tanti fumetti. Corriere dei piccoli, Topolino, Pippo, Pluto e Paperino. Certo da autodidatta qualche imperfezione c’era come la mia incomprensione della lamentela di Paperino. Il nipote sfortunato di Paperone urlava spesso “Chissà perché capitano tutte a me!”. Non avendo imparato le malizie degli accenti mi scervellavo a cercare di capire chi fosse questo ufficiale, questo capìtano, a cui si rivolgeva Paperino per lamentarsi della sua sfortuna.

La mia meravigliosa mamma aveva fermato gli studi secondo le abitudini del suo tempo (e del suo genere). Ma la sua intelligenza frizzante reclamava di avere una forma più consona. Negli anni del mio asilo si iscrisse ad una scuola privata dal nome curiosissimo ENEIUS e studiò per ottenere il diploma magistrale. Potrei dire studiammo. Sempre per quella difficile spartenza dolorosa, mi portava con sé alle lezioni e mi teneva con sé quando studiava da sola o con le amiche conosciute in quella scuola e diventate amiche per la vita, come nella scuola vera.

Quindi i miei anni dell’asilo andavano dalla fotosintesi clorofilliana alla Gerusalemme (liberata e conquistata) del Tasso. La cosa che più mi appassionò però di quello “studio” era un libro verde scuro che raffigurava in copertina un uomo di mezza età con un importante nasone ed uno strano copricapo pendente. Si chiamava come l’olio di oliva della pubblicità, Alighieri, ed il libro era scritto con le parole al centro del foglio e qualche rara illustrazione. Era la Divina Commedia di Dante, ma non avevo alcuna consapevolezza della sua importanza. Inoltre la mia ignoranza del valore semantico degli accenti già rivelata, mi faceva leggere in modo buffissimo quei versi, e diventava motivo di palcoscenico per me davanti a mia mamma e le sue amiche.

Si sono stato un bimbo felice, come i Bimbi che davano il nome all’asilo a cui ero iscritto, ma che non frequentavo.

Anche la rimpatriata delle elementari mi è difficile. Ho cambiato tre volte scuola e non ho avuto, quindi, riferimenti univoci. Gli ultimi due anni però li passai con la maestra Moscuzza, a cui sono stato molto legato, e con molti dei compagni ritrovati alle medie (e, quindi, rimpatriatori seriali ritrovati).

Al liceo ho ritrovato come insegnante il figlio della maestra Moscuzza, e a lui devo la scoperta del maestro De André. Mi prestò “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. La rilettura di Edgar Lee Masters con Fernanda Pivano. La traduzione è spesso tradimento. Ma alcune volte, come in questo disco di De André, conferisce nuovo valore e permette la consegna del valore originale all’uditorio che l’avrebbe altrimenti sciupato  non cogliendolo attraverso lo schermo della lingua.

Al liceo risorse anche l’amore acerbo ed inconsapevole per Dante. Misi a posto gli accenti. Mi sembrò naturale indirizzare parecchie delle paghette accumulate nell’acquisto della Divina Commedia illustrata dal Dorè a fascicoli settimanali in edicola, e nel farla rilegare, colorata, patinata, elegante, ad arricchire la mia libreria.

La traduzione/consegna può realizzarsi anche all’interno della stessa lingua, quando tende a gettare un ponte sul tempo, o sul contesto, o attraverso l’età. Pensiamo all’Omero di Alessandro Baricco.

Pochi giorni fa è arrivato in libreria un volume prezioso. La Divina Commedia raccontata ai bambini, per la penna di una delle scrittrici più amate dai bambini di questo paese. Annamaria Piccione, gloria aretusea.

Nell’ambito delle commemorazioni dei settecento anni dalla morte di Dante, Piccione si cimenta con la traduzione/consegna dei versi del sommo poeta dal mondo adulto al mondo dei nostri bambini.

Ci riesce!

Le pagine e le parole scorrono veloci e fluide. Restituiscono alla generazione degli smartphone la passione politica, umana, gelosa, collerica e rancorosa del Dante dell’Inferno. Il bambino o la bambina che leggeranno queste pagine, ricaveranno l’imprinting del valore insito nel prendere una posizione, anche quando costa dolore, derisione, esilio.

C’è tanta Annamaria in questo Dante che non sa tacere, che distribuisce punizioni, che restituisce onore agli sconfitti.

In queste pagine la bambina o il bambino che le leggerà troverà anche il preavviso della fase dolorosa adolescente del Purgatorio. La fase in cui la dolcezza del sacrificio porterà al premio ambito (è solo questione di tempo). La fase in cui la memoria e la speranza saranno unite da un ponte fatto di fatica e di costruzione, e anche di ricostruzione. Quanta Annamaria c’è in questo Dante dallo sguardo indulgente verso la fase in cui la fiamma arde forte, ma sappiamo già che si spegnerà.

Infine l’approdo. Il Paradiso. La maturità consapevole. Il bambino o la bambina che leggerà queste ultime pagine troverà la rassicurazione circa l’esito di questo viaggio. La certezza che sarà valsa la pena di averlo percorso. Ancora una volta c’è tanta Annamaria in questo Dante che perdona e si rasserena e si soddisfa della sua visione matura, consapevole, che è costata tanta fatica, ma che oggi può essere rivelata ai bambini e alle bambine che avranno la fortuna di leggere queste pagine.

La scrittrice di settecento anni dopo si identifica con il Poeta medievale e riesce a tradurre/consegnare ai bambini digitali il cuore di quell’insegnamento, il sangue che scorre ancora in quelle vene, per mescolare ai bit, preziosi e contagiosi pensieri, di cui si ciberanno le donne e gli uomini di domani.

Solo in un profilo si ravvede un distacco tra la Piccione e l’Alighieri. Nella sottile ironia con cui sottolinea con le sue parole bambine la svenevolezza di questo Dante, che sviene, cade, perde i sensi, viene sopraffatto da eventi ed emozioni.

Ma non è soltanto la penna della Piccione a occuparsi del recapito ai nostri bambini del valore della Commedia. Anche il pennarello di Francisc Rovira offre la sua logistica distributiva a questa operazione e ne completa l’opera.

Il Dante nasone, spaurito Cappuccetto Rosso, tra le plaghe dei cerchi e delle bolge si insinua irresistibile nella nostra mente, già in decomposizione. Possiamo solo immaginare quanto fecondo possa essere in una mente in formazione, abbagliata dall’alta definizione, dal numero di pixel esponenzialmente crescente, questo tratto accennato, questa evanescenza colorata tenuemente, le braccia tese dei dannati, il movimento dei cieli, lo stupore degli sguardi, il candore della genuina passione di Dante, di Annamaria e di Francisc.

La lettura avida di questo libro che mi ha occupato il pomeriggio domenicale ha avuto per me il sapore di una metarimpatriata, una rimpatriata con tanti me stesso. 

Con l’uomo maturo genitore di figli già grandi, che pensa ai futuri nipoti e alla loro fortuna di trovare uno strumento simile per avvicinarsi al genio, senza scottarsi.

Con il liceale che amava riscrivere in prosa i classici, che scopriva nuovi classici (che della traduzione avevano fatto arte come De André) e riscopriva vecchi classici, raccogliendo fascicoli da rilegare.

Con il bambino che, ingenuo e privo di alcuna sovrastruttura, affrontava i versi del sommo Poeta che raccontava di Barbariccia e della sua scurrile trombetta. Che ricchezza sarebbe stata per quel bambino avere sul finire degli anni sessanta questo libro per le mani!

Una sola domanda serpeggia infine:  Dopo che ho osato l’inosabile, scrivendo questo post, il mio ardire, a quale cerchio, a quale bolgia, a quale cielo mi destinerà ?

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