Alfredino, e niente fu come prima

Nel settembre del 1980, senza che avessimo colto alcun preavviso, mio padre morì.

Non avevo ancora 15 anni, e non avevo ancora il motorino, il sogno di tutti i miei coetanei, me compreso, ovviamente.

Nei giorni, nelle settimane e nei mesi che seguirono, andavo scoprendo tante cose che ignoravo.

Ignoravo ad esempio che i miei genitori non erano davvero concordi nel ritenere improcedibile la pratica dell’acquisto del motorino, come mi avevano raccontato. Alla irredimibile ostilità di mia mamma, si contrapponeva con diplomatica strategia di medio periodo, il lavorio ai fianchi di mio papà, che avrebbe voluto rendermi più indipendente.

Il tempo non gli consentì di vincere.

Almeno credevo.

Infatti nel maggio 1981, ancora senza alcun preavviso o annuncio, arrivò un assegno a casa, mandato dalla cassa di assistenza cui era iscritto mio padre, a rimborso di alcune spese legate al fatale evento, dell’importo straordinariamente coincidente con il prezzo del desideratissimo Piaggio Sì, blu, ruote in lega e sellino lungo (senza variatore però).

Non fu la prima e non fu l’ultima coincidenza “magica” cui ci siamo attaccati mamma ed io, per non sentire piena l’assenza.

Per mio sommo piacere, questa coincidenza “magica” indusse mia mamma a cedere le armi e tributare l’onore della vittoria alla strategia di medio periodo e ultradimensionale di mio papà. Il 6 giugno 1981 andammo a ritirare il fiammante Piaggio Sì blu. Iniziava la mia carriera di ciclomotoscooterista che ancora esercito.

I primi giorni di circolazione con il motorino fui prudentissimo. Valutavo con massima attenzione il prevedibile e l’imprevedibile, andavo pianissimo.

Questa circospezione ed attenzione mi fu di enorme aiuto nel pomeriggio di qualche giorno dopo, meno di una settimana dall’acquisto.

Mi trovavo in via del Colle Temenite, una scalena via cittadina, piena di vetrine, piccola e stretta, che sarebbe meglio lasciare sempre al traffico pedonale.

D’un tratto in mezzo alla strada sbucò un bambino di circa 5 anni, leggermente arruffato ed in canottiera e pantaloncini, che mi passò davanti senza avermi visto. Lo evitai cadendo, facendomi molto male al braccio destro. Il bambino però si spaventò, perse l’equilibrio e cadde proprio davanti a me. Invano cercai di fermarlo e chiedergli se si fosse fatto male, se avesse bisogno di qualcosa, ma lui sfrecciò via come era arrivato. Dalla corsa che fece ebbi la certezza che almeno lui non si era fatto nulla.

Arrivato a casa, nascondendo a mia mamma l’accaduto ed il gonfiore dolorante del braccio, Vidi in televisione la foto di un bambino, leggermente arruffato ed in canottiera e pantaloncini, che somigliava impressionantemente al bambino che avevo quasi investito. Ne rimasi fortemente colpito. Mi sistemai a vedere la diretta tv dei tentativi di salvataggio di quel bambino caduto in un pozzo a Vermicino, e, confondendo il mio dolore e la mia paura con la tensione collettiva del Paese, e confondendo quasi allucinato Alfredino e lo sconosciuto bambino del pomeriggio, rimasi incollato alla tv fino al tragico epilogo, senza alcuna interruzione, neanche per dormire.

La tragica vicenda di Alfredino giocò un ruolo di svolta per molte cose di questo paese e non solo.

La ricostruzione che Sky ci ha offerto quarant’anni dopo è molto fedele e ci consente di analizzarne alcuni aspetti dirompenti (disruptive, diremmo oggi).

Quaranta anni fa non c’erano i social e, quindi, per vivere un evento in diretta occorreva essere fisicamente sul posto (o al massimo seguirlo in tv). Rivedere quelle scene con moltitudini di curiosi, di avvoltoi, di voyeur del dolore, pronti solo a cogliere ogni gemito, ogni lamento, come feroci spettatori delle arene romane gladiatorie, ci mostra plasticamente quella tendenza perversa, bensì umana, che indugia, che spia il dolore altrui. Pronto ad impartire lezioncine, a sottolineare l’insufficienza della quantità di dolore mostrato, a concludere che c’è qualcosa di strano. Quella mamma perché non piange, dov’è il padre, perché si vede così poco.

Oggi pensiamo che queste crudeltà siano solo frutto dell’imperversare dei social. La fiction di Sky, raccontandoci Vermicino, ci ricorda che la dinamica preesiste, che con i social cambia solo lo strumento, se ne moltiplica l’effetto (ma almeno non si intralciano i soccorsi).

Quaranta anni fa non c’erano i canali all news, con le dirette sugli eventi fin dentro alle remote stanze e senza alcuna soluzione di continuità. Non c’erano ancora le Maratone Mentana. La vicenda di Vermicino fu il primo test di una diretta no stop. Sessanta ore di diretta. Neanche l’allunaggio aveva meritato tale durata in diretta.

Nel 1989, il massmediologo Carlo Sartori, nel suo libro “La Grande Sorella. Il mondo cambiato dalla televisione” indicò proprio nella diretta da Vermicino, la puntata zero di questo reality continuo che ancora nel 1989 si poteva solo preconizzare. Fu un modello, un esempio che tutto il mondo imparò e seguì.

Non mi nascondo che oggi so che in quel giugno 1981 tante situazioni politiche ed economiche, nazionali ed internazionali, cercavano qualcosa che li mettesse in ombra. Ma con Sartori credo che sia solo stata l’emozione e la voglia di testare le nuove tecnologie, e la inespressa intima convinzione che il bambino sarebbe stato salvato e la diretta di poche ore verso il sorriso, sfuggì di mano a tutti e si trasformò in una lunga agonia verso la morte, il pianto ed il lutto.

Ma questa presunzione di innocenza che possiamo riconoscere alla Rai ed ai giornalisti del giugno 1981, non la possiamo riconoscere a chi dopo, negli eventi successivi, ben conoscendo rischi e potenzialità del mezzo e della situazione, abbia lasciato libero campo all’oscenità del dolore, per audience, per successo e popolarità.

Quaranta anni fa non esisteva la Protezione Civile. Non esisteva la prevenzione. Non esisteva la preparazione specifica. Non esisteva il coordinamento di mezzi, risorse e persone.

Tutto questo si è rivisto nella fiction Sky. Tutto il senso di colpa di uno Stato che non ha saputo organizzare mezzi e risorse, muovendosi scoordinato, sbagliando e rimediando ancora peggio.

Questo forse è l’unico cambiamento in meglio che si deve a questa vicenda, che si deve alla forza indomita di Franca Rampi e a tutti quelli che seppero coglierne lo spunto, a partire dal Presidente Pertini.

Una domanda ci sovviene in conclusione. Quell’evento televisivo è RAI, pienamente RAI. Perché la fiction quaranta anni dopo riesce a farla solo un altro operatore televisivo? 

Un operatore straniero che ha sviluppato una qualità delle fiction prodotte o solo distribuite, di gran lunga superiore, ma non memore, non testimone, non protagonista di quella vicenda televisiva che cambiò il mondo?

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

1 pensiero su “Alfredino, e niente fu come prima

  1. Sempre meraviglioso leggerti, riesci a far riaffiorare atmosfere colori sogni❤️

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *