Desideri di Inverno – Malinverno di Domenico Dara – Feltrinelli

Quando polemizzavo su Facebook intorno al caso editoriale di marca francese “Cambiare l’acqua ai fiori” con la indimenticabile Violette, guardiana di cimitero, c’era sempre qualcuno che mi diceva di leggere “Malinverno“, il romanzo di Domenico Dara con il protagonista bibliotecario e guardiano di cimitero, appunto.

Pur avendolo aggiunto quasi subito alla lista dei libri da leggere, trovavo sempre una scusa per rimandare.

All’approssimarsi di questa estate, affaticato dal gran caldo, in cerca del rigore di una stagione diversa, ho preso il libro e mi sono tuffato nella vicenda di Astolfo Malinverno.

Il caldo africano di queste giornate appesantisce e rallenta, rende ogni gesto faticoso, ogni pensiero riluttante, una gran pigrizia si impadronisce di noi.

Questo romanzo è ricco di spunti, anche troppi.

Si sviluppa una curiosa numerologia, affidando ai numeri le chiavi del rapporto tra vita e morte.

Zoppo è il protagonista, tanti i segnati di queste vicende, nel corpo o nell’anima (Cave!).

Oltre gli zoppi veri e figurati, ci sono molti doppi (veri o figurati). Smarriti, ritrovati, fotografati e lapidati (ovviamente nel senso di foto sulla lapide – siamo o non siamo dentro un cimitero).

A Timpamara, paese di libri, di fogli e di pagine proprio, dove tutti hanno nomi curiosi, estratti dalle avventure libresche come nella Mancia dell’Hidalgo impazzito dietro i mulini a vento, si realizza questo curioso connubio, in cui nella stessa persona trova spazio la cura dei libri e la cura dei loculi.

Astolfo salva i libri e le tombe dall’oblio. Con la sua corte di comprimari alterna il chiuso delle stanze polverose della biblioteca cittadina e gli ariosi, colorati e profumati viali del cimitero.
La sua mente sciancata, come le sue gambe, lo porta a confondere le due realtà, fino ad innamorarsi di una Emma Bovary, lapidata (come sopra, ovviamente) ed ignota, quasi, a tutti.

La vicenda si aggroviglia, con agnizioni e sorprese, in cerca delle parti mancanti, e cercando di liberarsi delle parti in più.

Più volte si cerca un varco, un passaggio, una voce, che possa ridare un senso alla confusione.

Un epilogo simil funerario, accentato di versi libreschi, chiude sorprendentemente la sarabanda.

Ci sono libri che richiedono un lettore attivo, che si sforzi di cercare tra le righe, di andare oltre il detto e lo scritto, per trovarsi in bocca quel sapore tanto atteso, quel profumo soprannaturale.

Ce ne sono altri che sovrastano il lettore, che, pigramente, si posiziona nel mezzo della girandola e aspetta che eventi, vicende, sorprese lo vengano a cogliere, a smuovere, senza sudarsi la ricompensa.

Malinverno è il libro adatto al lettore pigro, affaticato da questo gran caldo africano. Il lettore, come Titiro, si può posizionare “patulae, recubans sub tegmine fagi” e assistere al caleidoscopio inarrestabile.

Ma le emozioni?

Questo libro è talmente rutilante e rumoroso, indugia nel cimiteriale, non nel senso del romantico funereo, ma della materialità quotidiana che l’igiene pubblica richiede, da farmi riprovare solo una emozione: quella di Michele Apicella (Nanni Moretti), che, in attesa dell’alba che li sorprenderà alle spalle, dopo aver ascoltato Mirko (Fabio Traversa) raccontare doviziosamente e disgustosamente della similitudine tra il bancone dei sandwich e la cassa da morto di sua nonna, e di come la notte scenda gialliccia, grassa e batterica, esala il suo arcinoto:

“Per cortesia, basta. Basta.”

Ecce Bombo, Moretti, 1978
Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *