L’importanza dello zio – Io non ci volevo venire di Roberto Alajmo – Sellerio

I miei amici del Nord non lo capivano. 

Quando cercavo di spiegare l’articolazione della mia famiglia si sorprendevano sempre del gran numero di zii e cugini.

Non capivano perché alcuni che erano cugini, di grado a volte assottigliatissimo, venissero promossi a zii.

Ancor meno si raccapezzavano quando ad assurgere al rango di zii erano amici dei miei genitori, tanto amici da affratellarsi.

Non capivano l’importanza di questi zii, che ruolo giocassero, che senso avessero.

Sciascia aveva dedicato alcuni racconti agli Zii di Sicilia, che con la fiammante copertina rossa Einaudi iniziava la serie completa nella libreria di mio papà.

Ma quegli zii non mi erano utili per spiegare loro il peso dello zio nella vita di ogni ragazzo meridionale del novecento.

Gli zii di Sciascia sono come le nuvole di De André. Sono i filtri, a cui siamo comunque affettivamente legati, che ci impediscono di vedere il mondo nella sua interezza, di respirarne l’aria, di aspirarne il profumo.

Nel nuovo racconto di Roberto Alajmo, Io Non Ci Volevo Venire, un ruolo determinante sugli avvenimenti della vicenda lo gioca uno zio, lo Zzu, così senza nome, non serve.

Lo Zzu atterra e suscita, dispone di uomini e cose, dal trono del suo bar, governa come un Imam la comunità.

Una mafia un po’ macchiettistica, tanto da dimostrarsi alla fine superata, vecchia, incapace di vedere i cambiamenti del suo mondo, anche se ancora intimidatoria.

L’altro protagonista è Giova’, esemplare perfetto di pusillanime, nascosto dietro le gonne della mamma, a qualunque età.

Giova’ viene dallo Zzu irrevocabilmente investito del ruolo di investigatore, a cui si approccia con animo riluttante (come ha detto l’autore in un’intervista). Ma l’aggettivo che meglio descrive la sua investigazione è renitente. La sua cifra comportamentale è sottrarsi.

La vicenda che ne segue è l’occasione per illustrarci un gineceo di staff investigativo, che si affianca, meglio, si sostituisce al renitente Giova’.

Quante zie ho rivisto nei personaggi femminili di questa vicenda.

Le tecniche investigative di mamma Antonietta mi hanno riportato alla mente le abilità conversazionali di mia nonna, per tanti la Zia Turuzza, quando dal suo scranno del negozio nel cuore del paese voleva scoprire qualcosa, e ci riusciva immancabilmente.

C’era anche una carissima amica di mia mamma, una zia appunto, Pierina, che mi affascinava per la sua capacità di agganciare chiunque per strada e legarla a se di eterna amicizia (come aveva fatto con mia mamma). Cominciava sempre così: “Biih sta signora mi pari di canuscilla”. Poi dalle sue risposte ricavava sempre un qualche legame che superava i sei gradi di separazione e che rendeva inevitabile diventare amiche.

Queste donne di Sicilia hanno una marcia in più, hanno sviluppato codici, simboli, comportamenti che consentono loro di superare barriere e muri.

Sono inclusive, sono accoglienti, sono capaci di risolvere anche qualunque omicidio irrisolto, sono capaci di inseguire e dire la Virità (come declina al femminile singolare nel suo libro Giusy Sciacca).

Anche se qualcuno esagera:

“La signorina Giusi e le persone come la signorina Giusi se vedono che qualcuno è ingrassato, glielo devono dire. Glielo devono dire per forza. È un istinto invincibile che le porta a dire tutto quello che passa per la testa. Tutto, ma soprattutto le cose sgradevoli. Oppure, forse, sono soprattutto cose sgradevoli che passano per la testa delle persone come la signorina Giusi: e loro devono dirle. Per la signorina Giusi non esiste nemmeno l’ipotesi di tacere per tatto, circostanze o amor di quieto vivere. Considera la semplice ipotesi come una forma di autocensura inaccettabile per principio. La signorina Giusi non concepisce la vasta gamma di motivazioni che possono indurre una persona a tenere la bocca chiusa, motivazioni comprese fra non rendersi inutilmente odiosi e non sprecare fiato.”

La vicenda si svolge a Partanna (Mondello).

Sin dai tempi dei primi romanzi di Santo Piazzese ci siamo abituati all’automatismo dei palermitani che la sera, annacandosi in macchina, finiscono per svoltare verso Mondello.

Il luogo di questa storia è il ridosso antimondano dell’approdo marittimo dei palermitani in macchina.

Una parte di Palermo speciale, dove ancora tante evoluzioni non si sono verificate.

L’autore di questo libro ci ha già dato l’immagine di Palermo complessa e stratificata come una cipolla.  Qui ce ne offre uno spaccato minore, ma emblematico, dove il sopruso è ancora norma riconosciuta.

Palermo diventa ancora set di vite esemplari, di vite scoperte. 

Palermo è la Mondello delle Sorelle Macaluso di Emma Dante.

Palermo è la Bagheria dei celesti di Anna di Ammanniti.

Palermo è ancora la città della Mafia?

Già Savatteri ci aveva rivelato che Non c’è più la Sicilia di una volta.

Ora Roberto Alajmo, il codificatore dell’arte di annacarsi quale cifra di una popolazione, in questo libro, ci mostra, come dicevamo, un boss decadente, se non decaduto. Uno zio che non controlla più la sua famiglia, che gli sfugge il controllo del territorio.
Che fa ancora paura, ma a cui si può anche pensare di sottrarsi. Con cui ci si può provare a prendere la rivincita di tante umiliazioni cucite, marchiate sulla pelle.

Anche quando sei pusillanime, anche quando sei stato educato ad abbassare la testa, a subire, a ubbidire.

Perché dopo tante umiliazioni forse si sente il bruciore dell’ultima.

Perché anche dal confronto con un padre silente (in molti sensi) si può trovare quella forza di sottrarsi, di liberarsi.

“Mentre si lascia alle spalle il bar Cristallo e la sua clientela, continua a pensare a tutte le volte in cui da piccolo, prima durante e dopo le partite, e anche a scuola, gli toccava subire umiliazioni del genere. Sulla base dell’assuefazione non dovrebbe nemmeno farci caso. E invece gli brucia. Gli brucia molto. Gli brucia al punto che sente le lacrime formarsi proprio dietro la radice del naso, pronte a sgorgare. Le trattiene solo perché non capisce il motivo, di queste lacrime. Da bambino aveva imparato a prevenirle, e il trucco di passare dalla parte dei suoi aguzzini funzionava quasi sempre come scarico delle umiliazioni.

Poi finalmente realizza cosa è cambiato: rispetto ad allora, adesso è un uomo di mezz’età, anzi oltre. E non è la stessa cosa.

Non è per niente la stessa cosa.”

No. Non ci sono più gli zii (e i nipoti) di una volta.

Ah, zio, zio, com’è, com’è

spiega la vita, spiega perché

ah, zio, zio com’è, com’è

spiegami tutto, spiega cos´è

e intanto tutto si srotola

come di un film la pellicola

Ah! Zio, zio!

Lo Zio – Paolo Conte

Qui il link alla canzone di Paolo Conte.

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