Vitti ‘na crozza, supra nu cannuni – Il diavolo sulla quarta corda di Giovanna Strano – Massimo Soncini Editore

Uno dei canti più tradizionali, più emblematici e più controversi della storia della musica popolare siciliana è proprio vitti ‘na crozza.

Un canto doloroso, una nenia lamento, densa di riflessioni escatologiche, culmine di saggezza ed esperienza popolare, sulla vita e sulla morte.

Il teschio (la crozza) che amleticamente sta su di un cannone, inteso in alcune lezioni come residuato bellico, traccia della stoltezza umana che fa prevalere la morte sulla vita. In altre lezioni inteso come ammasso di roccia, solido altare su cui poggiare questo teschio che risponde ai nostri interrogativi, alle nostre curiosità (fui curìusu e ci vosi spiari).

In epoca successiva alla genesi di questo straziante canto notturno e lunare fu aggiunto un improbabile riff tarantellato proto rap per dargli una sapore più marcatamente folcloristico (lalallaleru lalleru lalleru lalleru lalleru lalleru lallà).

Anche con questo post it stonato appiccicato sopra rimane una profondissima esperienza di riflessione.

La musica è il linguaggio che trattiene la tradizione nel tempo e le consente di attraversare i secoli e le generazioni.

Nella nostra tradizione musicale nazionale da quasi due secoli arriva fino a noi una sovrumana capacità, una sovrumana perizia, una sovrumana estrazione di note dalle corde di un violino, il mito del violinista più virtuoso per antonomasia, Nicolò Paganini.

A Paganini è dedicato il libro di Giovanna Strano, Il diavolo sulla quarta corda, edito da Massimo Soncini.

Giovanna Strano, dirigente scolastico del prestigioso Istituto d’arte Gagini di Siracusa, non è nuova alla fatica di raccontare vite e opere di artisti.

Ha un taglio molto personale nel racconto della passione, della irredimibile necessità di vivere e rappresentare la propria arte, della ineluttabile responsabilità dell’artista nei confronti del mondo a cui è obbligato a restituire i frutti del talento ricevuto in dono.

Per raccontare di Paganini, Strano comincia proprio dallo strumento. Il violino personale di Paganini, come se lo strumento già da solo compia metà dell’opera mitologica.

Il violino di Paganini è un Guarneri del Gesù. La sua foggia è particolare, presenta ispessimenti non canonici, registrerà sul suo “corpo” i segni dell’utilizzo, a volte non ortodosso, che Paganini ne fece.

Giovanna Strano ce ne racconta la genesi, fin dalla scarpinata notturna dedicata alla selezione del legno giusto, della procedura di invecchiamento, della costruzione vera e propria del violino, che verrà chiamato Cannone.

Quando dopo eventi fortuiti e vicende varie il violino arriverà nelle mani di Paganini, il percorso del miracolo sarà compiuto.

Il Paganini raccontato da Strano è un artista tumultuoso, appassionato, istintivo, abile certo, ma, soprattutto, ispirato da una forza spaventosa e sovrannaturale.

Ma ciò che lo spingeva maggiormente ad aprirsi al pubblico, attraverso la musica, era una spinta intima che non riusciva a fermare. Che non voleva fermare.
Aveva la portata del mare, di un’onda tumultuosa.
Era come il suo cuore che batteva al di fuori della propria volontà. Poteva fermarlo?
No. Il battito del cuore, il respiro e la musica erano imperituri.
Di tutti questi elementi si sarebbe arrestato ciò che era terreno.
Ma la musica no, era celeste, impalpabile. Perpetua.

Un riflesso di questa forza passionale Strano lo rivolge verso una immagine erotica di Paganini. Non bello, anzi, spesso paragonato ad un pipistrello, per l’altezza e la forma delle spalle, e per il nero corvino profondo dei suoi capelli, svolazzanti come ali al suono della sua musica.

Eppure un Casanova, un amatore instancabile, dotato di straordinaria tecnica anche nell’ars amatoria. Croce e delizia di tante donne, di diverso lignaggio.

Delia detta Dida, Eleonora la voce cantante genuina e popolare, Elisa e Paolina Bonaparte.

In ogni letto Sturm und Drang.

Paganini di Giovanna Strano però nonostante queste fatiche amatorie, non trova quiete, non trova pace, non trova amore. Quella spinta irreversibile lo porta alla supremazia della musica, delle opportunità di successo e diffusione della sua musica.

Forse Eleonora sarebbe stata questa pace, questa quiete, a lei infatti ripensa alla fine della sua vita, a lei lega materialmente il ricordo del suo testamento. Ma la musica ha imposto la sua disciplina, ha condizionato fortemente la sua vita e il resto è rimasto nell’ombra.

L’autrice per sottolineare questo trasporto verso Eleonora, per renderne la misura drammaticamente diversa, si spinge alla creazione di alcuni versi per la Sonata n. 6, ad Eleonora dedicata, Se la rosa, alla cui delicatezza, alla cui profondità vi rimandiamo.

Il racconto delle evoluzioni musicali di Paganini è davvero dettagliato e appassionato. Strano riesce anche a farci comprendere alcuni stratagemmi, alcune stranezze ardite, che hanno reso unica ed inconfondibile la musica e la tecnica di Paganini.

Paganini per tutta la vita convisse con la maldicenza che lo voleva figlio del diavolo, animato dalle streghe. Per tutta la vita Paganini fece spallucce a queste rozze considerazioni, frutto della meraviglia incredula dei suoi ascoltatori, oppure ci ironizzò sopra, ma non fu possibile ignorarle. D’altronde da bambino era sfuggito alla morte. Dalla morte era ritornato alla vita, come ci racconta bene Giovanna Strano.

Un dubbio ci rimane dopo la lettura di questo esaustivo romanzo.

Strano ci racconta spesso di Paganini e dei suoi contatti con i musicisti coevi. Non ci racconta di contatti con Bellini, anche se il calendario avrebbe consentito una reciproca conoscenza.

Un peccato non saperne di più.

Forse ci avrebbe offerto una ulteriore suggestiva interpretazione dei versi di vitti ‘na crozza.

Bellini con la sua musica aveva marchiato il piatto di pasta più tradizionale dell’isola.

Altrettanto certamente conosceva la nenia popolare, e se avesse avuto modo di confrontarsi con Paganini ed il suo violino, il suo cannone, chissà che non avrebbe marchiato, identificato, con il magico ed indiavolato violino Guarneri del Gesù, il cannone della canzone.

Così oggi potremmo immaginarci la crozza (il teschio) sul violino, a farci da monito sulla risolutezza dell’arte nella risposta agli enigmi filosofici della vita e della morte.

L’arte di un musicista che appunto era passato dalla vita alla morte, e viceversa, e ne aveva riportato una esasperata sensibilità musicale ed una diabolica perizia tecnica, capace di risuonare anche solo con due corde, anche solo con la quarta corda.

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