Non lo so se il sistema di comunicazione che tiene legate due isole oltre il mare che le allontana può avere qualcosa a che fare con le leggi della geofisica che tengono legati due corpi celesti uno satellite dell’altro.
So però che se Erika, la mia corrispondente da Iglesias per libri e cultura, recensisce un libro oppure, addirittura, me lo segnala, non c’è forza gravitazionale che può impedirmi di leggerlo.
Così è avvenuto per questa opera prima di Emanuele Bosso che Mondadori ha portato sugli scaffali delle librerie, Satelliti.

Emanuele Bosso, napoletano del 1992, è stato libraio Feltrinelli, scrive di libri per Treccani, conduce un podcast di conversazioni letterarie intitolato Il passeggero e da anni è un punto di riferimento per una larga comunità di lettori, fra social, gruppi di lettura e rassegne.
Con questo romanzo si cimenta in prima persona nel raccontare una storia. E che storia!
Diciamo subito che questa recensione se vi apparirà a volte reticente o eccessivamente prudente è proprio perché il congegno narrativo di questa storia va assaporato pagina dopo pagina senza anticipazioni. Il lettore deve arrivare con il tempo giusto alle varie giravolte della storia, senza perdersi nemmeno un granello della polvere che si solleverà.
I protagonisti sono Filippo e Tommaso, due studenti liceali di Fassiano, uno sperdutissimo borgo provinciale, ai bordi di un bosco in montagna. Tommaso vi è nato e rimasto sempre. Filippo, vi arriva dopo una prima fase vissuta a Roma: il padre ha abbandonato la famiglia e Filippo segue la mamma che torna a vivere dalla nonna materna nel paesino.
Un classico. L’adolescente “alieno” che piomba dentro un microcosmo ristrettissimo e si confronta con tutti i limiti del caso. Gli altri ragazzi che compiranno una traiettoria curva dal rifiuto all’integrazione. Libri, film, serie tv, hanno trattato questo luogo narrativo in varie forme e modalità.
Emanuele Bosso prova a personalizzare questa vicenda introducendo molti elementi caratterizzanti nella narrazione.
Innanzitutto, il contesto, le case, gli oggetti, le cose. Pur essendo nato dopo il tempo in cui si svolge la prima parte della vicenda (il 1985), rivela una cura maniacale, nella disposizione degli oggetti intorno ai personaggi. La Panda, la Fiat 126 rossa, le banconote da cinquantamila lire, Mina sul giradischi, Gianna Nannini nell’autoradio, la leva a Taranto, Arnold Jackson nel telefilm e persino il televisore venduto al mercato dal padre di Tommaso non scivolano mai nel kitsch dell’amarcord. Gli oggetti lavorano, non fanno da cornice: si tratta di creare una colonna sonora, di sviluppare ascolto e ricerca, non di nostalgia, che è la sola maniera onesta di raccontare un tempo che non si è vissuto.
Un’altra cosa funziona, e funziona molto: il luogo. Fassiano è un paese «sbalzato fuori dalla linea del tempo», visto da lontano come un agglomerato di stelle e da vicino come un reticolo di vicoli in cui le case si stringono, dice il prologo, «come se volessero proteggere la piazza, o soffocarla». La neve cancella e riscrive i confini a suo piacimento; il bar è l’unico luogo pubblico; la linea ferroviaria dismessa si interrompe nel vuoto, tagliata di netto; l’autobus per il liceo di Tanari scandisce tre volte al giorno l’unica possibilità di fuga. È una geografia minuta e ostinata, in cui tutto si sa e niente si dice.
I due si incontrano su una scala. Una sera Filippo, in cerca di una bottiglia di vino per la nonna, esce da una stanza ricavata in fondo alla casa e si trova davanti un ragazzo accovacciato, con il viso pesto, che lo supplica di non dirlo a nessuno. È la «stanza sul retro», dodici gradini e una ringhiera gialla, un locale che nessuno chiama cantina perché non lo è, e che non compare nemmeno sulle carte catastali, il disegno della casa si ferma prima, il paese finisce lì e poi comincia il bosco. Ufficialmente quella stanza non esiste. Eppure, contiene buona parte della storia, ne è il centro, il «posto nel mondo» dei due ragazzi.
Anche questa soluzione di un luogo nel luogo, di fatto inesistente, rende questa storia ancora più intrigante.
La provincia italiana degli anni Ottanta è una scelta artistica e insieme storica. Contiene una storia in cui il desiderio fra due ragazzi non ha nome né lessico, e nella quale persino il narratore che racconta dopo vent’anni, con tutto il tempo per trovare le parole, preferisce sfiorare invece di dichiarare. Si resta, a lettura finita, con la sensazione di aver visto un amore senza che nessuno lo abbia mai pronunciato, il che è un tipo di realismo molto più esatto di tante pagine di confessione.
Il romanzo non nomina mai, per intero, la natura del legame fra Filippo e Tommaso. Lo racconta attraverso i gesti: i piedi ghiacciati di Tommaso immersi in una bacinella d’acqua calda dopo la notte di Capodanno, in una scena che ha qualcosa di vagamente evangelico; la polaroid scattata in due sulle scale, l’unica fotografia che li ritragga insieme; la mano sugli occhi; il bacio, brusco e disperato, dopo il quale Tommaso, il mattino seguente, pronuncia la formula che regge tutto il libro: non è successo niente, non parliamone più. E non ne parlano più, per sedici anni. Il segno, a sorpresa, non è l’imbarazzo: è la prudenza con cui Tommaso comincia a misurare i propri gesti, come se il corpo potesse tradirlo prima delle parole.

Intorno ai due satelliti del romanzo, lungo una sua orbita che alternativamente crea e assorbe spazio, si muove una terza figura molto sorprendente, Rebecca. È la ragazza dai capelli rossi che sistema i tavolini del bar del padre, destinata a ereditarlo malgrado il paese pensi che un locale senza figli maschi sia una sventura.
Un personaggio che acquista pagina dopo pagina sempre più lucidità, fino a diventare cruciale e formare il punto di attrazione delle orbite dei due satelliti (scusate ma non posso dirvi di più…).
Intorno alle orbite di questi giovani ruotano anche le famiglie. Ci sono dei padri, delle madri. Bosso dipinge un quadro con punti focali di attrazione che influenzano gli sviluppi e i movimenti dei corpi celesti più giovani.
I padri brillano negativamente. Uno per assenza, l’altro per violenza. Le dinamiche dei due satelliti sono fortemente influenzate da questi padri. Le madri specularmente svolgono una funzione opposta: assente la mamma di Tommaso, definitivamente purtroppo; doppiamente presente nel caso di Filippo, visto che la funzione materna è raddoppiata dalla nonna.
Un cenno a parte merita la dinamica orbitale tra la mamma e la nonna di Filippo. Una vera e propria danza selvaggia di silenzi e indifferenza che si modifica nel tempo, evolve e cresce. Dopo anni di silenzio e di rancore, si trovano costrette a nuovamente convivere. Bosso ne racconta l’evoluzione proprio descrivendo gesti anche minuti, espressioni del volto, emozioni trattenute. Sara e Sandra, madre e figlia, occupano per anni la stessa cucina senza dirsi nulla, e quando Filippo torna dalla leva le ritrova mutate: ora si passano i piatti prima ancora di chiederseli, con una coreografia di gesti che non è affetto, ma ne è l’anticamera, una tregua. Una coreografia che ricorda la danza dei lenzuoli di Anna Mallamo. Nonna Sandra, soprattutto, è un piccolo capolavoro di scrittura sottrattiva: sempre al limite dell’ostilità, con una vita intera passata a tenere ferme le cose.
Il romanzo arriva fino al 2006, con una struttura orbitante intorno ai fatti della storia. Il 2006, infatti, prende come titolo Apogeo. Chi ha un minimo di dimestichezza con l’astronomia sa che l’apogeo è il punto in cui un corpo in orbita raggiunge la massima distanza da ciò che lo attrae: titolo, dunque, tutt’altro che decorativo, perché la seconda parte racconta appunto il momento in cui i due satelliti, ormai lontanissimi, sono ancora e soltanto l’uno il fuoco dell’altro.
In conclusione, Bosso ha scritto una storia d’amore e di colpa in cui non si parla d’amore e la colpa non si confessa, e ha avuto il buon gusto di lasciare la parola agli oggetti: un giradischi, una polaroid, una chiave, un portaocchiali sotto un faggio. Pavese diceva che un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene; il suo Anguilla tornava e trovava i falò. Il Filippo di Bosso ne ha uno solo, “la stanza sul retro” in fondo a dodici gradini, che nessuna mappa riconosce. E per tutta la vita orbiterà intorno a quella posizione non censita.
Ora, finalmente, anch’io posso dirottare la mia orbita e andare sull’altra isola comunicante, a Iglesias per leggere la recensione della mia amica Erika, che con il suo Argo Circolo Letterario contribuisce a sostenere l’orbita di Iglesias verso il podio della Capitale Italiana del Libro 2027.
Anzi se volete leggerla anche voi ve ne lascio il link (tù is meglio che uan)
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