Da quando esiste il cinema il dibattito se sia meglio il film o il libro da cui è tratto ha riempito pagine, schermi, display, social, e chiacchiere.
Famiglie, amicizie secolari, amori indissolubili, hanno rischiato la rottura definitiva per tenere il punto sul dibattito meglio il libro o il film.
Ovviamente, la realtà ha offerto esempi che giustificano l’affermazione del titolo, ed esempi che sostengono tutto il contrario, ma la passione polemica non si accontenta di visioni quiete ed eque.
Non poteva che inserirsi a pieno titolo in questo filone di dibattito il lancio del film tratto dall’Odissea, realizzato nientemeno che da Christopher Nolan, The Odissey.
In verità, qui si tratta di qualcosa di più di un libro, un romanzo, un saggio di indagine. L’Odissea è un testo sacro, una Scrittura religiosa su cui fondiamo la nostra civiltà occidentale.
E il dibattito non poteva essere più acido e dirompente di quello che si è sviluppato ed espanso ovunque (almeno in Italia, non conosco la situazione e le fonti straniere).
In realtà lo dico solo per sentito dire. Infatti, fino alla pubblicazione di queste mie noterelle, mi sono rigorosamente astenuto dal leggere alcunché: recensioni, commenti, post, divagazioni, ecc.
Ho voluto isolarmi fino alla visione del film e fino alla mia razionalizzazione delle emozioni personali coinvolte. (Questo giustificherà le inevitabili ripetizioni che troverete in questo post – tutto sommato un’atto furbo 🧐).
Ho visto il film in un multisala, con aria condizionata sufficiente, non IMAX, una domenica sera senza aver cenato prima, con alcuni selezionati compagni di visione.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la tensione di Telemaco. Un quasi orfano, con tutte le caratteristiche dell’orfananza qui tante volte illustrata.
Ho trovato molto convincente l’oscillazione tra l’arroganza adolescente e la sensazione di inadeguatezza tipiche di chi cerca un posto nel mondo senza che qualcuno glielo assegni e gli spieghi cosa fare. Il rapporto con la madre, colpevole di essere sopravvissuta alla “scomparsa” del padre, mi ha ricordato molte dinamiche vissute e combattute.
Un tratto universale della difficoltà di essere figli, in ogni luogo, in ogni tempo, soprattutto, quando il fato ti priva di una radice.
Penelope stessa, ha catturato la mia attenzione. Ho trovato una donna molto consapevole, capace di gestire le innegabili diversità cui è sottoposta la sua condizione femminile, di regina senza re (almeno così andava in quel tempo, direbbe il sciur Lisander). Ma anche capace di amare, oltre il tempo e gli accidenti, davvero in salute e in malattia, in ricchezza e in povertà, in fortuna o nella sfortuna.

Tutte le donne di questo film hanno comunque un approccio assolutamente disincantato e autoreferenziale. Hanno imparato a fare i conti con la necessità di adottare astuzie e potere, in ogni forma per difendersi e affermarsi. Penso alla Maga Circe che plasma le sue vittime con le mani. Penso a Calipso che usa il fiore di loto per trattenere presso di sé il confuso Ulisse. Penso alle regine archetipiche, la sfregiata Elena che perde la bellezza come strumento di predominio, ma non perde la forza di dire quello che pensa, anche in dispetto al Menelao che l’ha ricondotta dentro i confini del regno; la furente Clitennestra che riversa la sua ira sul campione di tutte le guerre, il valoroso e invincibile Agamennone in casco da motociclista.

Mi è mancata Nausicaa, la mia preferita, il mio mito adolescente, l’archetipo femminile del mio immaginario. Chissà perché Nolan l’ha ignorata? Chissà quale effetto alone ha annebbiato la sua vista e ha imposto un suo ricordo malgestito sulla giovane figlia del re dei Feaci, spingendolo a punirla con l’oblio?
Antinoo mi ha convinto un po’ meno. Come ha sintetizzato in maniera folgorante uno dei selezionati compagni di visione, un personaggio davvero stronzo, in tutti i sensi, rappresentato in maniera esagerata. Non so a che pubblico pensava Nolan, quando calcava e ripeteva sui comportamenti, sulle espressioni, sulle affermazioni del personaggio negativo con l’etichetta indelebile. Queste ridondanze sarebbero giustificabili solo se il suo obiettivo fossero i tanti immarcescibili seguaci dei nuovi condottieri del mondo con i cappellini rossi e i capelli arancioni. Se non glielo sbatti in faccia tante volte non capiscono.

I mostri di questa Odissea sono davvero ripugnanti e raggiungono lo scopo di sbalordire e spaventare, nonché repellere, gli spettatori. Al cinema (più di quando lo rivedremo in tv) quell’occhio di Polifemo, e la trasformazione a mano dei soldati in maiali, e le teste di Idra di Scilla, ci hanno fatto sobbalzare. Più dei combattimenti, delle zorrate spadaccine, degli archi e le frecce, dei giganti argentati.
Hanno solleticato la nostra ambigua voglia e ripulsa di orrido che portiamo dentro, sin da quando l’umanità ha letto la prima volta l’Odissea.
In definitiva, cinematograficamente (mai come questa volta, questo avverbio iconico per noi ha il suo pieno significato) il film è un ottimo film che raggiunge tutti i suoi scopi, curato nelle immagini e nelle dinamiche delle stesse (immaginiamo in IMAX un ulteriore contributo in questa direzione). Riesce a sostituire in maniera indelebile alcune istantanee del nostro immaginario.
Si pensi al Cavallo di Troia, alla sua imponenza, alla sua impennata fissata per sempre emergente dalla sabbia, al suo interno, all’ammassarsi dei soldati al suo interno, al suo trascinamento, al suo reinnalzamento. Sequenze che avrebbero convinto anche Laocoonte e i suoi figli.

Oppure alla furia di Poseidone, al mare, agli uomini, ai legni, alla sovrapposizione dei tanti naufraghi di ogni tempo.
Ancora alla tecnica utilizzata per rendere realistica la battaglia con i Giganti, la stuntwoman diversamente alta, con le cineprese dal basso, senza infingimenti da AI.
Nelle scene più concitate, e nelle scene più larghe e prospettiche la cinepresa di Nolan offre a questo film la veste fotografica che merita e che non dimenticheremo facilmente.
E veniamo a Lui, a Ulisse, a Odisseo, a Nessuno (anche se Nolan ha dimenticato il surreale filosofico dialogo tra l’uomo e il mostro).
In questo film ho visto Ulisse evolvere dalle sue posizioni iniziali di arrogante furbetto, di insolente illusionista, che incorda l’arco e poi lo schiocca a vuoto, manco fosse un reduce del Vietnam, con l’etica da cacciatore come nel film di Cimino, che ne sa sempre una più del diavolo, e anche una più degli dei, canterebbe Saffo, verso il confuso, recalcitrante, pentito, irresoluto colpevole consapevole.
Nolan, riportandolo continuamente a quel momento dentro Troia, ne fa un simbolo gigantesco del Male. Un’Oppenheimer con trentadue secoli di anticipo.
Al di là di tutto l’armamentario ideologico e simbolico, culturale e politico che questo film si porta inevitabilmente dietro, il messaggio più forte che mi è arrivato domenica sera, incastrato nella poltrona del cinema, è proprio quello di un uomo che improvvisamente, nel bel mezzo della battaglia, si rende conto del casino che ha combinato, della gravità dell’inganno perpetrato, delle conseguenze irreversibili sulla storia dell’umanità che sono scaturite da quella scellerata azione.
“Dieci anni di rabbia scaricati e concentrati in una sola notte”, una visione intollerabile per l’astuto Ulisse, che più o meno consapevolmente decide di allungare il viaggio di ritorno, di cercare pericoli e morte in espiazione, cede e cade in ogni trappola per non tornare a casa, per non dovere guardarsi allo specchio negli occhi di suo figlio, di sua moglie, del suo cane e scoprire l’abisso che si porta dentro.
Questa visione di Nolan è potente, si fissa, si incarna anche questa volta nel nostro immaginario, è il perno su cui ruota tutto il film, tutta la sua Odissey.
In questo quadro un cenno a parte merita il passaggio delle sirene.

Dal punto di vista cinematografico un vero e proprio capolavoro. Gli spettatori non sentiamo il canto, percepiamo appena alcuni frammenti di suono, ma nulla di comparabile. Nolan ha tappato anche le nostre orecchie con la cera. Ma i nostri occhi vedono lo sgomento dei soldati, la furia con cui va incontro alla morte colui che non ha resistito alla sordità. I nostri occhi vedono Ulisse, la sua indicibile sofferenza, lo strazio della sua memoria, dei suoi pensieri, dei suoi desideri, dei suoi rimorsi. Fuori campo la voce di Ulisse ci spiegherà poi cosa ha sentito. Il desiderio di ciò che ha perduto, il desiderio di ciò che non potrà mai avere, le sue parole daranno forma alla poesia delle immagini che Nolan (e Matt Damon) ci avevano già regalato. La sequenza resterà iconica dell’apice della consapevolezza della finitezza umana che si scontra soccombendo con l’infinità dei suoi desideri. L’apice e il baratro dei desideri, in un’unica contemporanea, esaltante e tragica ondata, da cui si esce stremati e sconfitti.
Alla fine di queste modeste riflessioni sulle emozioni provate vedendo il film di Nolan, avrete notato che ho pochissimo frequentato il confronto diretto tra i versi del poema e le inquadrature del film. L’Odissea, come dicevo all’inizio, non è solo un libro e non ha molto senso per me questo confronto rigoroso e filologico. Ognuno di noi comuni mortali ha confrontato il film con l’idea che conservava dentro del poema omerico. Le analisi accademiche le lasciamo agli accademici.
Posso però svelare che il titolo che ho dato al post: “Era meglio il libro”, svolge di fatto una funzione strumentale. Serve a verificare quanti commentatori si concentreranno a giudicare il mio “presunto” confronto tra poema e film, senza neppure leggere il post, alcuni condividendo e iscrivendosi al peggiorismo di dove andremo a finire signora mia (magari indugiando sul pigmento della pelle delle due regine sorelle), e altri contestando il mio conservatorismo inneggiando alle magnifiche sorti e progressive dell’arte cinematografica.
In ogni caso anche questo un risultato secondo me fortemente voluto dalla provocazione di Nolan: mostrare ancora una volta che l’alba sorgerà di nuovo, gli errori saranno dimenticati e ancora riproposti.
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Condivido quasi tutto, ottima recensione. Ricorderei anche le numerose scene di fuga verso le barche, che a mio parere tanto dicono, i colloqui sulla soglia dell’ Ade e la malinconia di Calipso, con i capelli scompigliati e il sale sul viso. E la continua, suggestiva, discreta ma potente sonorità della colonna sonora e dei rumori.
Non ho visto il film, non ho potuto e voluto per via dei miei acufeni. Chiunque intorno a me ne parla descrivendo scene ad altissimo impatto, ma grazie alla tua personale visione ed interpretazione dei ruoli, nonché minuziosa descrizione di alcune scene ho un’idea più chiara del film in sé. Mi è piaciuto leggerti.
Grazie🤗
La Sorgente è stata una storica casa editrice italiana, attiva soprattutto dagli anni Quaranta agli anni Ottanta, nota in particolare per la pubblicazione di libri per bambini e ragazzi e per le sue collane di narrativa giovanile.
Uno dei primi libri che ricordo di aver letto, e che ancora conservo, è quello nella foto: Ulisse. Lo lessi intorno ai 7-8 anni e poi lo rilessi decine di volte. Ulisse è stato l’eroe della mia fanciullezza e chissà quale influenza ha avuto sulla mia crescita personale. Avevo quindi qualche remora nel vedere il film di Nolan, preoccupato che gli effetti speciali di oggi potessero in qualche modo intaccare quell’immaginario giovanile rimasto nella mia mente per tutta la vita.
Sono stato invece felicemente sorpreso dall’emozione che mi ha procurato la visione dell’Odissea del regista inglese. Desidero aggiungere alla tua, come al solito splendida, recensione una brevissima nota sul dialogo finale fra Ulisse e Penelope: momento culminante del film, nel quale il significato più profondo che Nolan ha voluto dare alla sua opera si rivela in tutta la sua chiarezza.
Dopo vent’anni Ulisse scopre che tornare a casa non significa ritrovare ciò che si è lasciato, ma essere accolti per ciò che si è diventati e scegliere, insieme, di andare avanti.
E forse qualcosa di simile è accaduto anche a me: l’Ulisse della mia fanciullezza non è stato cancellato dall’Ulisse di Nolan, ma si è in qualche modo trasformato insieme a me che, dopo tanti anni, sono tornato a incontrarlo.
(Non ho potuto allegare la foto del libro)
Semplicemente Unico, Tu♥️