Tra le serie tv più iconiche e che hanno colpito di più il nostro immaginario va inclusa senza dubbio Mad Men, laddove gli uomini del titolo non sono pazzi, ma di Madison Avenue. La storia di un manipolo di pubblicitari, protagonisti e testimoni di come il mondo della comunicazione e della pubblicità cambiò, tra l’invito a fumare della Philip Morris e la confusione colorata della Coca Cola.
Per i tanti episodi della serie abbiamo osservato una sigla a fumetti spigolosi e artistici in cui un uomo cade da un grattacielo della Avenue, e veniva immediato il collegamento alla foto dell’uomo che cade dalle Torri Gemelle.

Leggendo il nuovo libro di Giacomo Di Girolamo, La vita verticale, edito da Il Saggiatore, ho più volte pensato a quella sigla della serie. Non solo perché il libro porta anche un sottotitolo Cronache da un precipizio, ma perché man mano che avanzavo tra le pagine, sentivo lo spostamento d’aria dell’autore che mi dava l’impressione di cadere da un precipizio a sua volta.
Di Girolamo è un giornalista. Un bravo giornalista che si è avvicinato alla professione di giornalista in un tempo in cui il taccuino e la strada erano il contesto su cui scrivere storie da raccontare ai lettori. Siciliano, inevitabilmente finisce a occuparsi di mafia, quella vera, quella che ci raccontano tanti giornalisti e quella che ci nascondono tanti giornalisti.


Giacomo Di Girolamo guarda la Sicilia dall’avamposto di pixel di tp24.it, e dalle trincee di Repubblica e Linkiesta, non dalle comode tribune del luogo comune. La sua penna è un bisturi, la sua ironia disarma, e il giornalismo d’inchiesta, per lui, è un atto di resistenza civile prima che un esercizio di stile. Scava nei silenzi dell’isola, a partire dalla lunga ombra trapanese di Matteo Messina Denaro, con la pazienza testarda di chi non si rassegna al peggio. Non si limita a raccontare i fatti: li interroga con sberleffo lucido e indignazione misurata, perché quaggiù fare memoria è un dovere morale. Cronista di frontiera, unisce il rigore dell’indagine a una scrittura che non fa sconti a nessuno.
Questo libro però non si occupa strictu sensu di mafia, configura, in realtà, una ampia seduta di autoanalisi di un giornalista che si chiede se ancora abbia un senso questa professione, questa vita passata ad inseguire notizie e fatti da raccontare, oggi che la vita può essere raccontata solo in verticale.
Infatti, simbolicamente Di Girolamo contrappone il suo modo, considerato vecchio, di riprendere una scena, una foto, un video con lo smartphone in orizzontale – come la mia generazione si ostina a fare – al modo di riprendere dei più giovani con lo smartphone in verticale, in modo da replicarlo più facilmente sulle piattaforme social, Tik Tok in testa.
Sempre simbolicamente, lo sguardo orizzontale si costringe a guardare più elementi, a considerare anche lati e sfondi di una situazione, mentre il focus verticale esalta il centro e trascura lo sfondo.
“Io non sono un bravo giornalista. Quando accadono eventi come questi, la cronaca, la dinamica dei fatti, è forse l’ultima cosa che mi importa. Ho un’attrazione irresistibile invece verso quello che chiamo «l’alone». L’impronta. L’ombra. Il contorno, il contesto. Non so come chiamarlo. Insomma, tutto ciò che è intorno al fatto”
Giacomo Di Girolamo sceglie sei storie che ha raccontato e vi integra la narrazione del suo stato d’animo, le sue riflessioni, del momento e successive. Ogni storia diventa così paradigmatica di un cedimento, di una caduta, della professione verso un orizzonte fatto di click, di torsioni delle parole, per sconfiggere l’indifferenza e ottenere più visualizzazioni, più lettori.

Le storie sono davvero sensazionali, ed alcune oltremodo drammatiche, ma la reazione dei lettori è funzione della vetrina, della modalità di presentazione, della “truffa” che il giornalista intenta al lettore per spingerlo ad andare oltre il titolo.
“La novità adesso è che non dobbiamo più solo pubblicare i nostri articoli, ma imparare a promuoverli nelle varie piattaforme social, e quindi anche i video di promozione dei nostri articoli dobbiamo farli in verticale, e raccontare ciò che accade con i sottotitoli, generati automaticamente da un app, e pazienza se l’app fa errori, se ogni tanto scambia una parola con un’altra, non c’è tempo per correggere, e tanto nessuno se ne accorge; ma allora perché dobbiamo mettere i sottotitoli nei video? Perché così aumenta l’attenzione, e ancora l’engagement…”
Per ogni storia si trovano ad un tratto, pagine redatte in corsivo per distinguerle. Sono le pagine in cui Giacomo Di Girolamo prova a dare voce alla vittima della storia, prova a tradurne i pensieri, a riportare al lettore il cuore del fatto, della vicenda, così come fu vissuta e così come avrebbe dovuto essere raccontata. Ancora un simbolo. Il simbolo di quello che rimane uno degli obiettivi della professione più martoriata dell’ultimo ventennio, raccontare quello che è stato, dare voce a chi non ha potuto o non può più averla.
Una storia gli consente di approfondire lo sguardo sui più giovani, sugli abitanti titolari di questo mondo in verticale. Gli permette di cogliere quello che lo sfondo della foto o la superficie del mare nasconde.
In tutti i discorsi, anche nei più sereni che questi ragazzi fanno, c’è sempre sotto una nota di angoscia, una certa disperazione… E questa angoscia, questa angoscia cos’è? Forse il fatto che attorno a loro accadono cose che non capiscono, che non c’è un modello di vita, anche maledetto, sul quale fare riferimento.
Non è l’occasione per un sussulto di moralismo bacchettone e retrodatato. Di Girolamo sa guardare al fondo delle cose, non si lascia fuorviare dal display e dritto punta il dito su di noi, su di sé, individua senza sconti dove ha tratto origine la caduta dei più giovani.
“È davvero lo smartphone la causa di tutto questo? O è il mondo che gli abbiamo creato attorno, questa dittatura della felicità, il modo in cui rimuoviamo il dolore – pure la morte – e la sofferenza, e cerchiamo sempre colpevoli perché non abbiamo il coraggio di essere responsabili. È colpa dei social? O siamo noi, incapaci di essere padri, incapaci di essere madri.”

Due fili di trama attraversano tutte le storie e le uniscono tutte in un unico racconto:
La dichiarata guerra che il nuovo padrone della città ha dichiarato a Di Girolamo, additato esempio di giornalista che non ama la “verità” e che, per questo, va “rieducato”.
La vicenda di Alessandra, una donna che ha perso il controllo di sé, e precipita letteralmente nel pozzo della sua follia.
Questi fili di trama costituiscono la lenta, ma inesorabile caduta del giornalista lungo le sue aspettative.
Il mio mestiere di giornalista, per come l’ho imparato, è diventato una lingua morta: descrivere i fatti è un esercizio di archeologia, perché i fatti, semplicemente, non esistono più se non come pixel in caduta libera.
Oggi non serve più un giornalista che racconti la verità e i fatti. Non esiste più la verità, non esistono più i fatti. Non serve neppure la voce della denuncia: oggi chiunque abbia uno smartphone e un profilo social si sente investito del dovere di denunciare.
“Tutti che denunciamo, tutti che raccontiamo la nostra indignazione, il sentimento più banale”
A forza di raccontare sull’orlo del precipizio, nel precipizio l’uomo e il giornalista ci sono caduti e stanno fluttuando verso il tonfo inevitabile. Amara conclusione di un percorso fortemente voluto, desiderato e sognato.
“Ho alimentato un sogno, ripeto le cose che mi hanno reso felice, ma adesso rimane il mestiere, il dover vivere, l’aver disimparato a fare qualsiasi altra cosa, e fare male anche questa che credevo di saper fare. Vivo alle spalle del mio sogno di ragazzino. L’ho tradito.”
Si. Sono pazzi questi giornalisti, questi Mad Men che volevano cambiare il mondo con la forza delle parole, come quei pubblicitari della serie volevano rivoluzionare il mondo della comunicazione, della pubblicità, con le loro nuove parole, con le loro nuove immagini.
Sono stati spinti giù da una foto in verticale.
A mia figlia che sta ancora sognando…
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