Finalmente!
Dopo tanta attesa, finalmente, il disco è nato e lo posso tenere in mano, ma, soprattutto ascoltarlo.
Ne avevamo parlato già tre anni fa. Un intero capitolo della Musica oriunda era dedicato a questa operazione temeraria e insana.
Cosa può dirci ancora quel capolavoro indiscusso, e indimenticata che fu The Dark Side of The Moon dei Pink Floyd, se proviamo a risciacquarne i panni nel Simeto, se lo riscaldiamo al calore della lava dell’Etna?
A questa domanda hanno provato rispondere i due sodali di mille avventure temerarie, il poeta Pippo Cardello, riscrivendone i versi, e il Maestro Salvo Amore, reinventandone le note, con la loro Compagnia di Encelado Superbo.
Il risultato è sorprendente, stuzzicante, magico ed esaltante.

Partiamo dalle musiche.
Per cinquant’anni abbiamo ascoltato queste musiche nell’equilibrio ibrido, perfetto e inimitabile, tra acustica ed elettronica della band di ingegneri inglesi.
Oggi già subito dopo aver premuto play (o qualsiasi impulso d’avvio usiate) l’effetto è straniante. Si le note sono quelle, la musica è quella, la riconosciamo senza difficoltà: è straordinariamente ben eseguita. Ma l’apparizione all’improvviso di mnemoniche fisarmoniche (Peppe Roccella) o di un ipnotico marranzanu (Antonio Amendolia) in mezzo al tessuto sonoro che le chitarre rigorosamente folk (Peppe Mandolfo e lo stesso Salvo Amore) e la sezione ritmica (Alessandro Borgia e Francesco Di Grazia) hanno imbastito, sorprende, accarezza, inganna. Quei brani immortali ci sembra di ricordarli come più nostri, più vicini, più oriundi. A completare i suoni di questo disco il Maestro amore ha voluto il respiro del vulcano, ‘a Muntagna scassata da Encelado sempre più Superbo, il respiro del nostro mare, refrigerio alla calura, porta sbarrata ai nuovi arrivati, le campane delle nostre chiese, i vespri sempre sul punto di accendersi, gli orologi delle nostre nonne, che rintoccano da una stanza accanto dove abbiamo smesso di entrare, perché non ci troviamo più nessuno.
Non è una semplice sostituzione. E’ una riscrittura, è uno scambio di sangue. E’ una combinazione di memorie e sogni. Come Il Postino di Massimo Troisi nella sua ricerca dell’eternità.
I Versi.
Altrove abbiamo già detto che la lingua siciliana, rispetto alla lingua italiana, svolge nella poesia e nella musica una funzione propria e insostituibile. Con il siciliano si dice quello che emoziona nel profondo, quello che abbiamo imparato prima di imparare.
La ricerca della istintività, della radice vera e cruciale del nostro grumo di vita e passione, attraverso il siciliano è oggi mainstream, ha attinto pure Mina che ogni anno coglie le dinamiche più profonde che attraversano il mondo della musica.
La Compagnia di Encelado Superbo non scopre oggi questa potenza espressiva. La pratica da ormai più di trent’anni. Diciamo che è fuggita in avanti e ha aspettato che gli altri artisti venissero a farle …compagnia.
E così: “stancu di stari bruciato o suli resti a casa mentri fora chiovi” risuona più in dentro, più in fondo alla nostra anima.
“E non haju paura di moriri, quannu sarà” tocca corde più intime, ci mette di più davanti alla nostra morte e a tutte le morti che hanno già preceduto la nostra, anticipandocene qualche frasca.
“E su macari la tò testa scuppiassi di pinseri pazzi? Allora tutti ni la facci niura di la luna”
Ci riporta alla nostra follia, alla nostra licantropia ciaraula, a quella follia che incontriamo per strada e che scorre nelle nostre vene, per qualche filama ereditaria.
La voce del Maestro Cardello impreziosisce alcuni momenti e versi di questa riscrittura in acque mediterranee. Ricorda il respiro del Maestro Vinicius De Moraes quando, sempre cinquant’anni fa, si inseriva tra le corde della chitarra di Toquinho, e le corde vocali di Ornella Vanoni – un’altro risciacquare i panni della bossa brasiliana nelle acque del Tevere.
Giancarlo Miccichè restituisce sonorità piena siciliana e antica ai versi del Maestro che solcano le melodie dei Pink Floyd. Si incarica lui di esprimere la rabbia, la corsa, le fughe, le smemoratezze, le insanìe dell’uomo che cerca rifugio nella parte più scura della luna.
At last, but not least, Rachele Amore. Non abbiamo più parole per esprimere la forza irresistibile della sua voce, la capacità maieutica del suo canto di tirare fuori tutte le pene che nascondiamo attassate tra cuore e stomaco. Davvero sembra di essere al cospetto delle sirene di Ulisse nella interpretazione di Nolan. Rachele sostiene quasi tutte le canzoni del disco, regalando fraseggi e melodie. Ma poi si impadronisce della nostra vertiginosa paura (e desiderio) di morire in quella canzone immortale che qui diventa “Cuncertu granni nto celu”. Non imita nessuno, fa suo lo strazio e il dolore, impersona il canto di tutto quello che avremmo voluto e non possiamo più avere, ci sommerge, ci allaga con la sua voce che ci colpisce a vuccalarma. Sarà suggestione, ma anche se non canta alcuna parola in alcuna lingua, io ho avuto la sensazione che anche quei gorgheggi fossero siciliani, mediterranei, ancestralmente nostri, oriundi.


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