Quando ero ragazzo mi colpiva la situazione di Orlando, un compagno di condominio, il cui padre era andato in Libia per lavorare lasciando qui moglie e due figli. Non so bene cosa facesse in Libia, ma tornò dopo qualche anno con molti soldi.
Mi fece ancora più impressione quando casualmente uscì sul suo balcone e vidi il padre di Orlando seduto in una sedia che piangeva. Mio padre mi spiegò allora il Mal d’Africa.
Dopo tanti successi letterari, diventati anche film di cassetta, Luca Bianchini lascia la sua zona di conforto piccolo borghese e scrive un romanzo diverso dai suoi soliti. Un romanzo con il quale prova a raccontare gli anni tunisini della mamma.
Una storia recuperata dai ricordi e dai racconti tardivi della mamma, sulla quale Bianchini impianta una narrazione corale e storica, alla Ozpetek.

Le Ragazze di Tunisi, edizioni Mondadori.
Come sa chi bazzica le ricerche genealogiche, se si affronta una ricostruzione di passaggi familiari e di eventi personali, il rischio è quello di appiattirsi in una narrazione da ufficio anagrafe: nacque, si sposò e morì.
Una narrazione senza eventi, senza colpi di scena, senza svolte improvvise. Bianchini per evitare la sindrome dell’impiegato comunale, sviluppa un romanzo corale, dove la famiglia, i parenti, i vicini, i compagni, le amiche, tutti affollano un virtuale palcoscenico teatrale e disegnano il movimento della vicenda per piccoli passi e accennati spostamenti.
In effetti, la Casa dell’Eucalipto, con il suo cortile condiviso, è un classico palcoscenico eduardiano, dove le vite si incrociano. Così come lo è il cortile dove abita la protagonista.
La fase storica in cui Bianchini fissa la vicenda della madre é quella in cui l’avvento di Bourguiba porterà molti stranieri a lasciare Tunisi e tornare nelle loro patrie d’origine.
Così la mamma di Bianchini, siciliana in Tunisia, vive gli ultimi mesi a Tunisi stretta tra il desiderio e la paura di restare e la paura e il desiderio di andare in Sicilia.

Al centro di questo affresco c’è la famiglia Brancata, e in particolare Maria, sarta trentottenne, fiera e sola — il marito lavora in campagna ed è quasi sempre assente — che si ritrova a crescere da capofamiglia di fatto le sue tre figlie adolescenti: Anna, la protagonista, in cerca di un amore che ancora le sembra irraggiungibile e che trova nella coetanea francese Marinette una finestra su un mondo di cinema e di eleganza; Vitina, tutta canto e ginnastica; e Pupetta, piccola coscienza critica della casa.
Il romanzo, infatti, inizia proprio con Anna, la mamma di Bianchini, che dal terrazzo osserva la grande nave Tirrenia salpare verso l’Italia, con l’effetto opposto del Rex di Amarcord.
Gli intrecci tra la famiglia Brancata e le altre famiglie del circondario sono dei veri e propri quadretti di costume, che mettono in mostra la vita di queste famiglie, tra l’orgoglio e l’ammirazione per Claudia Cardinale, che aveva frequentato la stessa scuola di Anna e in quegli anni tra cinquanta e sessanta era diventata la musa contesa di Visconti e Fellini.
Vite scandite anche dalla televisione, e dai suoi varietà, che raduna numerose famiglie davanti allo schermo per sentire gli ultimi gorgheggi di Mina a Canzonissima, o il Via! Per il secondo motivo di Mario Riva al Musichiere.
Se Claudia Cardinale faceva sognare della Francia, Mina faceva sognare dell’Italia.
Nella sua semplicità e nella sua linearità, e con il suo focus su quegli anni e quella situazione, il romanzo serve, inoltre, a far luce su un’esperienza poco raccontata: quella di chi aveva seguito la fortuna oltre mare e poi per mutamento politico drastico è stato costretto ad abbandonare tutto e tornare sui suoi passi. Una remigrazione volontaria, a cui la storia non ha prestato la giusta attenzione.
Il romanzo si apre a cavallo tra il 1959 e il 1961, in una Tunisi ancora sospesa tra mondi che si guardano, si toccano, si scambiano ricette e sospetti senza fondersi mai del tutto: italiani di origine siciliana, francesi che ancora comandano ma sentono scricchiolare il proprio potere, tunisini che vedono avvicinarsi l’ora dell’indipendenza, ebrei e maltesi che completano un mosaico etnico oggi quasi del tutto dimenticato dalla memoria pubblica italiana.
Occorre comunque precisare che Bianchini mostra nelle sue pagine una diversa esigenza. Quella di raccontare, di sciogliere alcuni nodi familiari, intessendo narrativamente quegli eventi spiccioli, in una storia corale. Una doppia esigenza personale, se si pensa che con questo romanzo, Bianchini compie la svolta iniziata con Nessuno Come Noi, dove ha raccontato la sua Torino adolescente.

Dopo romanzi incentrati su eventi singoli, matrimonio, cena di Natale, gli anni Settanta a Torino, dove gli eventi centrali fanno da cuspide e parafulmine agli sviluppi narrativi, Bianchini prova a cimentarsi con un racconto per accumulazione, senza fulcro e senza scadenza.
Forse anche un tentativo di sfuggire alla grande popolarità che inevitabilmente trascina qualche snobismo nei lettori più attenti, che lo identificano con i film con Scamarcio, più che come scrittore vero e proprio.
Forse proprio per questa svolta, per questa volontà di differenziare questo romanzo dagli altri, possiamo immaginare che non sarà altrettanto facile che vada a finire sugli schermi come gli altri (anche se saremmo curiosi di vedere i due zii in azione).
Una cosa però conserva intatta del suo stile in questo romanzo l’autore, la lingua narrativa. La lingua dei suoi libri è sciolta fresca, quasi orale, più propriamente radiofonica. Leggere i suoi romanzi dà la sensazione di ascoltarli alla radio, come gli sceneggiati radiofonici di una volta, o le incursioni radiofoniche con Fiorello, con cui si fece conoscere al grande pubblico.

All’inizio ho fatto riferimento a Ozpetek. Ritengo occorra una precisazione.
L’accostamento potrebbe apparire a prima vista azzardato: due autori distanti per formazione, per storia personale, per statuto (l’uno scrittore prestato al cinema tramite gli adattamenti altrui, l’altro regista che ha scelto di raddoppiarsi in romanziere). Eppure Le ragazze di Tunisi dialoga con l’universo ozpetekiano più di quanto non facciano gli altri romanzi di Bianchini, e proprio perché tocca, per la prima volta nella sua carriera, un terreno che Ozpetek frequenta da sempre: quello dell’identità sospesa fra due sponde del Mediterraneo, della casa che si perde e che va ricostruita altrove, della memoria familiare come materiale narrativo primario.
Bianchini, in questo romanzo più che altrove, sembra muoversi proprio su quel crinale, abbandonando la commedia degli equivoci amorosi per una scrittura più empatica, più attenta al non detto, ai gesti minimi con cui una madre tiene insieme una famiglia sull’orlo della dispersione. (Emblematico il dialogo con la figlia sulla felicità, fatto di pochissime parole e di tantissimo non detto). Maria, la nonna, diventa un grande personaggio femminile intorno a cui ruotano tutte le vicende narrate nel romanzo.
Il secondo punto di contatto è la tavola. Chi ha analizzato la grammatica visiva di Ozpetek ha individuato nel pasto conviviale — la cena, il pranzo, la tavola imbandita ripresa quasi come un quadro caravaggesco — uno dei suoi elementi più riconoscibili: luogo in cui la famiglia, quella di sangue o quella scelta, si mette in scena, litiga, si riconcilia, rivela i propri segreti.
Il couscous a volontà, le serate davanti alla tv, le cene tra vicini che punteggiano Le ragazze di Tunisi rispondono alla medesima logica drammaturgica: il cibo come collante sociale prima ancora che come colore locale, come dispositivo che permette ai personaggi di stare nella stessa inquadratura — o nella stessa pagina — anche quando i loro destini stanno per divergere irrimediabilmente. È la stessa funzione che il pranzo assolve ne La cena di Natale di Bianchini, si potrebbe obiettare; ma lì la tavola è teatro di una serata sola, un meccanismo a orologeria che deve esaurirsi entro la fine del libro. Nella tavola tunisina di Bianchini, come in quella romana di Ozpetek, il convivio non chiude nulla: è piuttosto un rito che si ripete proprio perché il tempo, fuori, sta per finire, e la sua ripetizione diventa essa stessa forma di resistenza alla Storia.
Il terzo asse è quello della memoria e dell’assenza, che nel cinema di Ozpetek è tema quasi ossessivo: il passato che grava sul presente, il segreto di famiglia che riemerge, chi non c’è più e che tuttavia continua a orientare le scelte dei vivi. Bianchini, dichiarando di aver scritto Le ragazze di Tunisi solo dopo aver interrogato la memoria di sua madre, si colloca precisamente in questa genealogia: il romanzo nasce da un’assenza — la voce originaria che l’autore non ha potuto ascoltare direttamente, se non mediata da un racconto tardivo — e si costruisce come tentativo di colmarla. È un procedimento più vicino all’archeologia affettiva ozpetekiana che al meccanismo a orologeria dei precedenti romanzi-evento di Bianchini.

È questa nostalgia, questo sotterraneo dolore, che il Mediterraneo lontano impone ai personaggi di Ozpetek (e a lui stesso, ovviamente) e alle Ragazze di Tunisi di Bianchini, come al papà del mio amico Orlando, che possiamo sintetizzare parafrasando un’altra forma altrettanto popolare di narrazione:
E ‘nce ne costa lacrime st’Africa…

Ieri sera, nella cornice accogliente del Rotary Club Artemide di Siracusa, abbiamo incontrato Luca Bianchini e ci siamo fatti raccontare come è nato questo romanzo.
Con il prezioso supporto della Libreria Ubik Ortigia Bafigghia e con le letture di Maria Gullì e Simone Giallongo, i tanti soci e ospiti del Rotary intervenuti hanno assistito alla conversazione fresca ed esuberante dell’autore che come un fiume in piena ha regalato ricordi, aneddoti, storie che hanno stabilito un legame di empatia e simpatia con tutti i presenti, fino all’immancabile generoso firmacopie.
Alcune foto della serata.
























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