C’erano stati gli sceneggiati televisivi che avevano contributo alla diffusione culturale di alcuni romanzi importanti presso il pubblico televisivo di scarsi lettori.
Poi vennero i primi serial dal mondo Fininvest, Dallas, Dinasty, seguiti più avanti da Beautiful (con la geniale intuizione eoliana di Moretti in Caro Diario) e Quando si Ama con i suoi intrighi e gli scambi di persona.
Infine arrivarono dal sud di quell’America Bold and Beautiful le soap operas, le telenovelas, La Schiava Isaura, Dancing Days, dal Brasile e Celeste dall’Argentina, con l’indimenticabile parodia del Trio: bevi qualcosa Pedro!
Un titolo iconico che faceva tanto film di Raffaele Matarazzo si stagliava su tutti: Anche i ricchi piangono.
Ormai la serialità ha dilagato. Arriva sulle varie piattaforme da varie parti del mondo (pure dalla Corea!). È diventato un elemento costitutivo del nostro mondo.
Anche nei libri ci siamo abituati alla ricorrenza seriale di protagonisti e comprimari, sono tantissime le opere seriali pubblicate, molto più di prima.
Una curiosa coincidenza ha voluto che nel giro di alcune settimane siano tornati in libreria sia Manzini con Rocco Schiavone, che Cassar Scalia con Vanina Guarrasi.

ELP di Antonio Manzini, Sellerio

La Banda dei Carusi di Cristina Cassar Scalia, Einaudi

Rocco Schiavone già da anni sugli schermi con il volto di Marco Giallini, mentre per Vanina Guarrasi stiamo aspettando di vedere le prime puntate della fiction, con Giusy Buscemi, produzione Palomar (Montalbano e Makari).

Dopo il precedente episodio, con le sconvolgenti rivelazioni su Sebastiano, pensavo che il vicequestore Schiavone non sarebbe riuscito a riprendersi, o che Manzini non avrebbe trovato il modo di andare avanti.

Invece, mi devo ricredere. La complicata vicenda paraterroristica di questa nuova puntata della saga raggiunge il consueto livello di qualità cui ci ha abituato. Anche gli sviluppi dei comprimari con la ritrovata centralità di D’intino (scine nghe lù) e il siciliano Antonio in bilico, riempie con calore le pagine di questo episodio.
Rocco Schiavone affonda sempre più dentro la sua stessa depressione. Mentre indaga sulle vicende di sangue che integrano vari punti della arcinota scala di rottura di coglioni, indaga anche dentro se stesso, sulla sua felicità strappata, sulla sua tristezza indelebile, sulla sua incapacità di essere felice. Pur se non arriva a piangere, qualche lacrima la versa, e a quella lacrima sembra si appigli per non precipitare, per puntellare il faticosissimo e riluttante gesto di rialzarsi.
Anche nella nuova vicenda del vicequestore Vanina Guarrasi si percepisce un ulteriore sforzo di doppia indagine outside e inside. Una caratteristica sempre presente, ma qui rafforzata dalla tenerezza verso Clark Kent, verso tutta quella umanità che non si limita a combattere per sopravvivere, ma intende dare un senso eroico, supereroico, alla propria vita. In più occasioni Vanina trattiene le lacrime, in qualcuna non riesce a farlo.

Questa lacrime la costringono a ripensare in chiave diversa gli altri, tutti quegli altri che le ruotano intorno. Pianeti del suo sistema solare che la riempiono di quell’affetto di cui lei sa di avere bisogno, ma che non chiederebbe mai. Questo enorme cono vulcanico di affetto che circonda la vita di Vanina, in questa puntata diventa così colmo ed effusivo da costringerla a una più compiuta riflessione sulla sua natura e sulla sua modalità di relazione.
Le lacrime per Thomas la costringono a pensare in maniera diversa a tutti quelli che la circondano, a riconoscere la legittimità del loro credito di affetto, e di vicinanza. Parafrasando Dante: l’affetto non perdona chi non lo ricambia.
Insomma la lettura ravvicinata di questi due episodi ci mostra alcune linee di collegamento che non sospettavamo, di cui non ci eravamo accorti.
In prima battuta ci mostra che anche i poliziotti piangono. E così abbiamo sottratto all’Argentina un motto iconico.
Poi che nonostante le tante pagine scritte, gli articoli, i post, in cui abbiamo cercato di trovare in Vanina, in senso molto lato ovviamente, e con le precisazioni più volte ricordate, il sostitutivo, il farmaco generico di Montalbano, non abbiamo visto quello che ci stava sotto gli occhi.
Montalbano, Vanina e Rocco sono tutti poliziotti, ma Vanina e Rocco, oltre a essere entrambi vicequestori (e sottolinearlo ogni momento) hanno molto più in comune tra loro che con Montalbano.
Gli schemi narrativi, e umani, in cui si muovono entrambi i vicequestori sono molto simili, sono in più punti sovrapponibili.
Sotto lo sguardo sardonico e sornione di Montalbano entrambi girovagano in cerca di loro stessi, come spatriati, come esuli volontari o forzati, dal loro mondo, dal loro ambiente.
E vista la comune deriva esistenzialista di questi episodi usciti contemporaneamente possiamo correggere ancora il motto iconico, lasciando Montalbano senza lacrime, e concludere definitivamente con
Anche i vicequestori piangono.
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