Gira e pare – Liolà di Luigi Pirandello, regia di Mario Incudine e Moni Ovadia – Teatro Massimo Città di Siracusa 7-8 novembre 2023

La stagione del Teatro Massimo Città di Siracusa cominciata con Martoglio, L’Altalena, continua con Pirandello, Liolà.

Si privilegia in un certo senso una continuità. Infatti, se in queste settimane siamo tornati a concentrare la nostra attenzione sulle misteriose circostanze della morte del padre del teatro siciliano – Il Caso Martoglio di Luciano Mirone, L’informazione edizioni – l’allestimento di Liolà, a cura di Mario Incudine e Moni Ovadia mette in evidenza l’influenza di Martoglio sulla produzione teatrale di Pirandello. E’, infatti, Nino Martoglio, ormai affermato direttore artistico e uomo di teatro, con le compagnie di Giovanni Grasso prima e Angelo Musco poi, che in quegli anni incoraggia il poeta e romanziere Luigi Pirandello a tentare la via del teatro.

Liolà è una commedia apparentemente eccentrica rispetto alla più nota produzione drammaturgica di Pirandello. Egli stesso riconobbe che è molto gioiosa e briosa, tanto da non sembrare neanche una commedia di Pirandello.

Scritta nel 1916, fu rappresentata per la prima volta proprio dalla Compagnia di Angelo Musco diretta da Nino Martoglio. Sin dalla prima rappresentazione la costante allegria e la inarrestabile simpatia del protagonista hanno fatto addirittura pensare ad intermezzare le parti recitate con qualche canzone popolare di arricchimento. Il finale irrisolto della stesura originale fu una delle cause dello scarso successo iniziale dell’opera.

Ieri sera sul palcoscenico del Teatro Massimo Città di Siracusa abbiamo assistito a un allestimento molto personale della commedia pirandelliana. Moni Ovadia e Mario Incudine ne hanno fatto un musical campestre e popolare, in qualche modo privilegiando l’influenza di Martoglio di cui dicevamo. Una campagna, un’atmosfera che più che rammentare Verga (come era nelle intenzioni di Pirandello), rammenta il massaro cuntentu per l’annata ricca.

Antonio Gramsci aveva esaltato la natura farsesca e la derivazione mediata dai dammi satireschi dell’antica Grecia della prima stesura in siciliano di Pirandello. Seguendo quell’insegnamento Incudine e Ovadia hanno rappresentato un dramma satiresco con tanto di coro greco, danzante e con il volto truccato come maschera. Inscenato da una compagnia che adotta costumi e movenze che ricordano i burattini, i pupi. Arricchito da maschere più che espressive (penso allo zù Simone, con tanto di burattino in pancia, di Angelo Tosto: un Mastro Geppetto alla Stassi, surreale e malinconico, umanamente preoccupato per lo sterile destino della robba). Con inserti da altre tradizioni fiabesche, come Pauluzzu, a metà tra l’uomo di latta del Mago di Oz e Giufà, maschera iconica di scemo del villaggio).

Il Liolà di Mario Incudine mantiene la giocosità, lo spirito libero come un uccello, è espansivo e sensuale, senza tenere in alcun conto regole e modelli culturali. Questa diversità si manifesta nelle movenze non da burattino, non da pupo. Soprattutto si estrinseca nel suo canto, nella forza del suo dialetto ricercato e coerente con il Pirandello della prima stesura, nelle musiche popolari, semplici nelle esecuzioni – tamburo, chitarra e fisarmonica – ma ricche di riferimenti e di armonizzazioni stratificate.

Di Mario Incudine è anche la scenografia essenziale che lascia alla dimensione coreografica e canora corale la dinamica teatrale della vicenda.

Non ci saremmo aspettati niente di meno da chi ha geolocalizzato in terra di Sicilia in maniera sublime la Bocca di Rosa di De Andrè, con il riferimento indimenticabile all’amuri buttano.

Una menzione speciale merita la za Ninfa di Aurora Quattrocchi, materna e comprensiva. Nido sicuro per i tre figli di Neli Liolà, e per Liolà stesso, aceddu di gargia e di volo.

E’ stato detto che in questa commedia Pirandello sperimenta una versione bucolica della sue più tipiche rappresentazioni esistenzialiste borghesi.

In Liolà diventa evidente che l’ipocrisia e il cinismo siano propri dell’animo umano e non appartengano soltanto al mondo borghese, piccolo o alto che sia, di cui saranno pieni i drammi successivi.

Nella versione di Ovadia e Incudine il contrasto tra realtà e apparenza, tipicamente pirandelliano, si staglia e si impone sul meccanismo dello scangio di paternità, fulcro della vicenda.

Non contenti, i due registi introducono la figura di Pauluzzu, affidata alla maschera teatrale di un concentratissimo Paride Benassai, autore di se stesso. Uno stralunato controcanto, che svela inganni e trame, che sviluppa ragionamenti al limite della follia – altro tema pirandelliano per eccellenza – sul tempo, sulla fretta, e sull’amore.

Pirandello aveva deciso di lasciare libero di svolazzare il suo Liolà. Arricchito di un altro figlio a cui insegnare a cantare, Neli il poeta sopravvive alla maldestra coltellata di Tuzza.

Moni Ovadia e Mario Incudine non volendo comunque imprigionarlo in un matrimonio riparatore decidono di risolvere il finale della commedia in maniera più drammatica lasciando che Tuzza metta a segno il suo colpo mortale.

Sarà ancora la loro creatura, Pauluzzu, a sviluppare l’ultima riflessione sulla morte e sulla libertà, che chiude il sipario, con questo slancio di modernità che in qualche modo riconcilia Martoglio e Pirandello, o, se vogliamo, il Pirandello campestre e il Pirandello borghese, facce dello stesso firrialoru che gira e pare.

Se vi è piaciuto seguitemi o ditelo ad altri
📚

Gingolph arriva anche su WhatsApp

Ogni volta che su Gingolph nasce qualcosa di nuovo, te lo faccio sapere con un messaggio.

📲 Iscriviti al canale

Gratuito. Nessuna pubblicità. Solo libri, autori, recensioni e appuntamenti culturali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *