I miei figli sono cresciuti con l’immagine della mamma, come un elegante dittero nero, perché diceva sempre loro che avrebbe voluto essere una mosca per assistere non vista alle loro prodezze scolastiche, sportive, lavorative eccetera, e godersele in diretta senza attendere gli stringatissimi resoconti degli scocciati protagonisti.

Il mio concetto ancestrale di mosca, invece, si deve al cinema. Non al patinato e hollywoodiano The Fly di David Cronenberg, con Jeff Goldblum del 1986, ma alla trilogia di Kurt Neumann, con gli esperimenti del Dottor K. Interpretata da un magistrale Vincent Price, non ancora campionato nel bestseller di Michael Jackson, Thriller. Nel film del 1958, Price non rideva mefistofelico come nel disco, ma si ascoltava la inquietantissima e indimenticabile voce del dottor K. trasformato dalla sua macchina in mosca che chiede aiuto: una vocina arrotata su sé stessa, straziante e angosciosa.
Di ditteri, di mosche ed altri coleotteri è pieno fin dalla prima pagina l’esordio letterario della catanese Agnese Messina, scienziata prestata alle discipline forensi e ora alla letteratura di genere giallo, L’Eremo Dei Folli, edito da Garzanti.
Garzanti crede molto in questo esordio, tanto da promuoverlo con vigore come il giallo che compenserà il deficit di accudimento che la scomparsa di Montalbano ci ha causato.

La vicenda, in effetti, si svolge in Sicilia, tra Catania e un paesino montano, passando per Scordia e altri centri pedemontani. La protagonista è una novità nel panorama fatto di investigatori per mestiere (commissari, vicequestori, giornalisti, avvocati, detective e altre forze dell’ordine), o di investigatori impiccioni che non hanno motivi istituzionali per indagare – i cosidetti cozy crime (arzille vecchine, pensionati, professori universitari, mentalisti e baristi, e altri divorati dalla curiosità e dal sacro fuoco dell’indagine).
Una siculo americana che si chiama June e che di mestiere fa l’entomologa e che collabora con la sua disciplinata esperienza con le forze dell’ordine. Una figura ibrida tra l’investigatore per dovere e l’investigatore per diletto. Infatti, quando l’indagine la stuzzica particolarmente, oltrepassa i suoi limiti professionali e, forte delle sue amicizie, diciamo intime, si inserisce in prima linea non tenendo in alcun conto limiti e doveri procedurali – come faceva il commissario di Vigata, d’altronde.
Figlia di un importante autorità militare Nato, vive rifugiata nella cintura etnea, regina del suo laboratorio avanzatissimo ed efficientissimo, e prendendosi cura della mamma gravata dalla insorgente demenza.
La vicenda che attrae in varie forme la nostra entomologa forense la coglie, infatti, mentre si trova sul divano davanti alla tv con la mamma e raccoglie la notizia di una doppia sparizione, mamma e figlia piccola, che lascia presagire una tragedia incombente.
Stiamo parlando di un giallo, e di un giallo onesto. Cioè che squaderna indizi e segnali lungo le pagine senza sottrarre nulla al lettore, lasciandogli il gusto di unire i puntini e trovare la soluzione. Per questo motivo, in queste piccole notarelle di commento al libro, mi sforzerò di evitare anche il benchè minimo accenno agli snodi, alle svolte, agli incroci tra i puntini che lascio alla vostra gioia di lettori appassionati intravedere, scoprire e confermare. Pazienza se qualche annotazione, o frase di questa recensione vi sembrerà irrazionale, astrusa e con poco senso. Sono sicuro che se tornerete a leggerla dopo aver letto il libro di Agnese Messina, mi perdonerete.
L’entomologia forense è, per statuto, la scienza dei testimoni muti. Le mosche – eccole – arrivano pochi minuti dopo la morte, i coleotteri più tardi, e ciascuna specie racconta a chi sa ascoltare quanto tempo è passato e dove. Messina la conosce per averla studiata, e si sente. Il romanzo si apre in tribunale con una deposizione che è già un piccolo saggio di dialettica scientifica. June inchioda un avvocato incauto che oppone le temperature del Tennessee a quelle siciliane, con la pacatezza di chi possiede le tabelle. Quella pagina dichiara il credo della protagonista: “la scienza non ammetteva repliche né opinioni”.
Nelle sue analisi investigative in laboratorio il ragionamento di June procede dal minuscolo al topografico con una pulizia strategica (ogni contatto lascia una traccia, anche quando il contatto è casuale) e che nel giallo di casa nostra, spesso affidato alle intuizioni dei commissari, suona quasi esotica, o addirittura, esoterica.

Messina dichiara in un’intervista di aver scritto per colmare un vuoto e far conoscere al grande pubblico una disciplina reietta. Missione compiuta. Nello sviluppo del congegno narrativo giallo i dati servono la trama, non la interrompono.
Come vi accennavo, il peccato veniale, ma ricorrente, riguarda la procedura. June è una consulente, eppure, con la complicità sorridente di un sostituto procuratore – Emanuel, amico da più anni di quanti se ne possano ricordare – sbircia l’intero backup del computer della vittima (dieci minuti, con l’ordine di fingere di leggere la propria relazione se entra qualcuno), strappa referti con il sorriso giusto e arriva a eclissarsi per raggiungere da sola un luogo dove sospetta di trovare un ricercato.
Il romanzo lo sa, Emanuel le ricorda più volte che il suo mestiere non è questo. Ma l’ironia dichiarata non equivale all’assoluzione. Chi ha dimestichezza con il codice di procedura penale stringerà i denti, gli altri si divertiranno. È un giallo, non un verbale. D’altronde Salvo Montalbano era specialista di sfondapiedi preter procedura.
Ma attenzione, caro lettore e cara lettrice, Agnese Messina fa sul serio e ad un tratto la vicenda aggiunge tratti narrativi, psicologici, che vanno oltre il genere. Nessuno storca il naso se in un capitolo, e solo in quello, la narrazione passa da una strumentale e asettica terza persona, a una accorata e partecipe prima persona. È necessario. Lo richiede la storia, lo richiede la volontà di intrecciare i fili della narrazione, far loro perdere la linearità apparente e diventare un groviglio, meglio un grumo di passione, di dolore, di indomita rassegnazione.
Sono le pagine migliori del romanzo, e vi si vede una padronanza che altrove l’autrice non aveva ancora mostrato. Fenomeni ormai conosciuti da tutti come il controllo coercitivo sono narrati dall’interno, e con grande efficacia. Non c’è un mostro da copione, c’è un uomo domestico, burocratico, che ispeziona la casa come un funzionario sanitario, che alterna premura e sentenza, che trasforma la stanchezza di una puerpera in prova d’inadeguatezza e le fragilità ereditarie in profezia. Il lettore guarda la trappola chiudersi e intanto sente la voce della scienza applicare la logica della colpa: ho sbagliato io, il dato è questo, e i dati non si discutono.
Tutto il romanzo è attraversato da questa ambiguità, da questa contraddizione: la scienza, infallibile nel suo metodo, diventa anche una gabbia in cui rinchiudersi per sottrarsi alla derisione del mondo. Per sfuggire alla voce incalzante che dalle tv, dai verbali, dalle chiacchiere al bar, dai social investe una donna, anche vittima, soprattutto se è vittima. Pazza. Se non ubbidisce, se non si piega, se chiede di avere qualcosa di più per sé, è pazza. E sembra di sentire l’eco di Ciampa che ingiuria la signora Fiorica e la dice pazza per non essere costretto a indossare il berretto a sonagli della sua vergogna.
A volte su questo uso della pazzia come strumento di oppressione, Agnese Messina indugia, sottolinea, ripete, lo stressa, ma non risulta un appesantimento del romanzo. Ne rivela la necessarietà, l’esigenza di ricordarlo sempre e comunque, perché è avvenuto e avviene spesso e Messina vorrebbe che non avvenisse più.
Come un tatuaggio nascosto tra le pagine, come una mosca rimasta spiaccicata all’interno, tra le pieghe del giallo e il respiro del romanzo tutto, appare un importante discorso sulla maternità, disseminato nelle madri che popolano il romanzo, tutte sfaccettature di un mondo misterioso e affascinante, avventuroso e doloroso. Non solo la madre demente, ma con geniali sprazzi di lucidità, non solo la scomparsa protagonista dell’intreccio centrale, ma anche tutte le altre.
Messina scrive una prosa limpida, cinematografica, a paragrafi brevi, con dialoghi che si rincorrono come battute di una commedia sofisticata. Il libro si legge in poco tempo, spinti dalle scene che si susseguono senza soluzione di continuità. Il tratto psicologico è lasciato a piccoli gesti casuali: le dita che tormentano la zip dello zaino o il cordino, la provetta con la larva portafortuna stretta a ogni udienza e a ogni crisi, il sopracciglio sollevato, la barba torturata, le labbra morse. Ognuno di questi gesti, preso da solo, è un tratto di carattere.
La Sicilia del romanzo funziona. Messina rivendica un’isola vera, non da cartolina. Niente Vigàta, niente barocco da dépliant, niente mafia d’ordinanza. Il suo è un paese di superstrade, centri commerciali, caffè da commissariato “imbevibile” (addirittura peggiore, giura June, di quello del New Jersey), e poi, all’improvviso, di altipiani gialli, calabroni, cicale che attaccano il coro come obbedendo a un orologio invisibile. Il paesaggio è lavoro, non scenografia. I paesi inventati (San Ferdinando, Gerini, Rocca di Sant’Anna, Roccaverde) hanno la solidità dei luoghi che si conoscono. La doppia identità di June, l’”americana” nata a Catania da un generale della base NATO, aggiunge una nota di estraneità che consente alla protagonista (e all’autrice) di gestire con disinvoltura tutto il microcosmo che le ruota intorno.

Il titolo del romanzo, finalmente, trova il suo senso quando, a due terzi del libro, June sale sull’Hummer giallo (l’americana non rinuncia al fuoristrada) e attraversa l’interno bruciato dell’isola in cerca di un monastero. Pizzobardo, un’altura isolata, un chiostro umile, e incontra padre Kostyantyn, starec, guida di una piccola comunità di “perduti”.
Lo starec racconta a June un episodio della sua infanzia ucraina: un luogo vicino al villaggio, che la gente chiamava “eremo dei folli”, appunto. Una cinquantina di pazienti, con due medici e quattro infermiere.
I folli avrebbero potuto prendere il controllo e tornarsene a casa, ma nessuno lo fece mai, perché ciascuno era convinto di meritare le botte, il freddo, la fame. La prigione non era l’edificio, era la colpa, la consapevolezza della colpa. La logica razionale e scientifica che dicevamo prima, che li aveva convinti di essere in colpa.
È l’immagine centrale del romanzo e, mi pare, una bella idea di morale narrativa. Il titolo, che sembra promettere un manicomio gotico, indica invece un luogo interiore, e getta una nuova luce sulle pagine già trascorse. L’idea che il manicomio non sia fatto di mura, ma abiti dentro l’anima di ciascuno e tenga su i mattoni con il cemento della colpa indotta, persuasa, mostrata come evidenza e prova di un ragionamento, non è affatto banale.
L’eremo dei folli è un esordio con più di un’idea. L’idea dell’entomologia come scienza dei testimoni muti, l’idea dei molteplici specchi materni, l’idea dell’eremo come prigione interiore. Sono idee vere, e il libro le mette in scena con una convinzione da rispettare. Un romanzo che ha tanto da dire, da rischiare di dire troppo.
Non è certamente un romanzo per i fanatici del rigore procedurale, troppe collere li aspetterebbero.
È un romanzo per chiunque abbia sentito dire a una madre una frase giusta e non l’abbia ascoltata in tempo, e abbia dimenticato di immaginarla volare intorno a sé come una mosca ad applaudire, incoraggiare, correggere, sorreggere, amare, come solo una mamma dittero potrà mai fare.
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