Temerario e anche un po’ pazzo. Si, serve anche un filo di pazzia per provare a riproporre dopo tanto tempo una commedia musicale siciliana al pubblico del 2026.
Ieri sera, 6 novembre, al Teatro della Città di Siracusa, sul palco sono tornati a cantare Don Chisciotto e il fido Sancio Panza.
Dalla finzione spagnola, da cui nacque il romanzo moderno, attraverso la rilettura dell’Abate Meli, Tony Cucchiara porta nel cuore della Sicilia, a Girgenti, la storia del cavaliere impazzito dietro i libri e le storie.
Inevitabilmente la terra di Agrigento aggiunge condimenti diversi alla pietanza. L’ombra di Pirandello si allunga sulla pazzia di Giovannino, che si crede Don Chisciotto di Girgenti.
Cucchiara si diverte a far rimbalzare la pazzia da chi combatte i mulini a vento a chi si imprigiona in una vita opprimente e vi resta senza combattere.
Si ride, tanto, in questa commedia. Il cavalierato dell’erranteria autoattribuitosi dallo scansafatiche protagonista si presta all’adozione di un linguaggio tonitruante, epico, ma in modo sgangherato, come la lingua del Brancaleone cinematografico.

In Sicilia, a Girgenti, se devi sceglierti uno scudiero, finisci spesso sul cognato, figura ormai antonomastica. Vincenzo Volo nel ruolo del cognato scudiero ci offre spunti di risate in continuità.
Numerosi quadretti musicali si susseguono, offrendoci atmosfere popolane e campestri, come nella migliore tradizione del Teatro Stabile che fu, scherzi crudeli, masserie in festa, atmosfere d’amore, con Laura Sfilio, nel ruolo di Dulcinea che fu di Annalisa Cucchiara, e religiose con la processione immancabile nei musical di Tony Cucchiara.

Poi bastano due lenzuoli tono su tono blu, e un lontano rumore di acqua per trovarsi a fare il bagno alla Scala dei Turchi, magie dei teatranti.
Mi sono chiesto se l’interpretazione di Ruben Rigillo fosse forse poco attinta da espressioni più tipiche della follia, della pazzia straniante. Ho capito però che la modalità espressiva era voluta, per sottolineare, appunto, il dubbio su chi sia veramente più pazzo tra Giovannino e gli altri paesani e familiari che accettavano la loro gabbia. Ma, soprattutto, nel momento in cui prende il largo il canto del sogno. Il momento in cui Don Chisciotto insegna a sognare, a volare al fido scudiero. In quel momento ha trovato pienezza di senso la scelta del regista Angelo Tosto e dell’interprete di attenuarne la follia.

Un ultimo cenno merita la vittima di questo allestimento. Lando Buzzanca nella sua gloriosa interpretazione entrava e usciva dal palcoscenico a bordo di una biga a forma di cavallo con le ruote. Con somma cattiveria, in questo allestimento viene imposto povero Pietro Casano, di indossare per tutta la commedia il costume da Ronzinante restando quadrupede tutto il tempo. Anche se va detto che per vitalità, espressività, e mobilità, Casano è stato il miglior cavallo che abbia mai visto su un palcoscenico.

Rimangono ancora due sere per correre a Teatro e verificare di persona dove alberghi la vera pazzia, se nei due erranti e sognanti cavalieri, nei loro compagni intruppati nella vita ordinaria senza sogni, o nella gente di teatro che non si arrende e ripesca (così testualmente ha detto il direttore del teatro, Torrisi) dal baule delle commedie, una apparentemente anacronistica commedia musicale siciliana.

Foto di Stefano Buda
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