Dell’abuso della similitudine tra pandemia e la guerra – Una testimonianza

Si approssima il Ferragosto che da il via alla progressiva fine dell’estate e alla ripresa della vita ordinaria.

Austro e riustu è capu d’invernu

Quest’estate stenta ad essere ordinaria. Mascherine, distanziamenti, ridotte attività pubbliche. Pochi spettacoli, pochi concerti, rappresentazioni, proiezioni.

Veniamo da un inverno e da una primavera tutt’altro che ordinari.

Abbiamo sperimentato il lockdown, la paura del contagio, abbiamo dovuto diradare i nostri rapporti personali, familiari, amicali.

Se le conseguenze economiche di questa situazione insolita e opprimente sono paragonabili alle conseguenze economiche di una guerra (abbiamo provato a spiegarlo qui: JMK), ci è parsa subito eccessiva la similitudine cui troppo spesso si è fatto ricorso tra la nostra situazione personale e sociale e la situazione personale e sociale durante la guerra.

Per stimolare la riflessione sull’argomento mia cugina ed io abbiamo pensato di chiedere alla zia Luisa di raccontarci di quella estate del 1943, della guerra, della sua guerra.

Ne è venuto fuori un racconto di vita dalla forza naturale dell’esperienza vissuta. Abbiamo registrato i suoi ricordi raccontati con quella voce che da sempre ho trovato potente e densa come quella di Rosa Balistreri.

Vi riporto di seguito la trascrizione ordinata del flusso dei suoi ricordi preziosi, che penso possano costituire un documento prezioso per tutti.

Nell’estate del 1943 Regalbuto fu bombardata tante volte. Una volta addirittura venticinque volte nella stessa giornata. Per questo venne chiamata la Piccola Stalingrado.

Io ero la più piccola, avevo sei anni. C’erano anche i miei due fratelli Tanino e Pippo, e le mie sorelle più grandi Melina e Anna.

Noi abitavamo vicino alla Piazza del Re (oggi piazza della Repubblica) in una casa in affitto dalle sorelle Gerardi, che abitavano vicino a noi, con cui avevamo l’ingresso in comune.

Per sfuggire ai bombardamenti fuggivamo fuori da casa cercando rifugio dove potevamo, spesso sotto il ponte della stazione, o in campagna, sotto gli alberi.

Avevamo imparato però che quando i piloti vedevano movimento sotto gli alberi, mitragliavano ad altezza d’uomo, quindi cercavamo di non stare mai fermi per non farci colpire.

Quando eravamo in campagna non avevamo mai niente da mangiare, mangiavamo mandorle o carrubbe che trovavamo negli alberi.

In una campagna in cui siamo stati per qualche giorno, c’era una maidda, dove impastavano con dei ceci pasta di casa, ma noi eravamo tanti e non ci arrivavamo mai a prenderne. Ogni tanto solo un po’ di brodo con qualche filo di pasta che sarebbe bastato per uno e noi eravamo sette.

In uno di questi giorni di fuga in campagna, mio padre era riuscito di nascosto a tornare a casa, e portare del frumento che avevamo lasciato là e trasformarlo in farina. Con quella farina mia mamma impastò quattro bellissimi pani di casa. Due ce li siamo mangiati, gli altri due avvolti nella mappina, li tenevamo sotto la testa mentre dormivamo sotto gli alberi. Forse la fame, forse la stanchezza, non ci siamo neanche accorti quando ce li rubarono da sotto la testa.

Quell’estate abbiamo sofferto la vera fame. Mio cugino Emilio, che era stato fatto prigioniero, raccontava che mangiava le bucce delle patate lasciate dai carcerieri, noi non avevamo neanche quelle bucce…

Il giorno che hanno bombardato il ponte della stazione noi però non c’eravamo e così ci siamo salvati.

Dopo due giorni passati fuori casa, eravamo tornati a casa. Avevamo portato con noi mia nonna Carmela, che essendo paralitica non poteva più muoversi, e dato che il nonno Vincenzo era morto da circa tre anni, ci prendevamo cura noi di lei. La nonna era coricata nella prima stanza all’ingresso, un salone molto comodo.

Verso mezzogiorno arrivarono gli aerei.

Due bombe caddero sulla piazza senza esplodere, la terza colpi la casa immediatamente accanto alla nostra. Le persone che vivevano in quella casa sono morte tutte. Addirittura di una giovane ragazza non si trovó mai il corpo, con lo spostamento d’aria chissà dove é andata a finire.

Di quelle famiglie si salvò solo la mia madrina, la signora Fiumefreddo, cognata delle sorelle Gerardi. La scala di casa sua era crollata con l’esplosione e, quindi, non poteva scendere ed uscire. L’unica soluzione fu quella di mettere una scala di legno di traverso tra il suo balcone ed il balcone della casa di fronte. Strisciando piano piano su questa scala nel vuoto tra i balconi, arrivò nella casa di fronte ed uscì.

I nostri vicini, pensavano di essere al sicuro, perché si erano riparati sotto la trave di una porta. Avevano insistito con mia mamma perché andassimo con loro, ma mia mamma non voleva lasciare mia nonna, quindi siamo fortunatamente rimasti tutti nell’ingresso che avevamo in comune con le nostre padrone di casa. Sorprendentemente anche la nonna, invalida, era riuscita a trascinarsi nell’ingresso salvandosi con noi, chissà come aveva trovato la forza di alzarsi.

Nell’ingresso c’era anche la maestra Pernicone con la sua famiglia. Era in campagna con noi, la sua mamma era stata ferita ed era rimasta attaccata ad una scala. Quindi quando noi siamo tornati, la famiglia Pernicone Timpanaro è tornata con noi ed é rimasta bloccata dal bombardamento in questo ingresso.

La porta e le finestre dove eravamo noi, sono volate via, e si era formata una montagna di materiale davanti alla porta che non ci faceva uscire. Ricordo che mio fratello Tanino, dodici anni, (mio padre) mi prese in braccio mi mise sulla montagna di detriti e mi fece scivolare fuori, dove scalando quella montagnetta uscirono poi tutti.

Mia mamma era stata ferita ad una gamba ed aveva una scheggia conficcata. Perdeva molto sangue. Mentre scappavamo abbiamo incrociato una camionetta di soldati americani che vedendola sanguinare l’hanno bloccata. Le hanno estratto la scheggia e la stavano medicando, quando arrivarono altri aerei. La mamma, che si spaventava che ci fossero altri bombardamenti, scappò da quei soldati senza lasciare finire la medicazione.

I sopravvissuti ci siamo riuniti e con le sorelle Gerardi abbiamo raggiunto una campagna di proprietà dei Marletta, dove abbiamo trovato rifugio.
In questa campagna avevano anche il mulino. Era una famiglia molto ricca. Alla nostra famiglia hanno dato una stanzetta, che chiamavano pollaio, ma non avevano mai usato per le galline. Davanti a questa stanzetta c’era uno spiazzo ed un grande albero di gelsi, che nascondeva la porta del pollaio.
La mamma per avere in cambio qualcosa da mangiare, aiutava nei lavori della campagna: cernere la farina, ed altre cose così.

Io che ero piccola uscivo fuori a raccogliere i gelsi e venivano i soldati americani che stavano nella campagna di mio nonno a Savarino, mi portavano i biscotti e le gallette, mi prendevano in braccio e giocavano con me.

Mia mamma mi raccomandava di non fare capire loro che dietro l’albero di gelsi c’era la nostra porta, e di non fare capire dove stavamo, perché i soldati di notte uscivano in cerca di donne per soddisfare appetiti sessuali.
Diceva che erano tutti ex carcerati, avendo i tatuaggi, e temeva per le mie sorelle Melina ed Anna che erano più grandi.

Quando finirono i bombardamenti siamo tornati alla nostra casa, ma era quasi distrutta, ci volevano troppi lavori per rimetterla in sesto. Allora siamo andati ad abitare con la maestra Pernicone, che con molta generosità ci ospitò fino a quando trovammo una sistemazione.

Conclude saggia la zia Luisa il suo racconto

ho passato la guerra, ho passato l’asiatica, che paura può farmi il coronavirus, quannu moru moru

Mi diventa perciò naturale concludere lasciandovi in ascolto la preziosa voce di Rosa BalistreriQuannu moru”.

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2 pensieri su “Dell’abuso della similitudine tra pandemia e la guerra – Una testimonianza

  1. Storia triste di Regalbuto ripetutamente bombardata per la presenza di pochi tedeschi strategicamente piazzati tra le colonne della chiesa di S.Maria, a fermare la colonna di alleati provenienti da Agira. Eccessivo è stato l’attacco aereo degli americani, non curante della popolazione che vi risiedeva e questa storia ne è la dura realtà. Dall’altro lato i tedeschi per non soccombere regirono con altrettanta crudeltà. Fatti simili a quello raccontato se ne sono ricordono a decine, ciononostante l’uomo dimentica facilmente e continua imperterrito con le sue pazzie a seminare terrore. Grazie Giuseppe per averci raccontato tanto. P.S. tua zia Luisa è la prof.ssa, moglie del sig. Maccarone ?? Un affettuoso saluto. Vito Vittorio Leanza.

    1. Grazie. Mia zia Luisa è la sorella di Melina, la professoressa moglie del sig. Maccarrone (e sorella di mio papà).
      Un abbraccio

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